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Guerra dei prezzi nell’intelligenza artificiale: OpenAI sfida Anthropic a colpi di sconti, mentre la Cina attende

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Nel mondo tecnologico c’è una domanda che gli investitori di alto livello si pongono da mesi con crescente nervosismo: quando finirà la festa? Il settore dei semiconduttori e dei titoli legati all‘intelligenza artificiale ha generato guadagni così rapidi e colossali che ormai si va a caccia di qualsiasi segnale predittivo di un’inversione di tendenza. E il segnale più limpido, il classico indicatore anticipatore, è arrivato: il rallentamento della crescita dei ricavi annualizzati dei principali laboratori di IA.

A confermare che la musica sta cambiando è un recente report di JPMorgan, che evidenzia come i nodi stiano venendo al pettine. La risposta del mercato non si è fatta attendere, con l’indice dei prezzi dei token di Silicon Data in calo consecutivo da diversi giorni, ritornando ai livelli di metà gennaio, ben prima dell’esplosione della recente frenata legata ai cosiddetti sistemi agentici.

Il panico da quote di mercato e la mossa di Altman

Dietro la facciata dell’ottimismo tecnologico, la realtà descritta dal Wall Street Journal mostra uno scenario ben diverso da quello di una crescita infinita. OpenAI, che negli ultimi mesi ha mostrato il fiato corto nella corsa ai ricavi e nella preparazione della quotazione in borsa rispetto alla rivale Anthropic, starebbe valutando un taglio drastico dei prezzi dei propri servizi. Si tratta di una mossa difensiva per recuperare quote di mercato e strappare clienti alla concorrenza.

Il paradosso della corsa al ribasso: OpenAI intende tagliare le tariffe proprio mentre Anthropic tenta di raddoppiare i prezzi per il suo ultimo modello, Fable, il quale offre miglioramenti marginali rispetto alle versioni precedenti.

Siamo davanti a una classica dinamica deflazionistica: una corsa al ribasso che rischia di erodere i margini di profitto di aziende che già oggi bruciano miliardi di dollari a causa degli enormi costi infrastrutturali e di calcolo. Lo stesso amministratore delegato di OpenAI, Sam Altman, ha ammesso in un recente evento che i costi operativi sono diventati un problema enorme, promettendo nuove vie per offrire più valore ai clienti con una spesa minore. In parole povere: i prezzi dei token erano stati spinti oltre il punto di rottura, e ora il mercato presenta il conto.

Il mito del ritorno sull’investimento (ROI) e il “Tokenmaxxing”

La spinta al taglio dei prezzi nasce dal fatto che le grandi aziende americane hanno iniziato a frenare le spese per l’IA. Nei mesi scorsi si è assistito al fenomeno del tokenmaxxing, ovvero l’uso massiccio e indiscriminato di token nella speranza di incrementare la produttività aziendale, spesso senza calcolare il reale ritorno economico. Grandi corporation come Uber hanno segnalato di aver già esaurito il budget previsto per il 2026 destinato all’IA autonoma, sollevando dubbi sulla reale efficacia di questi strumenti nel generare nuove funzionalità o ricavi per i clienti finali.

L’illusione di una produttività infinita si scontra con la realtà dei bilanci. Se sei mesi fa i laboratori offrivano potenza di calcolo quasi gratuitamente per conquistare il mercato, oggi che i nodi commerciali vengono al pettine, le aziende clienti scoprono che un “assistente virtuale” che risponde alle email costa troppo rispetto al valore che produce. Meglio l’impiegato che selezione e cancella le vostre email…

I modelli di business di OpenAI e Anthropic mostrano una fragilità strutturale: i loro prodotti sono fortemente fungibili, ovvero facilmente sostituibili l’uno con l’altro. Per un’azienda cliente, migrare da una piattaforma all’altra richiede uno sforzo minimo se il concorrente offre uno sconto commerciale importante. Prodotti fungibili significa competizione sul prezzo sino a raggiungimento di un equilibrio che minimizza i margini. 

L’impatto sull’industria e l’ombra di Pechino

Da un punto di vista macroeconomico, le ricadute di questa guerra dei prezzi sull’industria globale si preannunciano profonde ma asimmetriche. La riduzione dei costi dei token potrebbe accelerare l’adozione dell’IA nei processi aziendali tradizionali, dalla logistica alla gestione clienti, abbassando le barriere all’entrata. Tuttavia, la contrazione dei margini dei fornitori di IA rischia di raffreddare gli investimenti nella filiera hardware (chip, data center), creando un effetto domino sui colossi dei semiconduttori.

Ma il vero rischio geopolitico ed economico è un altro. In questa guerra fratricida tra startup americane, il terzo incomodo è pronto a prendersi tutto. La Cina ha trasformato in una vera e propria arte il retro-ingegnerismo della tecnologia occidentale per poi rivenderla sui mercati globali con sconti superiori al 90%. I chatbot cinesi sono pronti a entrare massicciamente nella competizione globale.

Alla base dell’intelligenza artificiale non ci sono solo gli algoritmi, ma l’energia elettrica necessaria a far girare i server. Chi controlla la filiera energetica e i costi di produzione industriale su larga scala ha un vantaggio competitivo strutturale imbattibile nel lungo periodo. E l’Europa? Come di consueto, resta industrialmente ininfluente nel settore, limitandosi a scrivere regole e regolamenti, mentre gli altri si contendono il mercato mondiale.

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