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I MACCHINARI E IMPIANTI ITALIANI, L’EXPORT CHE CI PIACE ( di Marco Minossi)

Apprezzamento e un plauso per la performance in export del settore Agroalimentare italiano: nel 2021 ha già superato i 50 miliardi di euro, e le proiezioni lo danno in crescita per l’anno corrente, con un +18,9% in questo primo trimestre.
Nonostante la crescita riguardi anche il valore – non solo la quantità – dei prodotti esportati, va osservato come tale incremento nei prezzi rappresenti prevalentemente un recupero parziale degli intervenuti pesanti aumenti dei costi di produzione (inutile fare l’elenco delle voci, le conosciamo bene tutti anche da privati cittadini).
Questo settore, tuttavia, fa ancora fatica nell’ imporsi nel segmento gourmet dei mercati internazionali, quello in cui non basta dire parmigiano reggiano, pasta, prosciutto, olio extravergine eccetera, ma si valorizzano e si monetizzano una storia, una competenza distintiva, una comunicazione, una territorialità specifica.
In pratica, molto di questo export italiano è ancora troppo concentrato nella fascia commodity dei mercati, cioè beneficia del mix vincente tra “made in Italy” e prezzi contenuti, ma non va oltre, non stabilisce una brand identity del made-by (la singola azienda) rispetto a quella del made-in (la provenienza italiana). Laddove i prezzi premium riescono ad imporsi al consumatore, i relativi margini restano prevalentemente nelle casse dell’importatore grossista estero prima , e del dettagliante poi; il produttore italiano (spesso piccolo e di nicchia, ancorché particolarmente qualitativo) subisce lo squeezing, la penalizzazione sul prezzo di vendita iniziale.
A noi piace molto “l’ altro export”, quello che vede nell’ Italia un polo tecnologico di riferimento, e non solo la classica ed ormai datata eccellenza nelle cosiddette “tre A” (Abbigliamento,
Arredamento e , per l’appunto, Agroalimentare).
Cambiando quindi settore, e venendo all’export più complesso e tecnologico, tre anni fa, su questo stesso magazine, avevamo scritto a proposito di come l’allora costituita Progetto Italia, nata dalla fusione tra i colossi italiani del buiding contracting internazionale Anstaldi e Salini Impregilo – con il supporto finanziario di CDP, Cassa Depositi e Prestiti – avrebbe sviluppato un forte indotto per le esportazioni, magari indirette, anche di PMI del settore edile, materiali e macchinari.
Ebbene, tra i vari successi a livello mondiale conseguiti nel frattempo da Webuild (il nuovo nome poi assunto da tale building contractor), è stato recentemente annunciato il progetto in joint venture con il partner indiano Apco Infratech Pvt. Ltd. per la realizzazione di un’infrastruttura imponente sul mare di Mumbai, un’autostrada marittima/viadotto di 18 chilometri, che collegherà il mare alla costa, e decongestionerà il proverbiale traffico della metropoli.
La commessa principale per i macchinari altamente speciali per il varo dei conci prefabbricati (capacità di sollevamento fino a duemila tonnellate) è stata assegnata all’azienda friulana Deal, già protagonista in varie zone del mondo con le sue tecnologie impiantistiche, la quale a sua volta mobilita tra i 15 ed i 20 subfornitori in territorio italiano per tutta una serie di lavorazioni meccaniche e di componentistica.
Questo case-history deve servire da esempio-guida su come si possa intervenire nel mondo senza tanta propaganda convegnistica, ma direttamente acquisendo commesse, la cui ricaduta si estende su tutta una serie di aziende anche non strutturate per esportare o per eseguire lavori direttamente, ma che possono fare affidamento su una “capofila” affidabile e pragmatica. A tale proposito, il settore pubblico può svolgere un notevole ruolo promozionale tramite il programma “Push” di SACE, l’assicurazione dei crediti facente capo al MEF, Ministero dell’Economia e delle Finanze, che organizza ormai da anni e regolarmente nel mondo dei workshop di incontro in cui invita e presenta ai grandi Main Contractor esteri aziende italiane particolarmente qualificate, e non necessariamente di grandi dimensioni..
Potendo umilmente contribuire nel dare un consiglio strategico al prossimo Governo italiano, suggeriremmo di attenzionare a tale scopo l’Algeria tra i paesi-obiettivo, che sta rimuovendo tutta una serie di restrizioni all’import, e sta estendendo l’uso degli strumenti di garanzia bancaria sui pagamenti internazionali (la lettera di credito irrevocabile in primis). Stabilire una collaborazione istituzionale con il paese del Presidente Bouteflika, attivando Simest, Sace e sistema bancario per la costituzione di linee di credito “Open” assicurate ex. DLGS. 143/98 per le forniture di macchinari e impianti, significherebbe dare impulso alle PMI di entrambe le nazioni, e creare un quadro
cooperativo di cui potranno beneficiare anche le trattative governative per il gas, troppo commerciali e penalizzanti per il nostro paese come impostate sino ad ora.
Marco Minossi


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