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Groenlandia, il ghiaccio e il potere: la domanda che l’Europa non osa porsi
Groenlandia: Trump non scherzava. La guerra fredda per le risorse che l’Europa ignora. Dietro la provocazione dell’acquisto c’era una strategia precisa. Ecco perché USA, Russia e Cina si contendono l’Artico mentre l’UE sta a guardare.

Quando Donald Trump parlò apertamente della possibilità di “comprare” la Groenlandia, gran parte dell’opinione pubblica europea reagì con ironia, come se si trattasse dell’ennesima provocazione di un presidente fuori dagli schemi. In realtà, dietro quella formula volutamente brutale si nascondeva una lettura sorprendentemente lineare della geopolitica contemporanea. Trump non stava facendo un’offerta immobiliare: stava sollevando una questione di potere. E come spesso accade nella storia, chi si rifugia nel sarcasmo lo fa per evitare una domanda più scomoda.
Il dibattito europeo si è concentrato quasi esclusivamente sugli aspetti economici: i costi proibitivi dello sfruttamento delle risorse groenlandesi, l’assenza di infrastrutture, le condizioni climatiche estreme. Tutto vero, ma largamente irrilevante. Le grandi potenze non ragionano mai in termini di ritorni immediati. Prima viene il controllo dello spazio, poi – eventualmente – lo sfruttamento delle risorse. È una costante storica: dall’Impero britannico, che dominava gli stretti marittimi prima ancora delle colonie, agli Stati Uniti, che compresero il valore strategico di Panama e di Suez ben prima di ogni calcolo finanziario. L’Artico si inserisce perfettamente in questa logica secolare.
Dal punto di vista geografico, la Groenlandia è una piattaforma naturale tra Nord America ed Eurasia. Domina l’accesso all’Artico occidentale e alle rotte polari che, con lo scioglimento dei ghiacci, stanno passando da ipotesi teorica a realtà strategica. Non è una scoperta recente: già durante la Seconda guerra mondiale Washington ne intuì l’importanza, installando infrastrutture militari a protezione dell’Atlantico settentrionale. In piena Guerra fredda, la base di Thule divenne uno snodo fondamentale del sistema di allerta missilistica contro l’Unione Sovietica. La storia mostra con chiarezza che la Groenlandia torna centrale ogni volta che l’ordine internazionale entra in una fase di confronto sistemico. E oggi siamo esattamente in quel momento.
La nuova corsa all’Artico non nasce certo con Trump. La Russia ha militarizzato la regione, riattivando basi, installando radar e costruendo una flotta artica senza equivalenti, trasformando la Northern Sea Route in una dorsale strategica sotto stretto controllo statale. La Cina, con il pragmatismo tipico delle potenze emergenti, si è autodefinita “near-Arctic state” e investe sistematicamente in ricerca, infrastrutture e accesso alle risorse, pur non avendo alcuna legittimità geografica diretta. In questo contesto, per gli Stati Uniti la Groenlandia rappresenta una linea avanzata di contenimento: perderne l’influenza significherebbe concedere all’asse russo-cinese un vantaggio strategico difficilmente recuperabile.
Le risorse minerarie dell’isola – terre rare, uranio, minerali critici – vanno lette in questa prospettiva. Non sono la causa primaria dell’interesse americano, ma il suo moltiplicatore nel lungo periodo. Il punto non è estrarle domani, bensì impedire che diventino domani uno strumento di pressione geopolitica. Washington ha compreso, forse più tardi del dovuto, che la dipendenza dalle catene di approvvigionamento controllate da Pechino è una vulnerabilità strategica. La Groenlandia, in questo senso, è una polizza assicurativa sul futuro.
Al di là dei toni accesi ed estremi utilizzati da Trump, esiste tuttavia una possibile via di mezzo, molto più realistica sul piano politico: mantenere lo status quo formale con la Danimarca, rafforzando al tempo stesso in modo massiccio la presenza militare e logistica statunitense sull’isola. In altre parole, nessuna annessione, nessuna rottura giuridica, ma una concessione piena agli Stati Uniti di tutte le basi, le infrastrutture e le capacità operative necessarie. Sarebbe una soluzione perfettamente coerente con la storia dell’isola e con la prassi geopolitica americana: controllo sostanziale senza sovranità formale, potere reale senza clamore istituzionale.
