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Groenlandia ipocrisia europea: senza gli USA è indifendibile (di Antonio Maria Rinaldi)
Tra scandali e ipocrisie, ecco perché l’America ha ragione sull’Artico (e perché l’UE è fuori dai giochi).

Il dibattito che periodicamente riaffiora sul rapporto fra Groenlandia, Danimarca e Stati Uniti d’America viene oggi presentato come uno scandalo politico o come una pericolosa deriva imperialistica. In realtà, se si abbandona la retorica e si recupera la memoria storica, emerge un quadro molto diverso: quello di una relazione consolidata, fondata su precedenti chiari e su un realismo geopolitico che per decenni nessuno ha messo in discussione.
I rapporti tra Washington e l’area groenlandese affondano le radici già nell’Ottocento. Gli Stati Uniti, fin dalla loro affermazione come potenza marittima e commerciale, hanno guardato al Nord Atlantico e all’Artico come a spazi strategici essenziali per la sicurezza delle rotte e per il controllo degli equilibri globali. In questo contesto, la Danimarca non ha mai assunto un atteggiamento ideologico o difensivo, ma ha sempre agito in modo pragmatico, ben consapevole dei propri limiti strutturali nel controllo e nella difesa di territori immensi, remoti e scarsamente popolati.
Un precedente storico fondamentale, oggi spesso rimosso dal dibattito pubblico, è quello del 1917, quando Copenaghen vendette agli Stati Uniti le Indie Occidentali Danesi, divenute poi le Isole Vergini Americane. Fu una scelta pienamente volontaria, motivata da ragioni economiche e di sicurezza, che dimostra come la Danimarca non abbia mai considerato la sovranità territoriale un dogma intoccabile, soprattutto quando non era in grado di garantirne la difesa. All’epoca non si gridò allo scandalo, non si parlò di imperialismo: prevalse semplicemente il realismo.
Per quanto riguarda direttamente la Groenlandia, gli accordi sono ancora più significativi. Tra il 1916 e il 1917, nel contesto della Prima guerra mondiale, gli Stati Uniti riconobbero formalmente la sovranità danese sull’intera isola. In cambio, la Groenlandia venne di fatto inserita nella sfera di sicurezza nordamericana. Non fu un passaggio tecnico o marginale, ma una scelta politica di fondo: la difesa di quel territorio sarebbe stata garantita, nei fatti, dalla potenza americana.
Durante la Seconda guerra mondiale questa impostazione divenne realtà operativa. Con la Danimarca occupata dalla Germania nazista, furono gli Stati Uniti ad assumere la responsabilità diretta della difesa dell’isola, installando infrastrutture militari strategiche. Da allora, la presenza americana non è mai venuta meno. La base di Pituffik, già Thule, rappresenta ancora oggi uno dei pilastri del sistema di difesa missilistica e del controllo dell’Artico e del Nord Atlantico. Tutto ciò è avvenuto sulla base di accordi bilaterali formali, con il consenso di Copenaghen.
Alla luce di questi precedenti, appare quantomeno singolare che oggi si parli di “ingerenza” o di “ambizioni improprie”. La centralità della Groenlandia non nasce da un capriccio americano, ma da un mutamento profondo del contesto internazionale. Lo scioglimento dei ghiacci, l’apertura di nuove rotte commerciali e l’accesso a risorse strategiche hanno attirato l’attenzione di potenze come Russia e Cina, che considerano l’Artico una naturale estensione delle proprie ambizioni geopolitiche e militari.
Ed è qui che emerge il vero convitato di pietra: l’Europa. L’Unione europea continua a produrre documenti, strategie e dichiarazioni solenni, ma non dispone né di una politica estera unitaria né, soprattutto, di una capacità militare autonoma. Non esiste una difesa comune, non esiste una catena di comando credibile, non esiste una reale capacità di deterrenza. Parlare di un ruolo europeo in Groenlandia significa indulgere in una narrazione rassicurante, ma priva di qualsiasi fondamento operativo.
La Danimarca, da sola, non ha i mezzi per affrontare una competizione geopolitica di questa portata. L’Europa, nel suo complesso, non ha né la volontà politica né gli strumenti per garantire sicurezza e stabilità in una regione strategica come l’Artico. In questo scenario, l’unico ombrello credibile resta quello statunitense. Non per affinità ideologica, ma per capacità reali, presenza militare e interesse strategico diretto.
Se davvero la Groenlandia è oggi minacciata, allora la questione non è perché gli Stati Uniti vogliano rafforzare la loro influenza, ma perché si continui a fingere che esistano alternative concrete. A meno che qualcuno, per pura ostilità ideologica, non preferisca davvero che la Groenlandia finisca sotto l’egemonia russo-cinese pur di non riconoscere il ruolo degli Stati Uniti, magari solo perché guidati da Donald Trump. Ma questa non sarebbe una scelta strategica: sarebbe un atto di irresponsabilità geopolitica.
La geopolitica non si governa con i principi astratti, né con le antipatie personali. Si governa con la storia, con i rapporti di forza e con la capacità di garantire sicurezza. E la storia dimostra che il legame tra Groenlandia, Danimarca e Stati Uniti non è una forzatura recente, ma una costruzione di lungo periodo. Ignorarlo oggi non rende il mondo più giusto: lo rende soltanto più instabile.








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