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I buoni, il brutto e il cattivo

Adn Kronos ha diffuso i dati dei finanziamenti della associazione Open Foundation di George Soros per il biennio 2017-2018. Trattasi della bellezza di ottomilionicinquecentoventisettemilanovecentoquarantotto dollari elargiti a una galassia di associazioni, movimenti, partiti. In ordine sparso, e senza pretesa di esaustività: l’Istituto Affari internazionali, Radicali italiani, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, e poi una caterva di organizzazioni non governative a vario titolo impegnate nel campo dell’assistenza a profughi, rifugiati, pendolari economici e via migrando.

Di fronte a un tale filantropo viene da chiedersi cosa abbiamo fatto per meritarcelo. Non ci sembra di essere all’altezza, capite. Ma dovrebbero chiederselo soprattutto i beneficiari di cotanta generosità. Perché Soros è così buono con loro? Sarà forse una dote innata, oppure una congiuntura favorevole del suo segno astrale, o ancora una vocazione samaritana maturata via via che i miliardi si accumulavano nei conti correnti del suo impero finanziario? Sia come sia, ogni discorso su di lui dovrebbe finire in gloria, perlomeno stando alle munifiche elargizioni di quella cornucopia universale rispondente al nome di Open Society, cioè “società aperta”.

Sennonché, specialmente i destinatari della sua bontà, non si interrogano affatto sulle motivazioni del loro mecenate. Del resto, nel mondo incantato di chi, in buona fede, si spende cristianamente per accogliere i migranti certe domande rischiano solo di sollevare scomodi esami di coscienza. I paladini delle frontiere spalancate, e dei muri abbattuti, in genere sono vittime di quella specie di “stupidità indotta”  immortalata da Dostoevskij nel principe Myškin del capolavoro letterario “L’idiota”.

In effetti, il buono, troppo spesso, rischia di essere idiota. E molti tra i buoni dissetati dalla liberalità di Soros lo sono. Ma lui no. Lui non è affatto idiota. E tantomeno è buono. Come farlo capire alle alici (e alle sardine) del paese delle meraviglie? Basterebbe por mente all’autentica ossessione di Soros; che non è, beninteso, la beneficienza in senso lato. È una specifica forma di beneficienza, in senso stretto: quella destinata a inondare i paesi europei di orde di uomini sradicati, la gran parte dei quali non scappa né da guerre, né da carestie, né da inondazioni e non cerca né un lavoro, né l’integrazione, né la realizzazione economica. Più semplicemente, vuole un posto dove poter stare bene e meglio. Ambizione umanamente comprensibile a cui qualsiasi Stato degno di questo nome dovrebbe porre limiti rigorosi.

Ma Soros non è uno Stato. Anzi, egli sogna la dissoluzione definitiva delle tradizionali forme statuali. E anche la liquefazione di ogni aggregato civile cementato da comunanza di tradizioni, linguaggio, cultura, religione. Soros, e quelli come lui, vagheggiano un’umanità novella, forgiata su un meticciato non solo e non tanto etnico, quanto piuttosto sociale e di costume. Vogliono temprare l’uomo nuovo: senza identità, senza valori, senza radici. Il manovale perfetto,  lo spaesato abitatore, agevolmente manipolato e sfruttato, della civiltà del futuro.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com


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