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LA GUERRA AL CALIFFATO

 

La guerra fa parte della specie umana, e non di quella degli sciacalli o dei delfini, che pure sono mammiferi come noi. Ma della specie umana fa parte anche la tendenza a porsi problemi morali e dunque, da sempre, ci chiediamo quale sia la ” guerra giusta”.

Un po’ scherzando e molto sul serio si potrebbe dire che la guerra giusta “è la nostra”. Purtroppo, per il nostro avversario la guerra giusta è la sua, e questo dissenso non può essere superato. Un altro criterio – sulla base del fatto che sono sempre i vincitori che scrivono la storia – potrebbe essere il seguente: è giusta la guerra che si vince ed è sbagliata la guerra che si perde. Questo principio – astrattamente assurdo – è tuttavia quello più correntemente applicato.

La Chiesa Cattolica, salvo errori, giudica giusta la guerra difensiva e altamente ingiusta e dunque immorale la guerra d’aggressione. Purtroppo nella pratica il criterio è labile. Infatti chi ha interesse ad aggredire dichiara spesso di essere stato aggredito. Hitler attaccò la Polonia osando affermare che essa aveva attaccato la Germania. Ma già prima aveva adottato la stessa tecnica il lupo di Fedro nei confronti dell’agnello.

Il diritto internazionale somiglia ad un vecchietto macilento che discetta in modo erudito dei torti e delle ragioni di alcuni colossi che si affrontano con estrema violenza, senza nemmeno accorgersi della sua presenza. Esso tuttavia ha elaborato un concetto interessante, quello di casus belli. Per definizione questi episodi sono, se non la ragione vera dei conflitti, almeno la scintilla che fa scoppiare l’incendio e che fa distinguere l’aggressore dall’aggredito. Purtroppo, chi quel casus ha creato, se poi perde la guerra si lamenta del fatto che è stato aggredito. Il suo non era un vero casus belli. La guerra è stata ingiusta. Nel 1967 l’Egitto dichiarò unilateralmente la chiusura dello Stretto di Tiran, vietando alle navi israeliane l’accesso al Mar Rosso, e creò un classico casus belli. Israele reagì distruggendo a terra l’intera aviazione egiziana e vincendo poi la Guerra dei Sei Giorni e naturalmente tutti gli arabi, avendola persa, sostennero che gli israeliani erano stati gli aggressori.

La valutazione morale dell’aggressione si presta a interpretazioni anche quando la cosa ci riguarda. Nel corso del Risorgimento e ancora nel 1915, l’Austria non ci ha certo attaccati. Ma l’Italia voleva alcune regioni e dunque non aggrediva, voleva soltanto “recuperare il suo”. Se il giudizio morale sull’aggressione è lasciato all’aggressore, ogni guerra diviene giusta.

Gli integralisti “senza se e senza ma” superano d’un sol balzo tutte le obiezioni. Per loro “ogni guerra è ingiusta”. E l’hanno pure scritto nella Costituzione. Purtroppo, anche se è banale ripeterlo, per sposarsi bisogna essere d’accordo, per la guerra basta che la voglia uno. Dunque, volendo essere coerenti essi dovrebbero dire che, in caso di minaccia di invasione da parte del “Califfo” al-Baghdadi, bisognerebbe mettere i cartelli stradali in arabo, per non creargli problemi. Se non la si pensa così, si è per la guerra.

Secondo l’ambasciatore Sergio Romano, sul “Corriere della Sera” di ieri, bisognerebbe coalizzarsi e andare a fare la guerra allo Stato Islamico della Siria e del Levante. Sarebbe una guerra giusta? Il nodo di Gordio si scioglie col solito colpo di spada: è giusta la guerra che ci è utile e che contiamo di vincere (questo è essenziale), ingiusta soprattutto quella che potremmo perdere. Naturalmente questo è tutt’altro che un criterio morale, ma dopo tutto l’etica è talmente influenzata dall’interesse che tanto vale darla in ogni caso per acquisita a nostro vantaggio. È la “nostra” guerra e dunque è giusta. Ma bisogna vincerla, altrimenti la distanza fra Piazza Venezia e Piazzale Loreto potrebbe rivelarsi più breve del previsto.

Nel caso dell’intervento contro il “Califfato” si può ragionevolmente pensare che una sua eliminazione sarebbe nell’interesse di tutti. Della Siria, dei curdi, dell’Iraq, dell’Iran, degli occidentali, dei cristiani e, per così dire, della decenza. Inoltre, se i coalizzati fossero molti, e disposti a combattere, come avvenne in occasione dell’invasione del Kuwait, la vittoria sarebbe facilissima. Il problema non è tecnico, si tratta soltanto di volontà politica. Stabilito questo, ci si può dispensare da ogni discussione morale.

Se la guerra si farà, tutti vorranno essere lodati per avere eliminato una delle brutture più intollerabili dell’era contemporanea. Se non si farà, e se per fortuna da questa decisione non dovessero derivare gravi conseguenze, molti diranno che hanno giustamente evitato una cosa orrenda.

Purtroppo nessuno conosce il futuro. Soppesando le alternative, mentre da un lato bisognerà sempre ricordare che la guerra è effettivamente una cosa orrenda, dall’altro non bisogna neppure dimenticare che darla vinta all’avversario può avere conseguenze anche peggiori.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

21 agosto 2014

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