Trump ha avuto il merito – o la colpa, per i suoi detrattori – di dire apertamente ciò che altre amministrazioni preferivano lasciare sottotraccia. Il linguaggio del “deal” era volutamente provocatorio, quasi rozzo, ma serviva a rendere esplicito un messaggio che altrimenti sarebbe rimasto confinato nei documenti strategici: l’Artico è un teatro di potenza e gli Stati Uniti non intendono arretrare. Ed è qui che si impone una riflessione inevitabile, quasi sibillina: se domani Russia e Cina decidessero di spingere davvero sulla Groenlandia, l’Europa sarebbe in grado di impedirlo?
La risposta, per chi osserva senza illusioni, è tutt’altro che rassicurante. L’Unione Europea ha mostrato, con la crisi ucraina, tutti i propri limiti strategici: dipendenza militare dagli Stati Uniti, lentezza decisionale, assenza di una vera capacità autonoma di deterrenza. Ha potuto fare qualcosa solo perché protetta dall’ombrello americano. Pensare che, in uno scenario artico ben più remoto e complesso, l’Europa possa agire da sola è un esercizio di fantasia. Se ha faticato – e fatica – a incidere sul proprio continente, figuriamoci su un teatro glaciale dove contano logistica, forza militare e visione di lungo periodo.
La Groenlandia, dunque, non è il capriccio di un presidente americano fuori dagli schemi. È il simbolo di una transizione storica in cui spazio, rotte e risorse tornano a essere il linguaggio fondamentale del potere. Gli Stati Uniti lo hanno capito, Russia e Cina lo stanno già mettendo in pratica. L’Europa, ancora una volta, preferisce non porsi la domanda decisiva. Ma nella storia, ignorare le domande giuste non ha mai impedito che altri dessero le risposte.
Antonio Maria Rinaldi
Domande e risposte
Perché la Groenlandia è tornata così importante proprio adesso? La rilevanza della Groenlandia è ciclica e legata alle tensioni globali. Durante la Guerra Fredda era fondamentale per i radar antimissile; oggi lo è per due nuovi fattori: lo scioglimento dei ghiacci, che apre nuove rotte commerciali e militari nell’Artico, e la competizione serrata con Russia e Cina. Mosca sta militarizzando la regione polare, mentre Pechino cerca di inserirsi come attore economico e strategico. Gli USA non possono permettere che un territorio così vicino ai propri confini cada sotto l’influenza di potenze rivali.
L’interesse americano è solo militare o ci sono motivazioni economiche? Sebbene la sicurezza nazionale sia il motore primario, l’aspetto economico agisce da “moltiplicatore”. La Groenlandia possiede vasti giacimenti di terre rare, uranio e minerali critici, essenziali per l’alta tecnologia e la transizione energetica. Attualmente, la Cina domina la raffinazione di questi materiali. Per Washington, controllare o avere accesso privilegiato a queste risorse non serve tanto per un profitto immediato, quanto per spezzare la dipendenza dalle catene di fornitura cinesi e garantire la propria autonomia industriale in caso di crisi.
L’Europa ha qualche possibilità di influenzare il destino della Groenlandia? Le possibilità sono estremamente limitate. Nonostante la Groenlandia sia legata alla Danimarca (membro UE e NATO), l’Unione Europea manca di una capacità di proiezione di forza militare autonoma (la cosiddetta hard power). La crisi ucraina ha evidenziato come la sicurezza europea dipenda quasi interamente dall’ombrello statunitense. In uno scenario artico, che richiede logistica complessa e mezzi specifici, l’Europa non ha né la struttura né la rapidità decisionale per opporsi a manovre russe o cinesi senza il supporto determinante degli Stati Uniti.








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