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LA GUERRA IN LIBIA

La situazione nella vicina Libia è tale che ci si chiede ragionevolmente se bisognerebbe por mano alle armi.

Al riguardo per prima cosa bisogna mettere da parte un’opinione sciocca: quella secondo cui una guerra non è mai una buona soluzione. Può essere un evidente errore, più o meno come la conquista dell’Etiopia, da parte dell’Italia, in un momento in cui il colonialismo cominciava a declinare. Ma può anche essere di notevole utilità strategica e di immagine. La Gran Bretagna è andata a riconquistarsi delle inutili e disabitate isolette nell’Atlantico del Sud, affrontando militarmente l’Argentina, soltanto per rendere chiaro al mondo che, ancora oggi, non è il caso di tirare la coda del leone britannico. Insomma, in generale una guerra può rivelarsi un successo o un errore, ma ciò vale praticamente per tutte le azioni umane: chi può essere sicuro, sposandosi a trent’anni, che quarant’anni dopo sarà ancora del parere di avere scelto il partner adatto? Ma soprattutto c’è un caso che dimostra quanto sia stupida l’idea che la guerra si possa sempre evitare: ed è quando la si subisce. Se un Paese è attaccato, l’alternativa non è la guerra o la non guerra, ma la vittoria o la resa immediata. E nessuno dice che questa seconda ipotesi sia certamente da scartare. Nel 1968 Dubcek non fu certo felice di accettare i carri armati russi a Praga, ma l’alternativa erano i massacri di dodici anni prima, a Budapest.

Nel caso attuale, le incognite sono innumerevoli.

  1. Tutti i nostri politici si sono affrettati a precisare che qualunque azione si pensasse di intraprendere, dovrebbe essere nel quadro dell’Onu, nel quadro della collaborazione internazionale, nel quadro dell’Unione Europea, insomma nella più vasta pinacoteca immaginabile. Ma ciò è preoccupante. Innanzi tutto perché, a giudicare dai precedenti, chi spera di avere giustizia dall’Onu perde il suo tempo. Quell’organizzazione è dominata da una maggioranza di Stati ben poco democratici, e soprattutto non ha forze proprie. Dunque la prima domanda è: che farà l’Italia, se reputerà che un’azione sia necessaria e nessun altro Stato è disposto a darle una mano?
  2. Bisognerebbe poi decidere per tempo quale episodio si considererebbe un sufficiente casus belli. Una raffica di missili su Lampedusa o la Sicilia? Un attentato che faccia più di venti morti? Uno sbarco, tentato o riuscito, a Pantelleria o a Linosa? L’arrivo di cinquecentomila migranti, come minacciato? Anche se in questo caso basterebbe impacchettarli in una nave e farli sbarcare (con la forza) su una spiaggia libica. Ma questa non è un’ipotesi buonista.
  3. C’è anche il problema degli strumenti militari disponibili. Dopo anni ed anni di tagli alle spese militari, e di mentalità pacifista, il nostro Paese è ancora in grado di operare militarmente, e non per semplici operazioni di polizia? Se la risposta fosse negativa, la discussione sarebbe oziosa. Non rimarrebbe che pregare che il nemico sia meno cattivo del temuto.
  4. Ammettendo che l’Italia sia in grado di operare, l’opinione pubblica la sosterebbe, anche quando cominciassero a tornare indietro le prime bare? Ciò è normale che avvenga, in qualunque guerra, ma la gente se ne stupirebbe come di un doloroso e inammissibile imprevisto.
  5. Anche a fare l’ipotesi che tutti i dubbi sopra esposti siano risolti nel modo migliore immaginabile, ci si deve ancora chiedere: una guerra in Libia si può vincere? L’opinione del deputato Di Battista, del M5s, è chiara: per noi sarebbe un disastro, “il nostro Vietnam”. Visto il calibro del personaggio, se ne può dedurre che è evidentemente vera l’opinione opposta. Il Paese è desertico, le sue comunicazioni sono rese difficili dalle distanze, il livello tecnologico degli armati che andremmo ad affrontare è basso, dunque tecnicamente non dovremmo avere problemi. Ma ciò non vuol dire che problemi non ce ne sarebbero.
  6. Il grande problema non è la vittoria militare, ma che fare della vittoria. È l’errore che hanno commesso la Francia e l’Inghilterra quando, per motivi misteriosi ma o infondati o criminali, hanno deciso di abbattere Gheddafi. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Germania e l’Italia erano dominate da dittature, ma subito dopo, essendo dei Paesi civili, tornarono immediatamente alla democrazia. Lo stesso Giappone, guarito dai suoi sogni imperiali, passò dalla sconfitta al pacifismo e alla prosperità. Si può dire lo stesso dell’Afghanistan o dell’Iraq?
  7. Essendo inconcepibile (e costosissimo) occupare quel grande e desertico Paese per un tempo indeterminato, l’azione militare potrebbe essere di dubbia efficacia. Si potrebbe dunque prendere in considerazione l’ipotesi di una “batosta educativa” come quella che Israele ha inflitto a Gaza, quando lasciava mano libero ai terroristi che si ostinavano a sparare razzi contro la popolazione civile. Ma dovrebbe trattarsi di una lezione tale da far sbollire anche gli entusiasmi di chi è pronto a trasformarsi in kamikaze. L’Italia ne sarebbe capace?

La conclusione è mesta. Dato il genere di problema, e date le caratteristiche del nostro Paese, bisogna accodarsi al Papa e pregare.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

18 febbraio 2015

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