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Hormuz riapre i battenti? I cacciamine USA sbloccano il greggio mentre a Islamabad si tratta la pace

Gli USA sminano lo Stretto di Hormuz e le superpetroliere tornano a muoversi. Mentre a Islamabad si cerca la pace tra Washington e Teheran, i mercati del petrolio respirano. Ecco i veri impatti economici dell’operazione.

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Mentre la diplomazia internazionale tenta faticosamente di tessere una tela negoziale a Islamabad, la vera notizia che muove i mercati globali arriva dalle acque del Golfo Persico. Gli Stati Uniti hanno iniziato a sminare lo Stretto di Hormuz, permettendo il transito delle prime superpetroliere dopo sei settimane di blocco totale. Un’operazione che Donald Trump, con la sua consueta verve, ha definito “un favore al resto del mondo”. E, ironia della sorte o spietato pragmatismo geopolitico, a beneficiare per prime di questo “favore” americano sono state due superpetroliere cinesi. La Cina, un paese che non ha impegnato nulla nella pacificazione, è quello che se ne approfitta di più.

La geopolitica dei cacciamine

Secondo quanto confermato dal CENTCOM (U.S. Central Command), i cacciatorpediniere lanciamissili USS Frank E. Peterson e USS Michael Murphy hanno iniziato le operazioni di bonifica dello Stretto l’11 aprile, rimuovendo gli ordigni piazzati dalle Guardie della Rivoluzione Iraniana.

L’amministrazione Trump non usa mezzi termini. Il Presidente ha dichiarato che le forze armate iraniane sono “sconfitte”, la loro leadership azzerata e le infrastrutture militari obliterate. “Non serve un piano B”, ha tuonato Trump, derubricando la minaccia iraniana a poche imbarcazioni posamine ormai “in fondo al mare”. Questa ostentazione di forza muscolare (una vera e propria freedom-of-navigation mission) arriva con un tempismo chirurgico: esattamente mentre le delegazioni si siedono al tavolo delle trattative in Pakistan. Una classica dimostrazione di come, nelle relazioni internazionali, la forza militare funga da catalizzatore (o da manganello) per la diplomazia.

I riflessi sull’economia reale: il greggio torna a scorrere

Al di là della retorica politica, le ricadute economiche di queste ore sono colossali. Lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale e una quota analoga di gas naturale liquefatto (GNL). La sua chiusura, durata sei settimane dall’inizio del conflitto il 28 febbraio, ha agito come una tassa recessiva occulta sull’economia globale, strangolando l’offerta e mettendo sotto stress i mercati asiatici ed europei.

L’intervento militare americano si configura, di fatto, come una massiccia iniezione di “sicurezza pubblica” a garanzia del libero mercato marittimo. Le prime navi a solcare le acque appena bonificate, seguendo una nuova rotta settentrionale vicina alle isole iraniane di Larak e Qeshm, sono state tre:

Nome NaveNazionalitàOrigine del CaricoDestinazione (Segnalata)
Cospearl LakeCinaIraqAsia
He Rong HaiCinaArabia SauditaAsia
SerifosGreciaArabia SauditaMalesia (Malacca)

Nessuna di queste navi trasporta greggio iraniano. Stiamo parlando di una capacità di trasporto combinata di circa 6 milioni di barili. Sebbene rappresentino una frazione dei volumi pre-guerra (quando l’Iran da solo esportava 1,7 milioni di barili al giorno), il segnale per i mercati è inequivocabile: l’arteria giugulare dell’energia mondiale sta riprendendo a pulsare. Un ripristino a pieno regime dei flussi comporterà un fisiologico e rapido crollo dei prezzi del greggio, allentando le pressioni inflazionistiche che gravano sulle economie occidentali, un esito che le banche centrali non potranno che accogliere con un sospiro di sollievo.

Il tavolo di Islamabad: ottimismo e nodi irrisolti

Mentre le petroliere viaggiano, a Islamabad va in scena una mediazione complessa. Il formato è indiretto, facilitato dal Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif.

Da un lato, una massiccia delegazione iraniana di 71 persone guidata dal Presidente del Parlamento Ghalibaf, dal Ministro degli Esteri Araghchi e, in un dettaglio che tradisce l’urgenza economica di Teheran, dal Governatore della Banca Centrale Hemmati. L’obiettivo primario di Teheran è chiaro: sbloccare i fondi congelati e ottenere un allentamento delle sanzioni, oltre a garantire la sopravvivenza di ciò che resta del proprio apparato.

Dall’altro lato, la delegazione USA guidata dal Vicepresidente JD Vance, affiancato da Jared Kushner.

Se i media iraniani filtrano un cauto ottimismo parlando di scambi di testi scritti e progressi tecnici, le fonti USA e pakistane sono più fredde. I nodi strutturali restano quelli di febbraio: il programma missilistico, le scorte di uranio e il supporto alle milizie per procura. A rendere tutto più instabile c’è il fronte libanese: nonostante si registri un raro contatto telefonico tra gli ambasciatori libanese e israeliano negli USA, i raid di Israele in Libano continuano (357 le vittime stimate nell’ultima ondata). Hezbollah appoggia i colloqui pakistani, ma rifiuta categoricamente accordi separati.

La partita si gioca su un doppio binario: quello negoziale in Pakistan e quello fattuale a Hormuz. Se gli USA riusciranno a garantire stabilmente la sicurezza dei traffici marittimi, l’arma negoziale più potente di Teheran (il ricatto energetico globale) sarà definitivamente spuntata.

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