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Google, Facebook e Airbnb diventano collaboratori fiscali. Non pagando le tasse, ma denunciando i partners

La notizia ha più che dell’incredibile; ha del farsesco: Google, Facebook e Airbnb diventano collaboratori fiscali.

I tre giganti dell’evasione fiscale, campioni in patteggiamenti, però non hanno deciso di pagare le tessa nei Paesi dove fatturano. Piuttosto hanno accettato di fare la spia ai propri stessi pratners. Come? Promettendo di spifferare al fisco i dati relativi alle transazioni a cui i loro servizi online sono collegati.

Insomma se tu decidi di promuovere un tuo prodotto o servizio sui social, attraverso le campagne di vendita su Facebook, YouTube, Instagram, ecc. o utilizzando le loro vetrinevirtuali, le transazioni derivate da esse, potrebbero finire nel mirino del fisco.
Lo hanno stabilito Facebook, Google e Airbnb assieme ai vertici della UE.

Tu fai affari con loro? E loro ti segnalano…

Ecco l’articolo apparso su Il Sole 24 Ore:

Google, Facebook e Airbnb diventeranno «collaboratori fiscali» della Ue.

Proposta della Commissione approvata dai ministri Ecofin: i giganti del web forniranno i dati di chi le utilizza per fare business. Soddisfatto Gualtieri.

Nell’articolo leggiamo che: “La Direttiva ha implicazioni importanti perché, oltre a Google e Amazon, anche Facebook, Instagram, Airbnb dovranno informare il fisco sull’identità di chi si arricchisce attraverso le proprie piattaforme.”.

Raccapricciante il testo della proposta che “mira a rafforzare l’equità, intensificando la lotta contro l’abuso, frenando la concorrenza sleale e aumentando la trasparenza”.

Ma se qualcuno si illude di riscontrare la ben che minima protesta si sbaglia. Al contrario.

La dimostrazione che la corrente va in direzione opposta sta nella corsa all’oro della lotteria degli scontrini.
Appena partita, ha fatto andare in tilt i sistemi di registrazione al concorso.
I polli accorrono, mentre alle loro spalle i grandi evasori tendono la rete assieme ai governi europei.

 

Tu mi segnali? E io tichiudo le vetrine.

In quanti saranno quelli che invece chiuderanno i loro rapporti commerciali con Google e Facebook è difficile dirlo. Supponiamo che saranno in pochi quelli che seguiranno l’esempio di Spirit of St. Louis; coraggioso marchio di moda a cui avevamo giù accennato in  un precedente articolo sul made in Italy.

Ecco come ha immediatamente risposto alla notizia. Con un breve articolo la start-up di moda, il giorno seguente l’articolo del Sole, ha lanciato il proprio comunicato, appena pochi giorni dopo aver lanciato il suo negozio online.

“Pur non avendo nulla da nascondere… siamo per l’apertura, non per la chiusura entro recinti sempre più stretti.”.

“Spirit of St. Louis non intende collaborare con Aziende che patteggiano con il Governo italiano o a livello europeo il trasferimento di dati sensibili, ovvero di fare attività di spionaggio sui partners invece che concentrarsi esclusivamente sulla promozione delle loro attività.
Non intendiamo consegnare i dati sulle nostre attività commerciali che l’Agenzia delle Entrate non sia già in grado di raccogliere nel normale rapporto tra Aziende e Stato.
Paghiamo già le tasse affinché ciò avvenga, ovvero che lo Stato svolga le sue funzioni. Non è altresì Nostra intenzione dover sospettare che qualcuno possa inviare dati errati così da assumendoci la preoccupazione che ai cronici errori dell’erario, si possano aggiungere anche i Vostri.”

Nonostante i social sarebbero necessari al sostegno di campagne promozionali  dei capi realizzati, Spirit of St. Louis ha deciso di limitarne l’uso per quel che concerne campagne ed esposizione nelle vetrine virtuali sulle piattaforme dei due giganti dell’IT.

All’interno del testo che possiamo raggiungere a questo link, troviamo anche altri spunti che colgono aspetti dal punto di vista dei piccoli produttori.

Quanti avranno la forza di seguire questo esempio?
Cosa ne pensi di questa iniziativa e della risposta che andrebbe data dai fruitori dei servizi di Facebook, Google e Airbnb ?


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