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LE GRANDI TEORIE ECONOMICHE SONO ETICHE

 

Mentre con la parola scienza nell’epoca contemporanea si intende quella sperimentale, secondo la sua etimologia essa corrisponde ad un “sapere ad alto livello”. Ecco perché per lungo tempo ha incluso in primo luogo la filosofia, per non parlare della teologia. Fra le scienze sperimentali e quelle d’osservazione – come l’astronomia, la botanica o la zoologia – se ne pongono alcune in cui i dati sono incerti: ad esempio la psicologia, la sociologia e la stessa storiografia. Qui ci si accontenta di conclusioni semplicemente probabili. Il punto comune, fra tutte loro, è il metodo. Non più affermazioni che discendono da principi generali (o, peggio, dalla Bibbia) ma dati di fatto dai quali, eventualmente, risalire a principi generali. Di loro fa parte l’economia.

La “scienza economica” – che in sé riguarda tutto ciò che vive – in mano ai competenti è arrivata a formulazioni tanto complicate da necessitare diagrammi e formule che tagliano inesorabilmente fuori il profano. E tuttavia l’armamentario tecnico serve piuttosto all’insegnamento universitario, all’amministrazione dello Stato, o alle grandi imprese, che alla politica economica di un Paese. In questo campo, dal momento che le decisioni sono essenzialmente politiche, un assessore comunale potrebbe essere più qualificato, per le scelte. Per sapere come è fatta e come può funzionare al meglio un’automobile di Formula 1 è necessario avere una serie di altissime competenze, ma poi per guidarla si richiede soltanto una persona capace di vincere in pista. Nello stesso modo, l’economia è forse una scienza, ma la macroeconomia, quando si tratta di guidare un Paese, è quasi materia di fede.

L’esempio più evidente è quello del marxismo economico. Secondo questa teoria, una parte della ricchezza prodotta dagli operai  e dai contadini va a remunerare il capitale; questo capitale – terra, strumenti di produzione, disponibilità finanziarie – appartiene a dei privati i quali dunque sottraggono una parte di quell’utile “senza far nulla”. Poiché tuttavia la produzione senza strumenti è impossibile, se si vuole che gli operai incassino l’intero prodotto del loro lavoro è necessario che il capitale appartenga a loro stessi, cioè allo Stato. Teoria impeccabile. Poi però in concreto si è visto che, mentre chi assume dei lavoratori perché lavorino per lui ha una tale efficienza che produce – diciamo – cento, e a lui rimangono dieci, col sistema marxista i lavoratori producono in tutto sessanta e di fatto incassano meno che se se si fossero divisi i novanta residui. In Russia si diceva: “lo Stato fa finta di pagare gli operai che fanno finta di lavorare”.

La materia comincia ad allontanarsi molto dalla pretesa che l’economia sia una scienza. I dirigenti marxisti si sono detti che gli operai i quali lavorano con meno lena che nell’impresa privata sono intellettualmente e moralmente colpevoli: infatti, se si comportassero come se ci fosse il padrone a sorvegliarli, alla fine si spartirebbero cento unità di ricchezza. Battendo fiacca commettono dunque un furto gli uni a danno degli altri. Se poi, per giunta, a causa della loro ignoranza, si lamentano di un sistema che opera nel loro esclusivo interesse e vorrebbero rovesciarlo, diviene necessario imporgli il Bene (dato morale) con la forza. È questa l’origine delle dittature comuniste. I governanti erano talmente convinti di essere nel giusto da travolgere tutte le possibili obiezioni.

Tutto ciò non sembra molto economico ed infatti, facendo salire di livello la riflessione, ci si è chiesti se fosse la natura umana, ad opporsi all’economia marxista, o se bisognasse meglio educare i lavoratori. La prima ipotesi ha condotto ad un ritorno ancor più convinto all’iniziativa privata (si pensi alla Cina), la seconda è stata quella di Pol Pot, in Cambogia. Questi ha condotto il ragionamento alle sue estreme conseguenze: se gli adulti, soprattutto intellettuali, non possono essere rieducati, ammazziamoli a milioni, sperando che le nuove generazioni, educate come si deve, assicurino il successo del marxismo.

Questi esperimenti su grande scala (Unione Sovietica, Cina comunista o Cambogia) hanno insegnato molto a chi li ha vissuti sulla propria pelle (ammesso che sia sopravvissuto), ma non hanno intaccato la mentalità di Paesi – come la Francia o l’Italia – dove sembra incontrastabile il marxismo più o meno sotterraneo, o comunque il principio della necessità di un’economia dominata dal Bene, non dall’aritmetica del dare e dell’avere.

Il risultato è una serie di diseconomie che, accumulandosi, portano a poco a poco questi grandi Paesi ad un ritardo pressoché incolmabile rispetto a nazioni meno “virtuose”, o perfino al fallimento. Ma chi ha il coraggio di andare contro il Bene?

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

8 agosto 2014

 

 

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