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GLI ITALIANI E IL NO

Per fatto personale.
Antefatto inevitabile. Avevo scritto un mordace articoletto sulla “Libidine del no”(1), cioè del piacere che, nel dubbio, tanta gente ha di dire no piuttosto che sì, di rifiutare le novità e a volte perfino il progresso, e un amico mi ha chiesto se la conclusione (il piacere di dire di no dipende dal fatto che “la gente è stupida, ignorante e complessata”), si riferisse particolarmente agli italiani. “Gli stupidi e gli ignoranti ci sono in qualsiasi altro Paese, spesso più che in Italia. E allora perché?” Qui si abbozza una risposta.
Il nazionalismo, oltre a falsare il giudizio, rende ridicoli. Ma è anche necessario astenersi da un compiaciuto disprezzo del proprio Paese, perché anch’esso falsa il giudizio. Parlare della propria patria con obiettività è dunque estremamente difficile. Forse impossibile. Né ci si può fidare del giudizio degli stranieri, perché anch’essi hanno i loro pregiudizi. Noi italiani abbiamo i nostri difetti, ma siamo spesso giudicati peggio di quanto meritiamo da francesi, inglesi, tedeschi e persino svizzeri. Dunque ciò che dirò non pretende patenti di verità obiettiva. Dirò soltanto, onestamente, come la penso.
A mio parere l’Italia soffre di alcuni handicap: non è stata a lungo unita come lo sono state la Francia, la Spagna e l’Inghilterra, e dunque ha un complesso riguardante la potenza militare. Prima dell’unità siamo stati ovviamente incapaci di pensare in termini nazionali, dopo l’unità siamo stati incapaci di pensare in termini di lealtà internazionale: almeno quel minimo che potesse impedire la nascita del detto: “gli italiani non finiscono mai una guerra con gli stessi alleati con cui l’hanno cominciata”. Non m’interessa se sia vero o no, so soltanto che nessuno lo dice degli spagnoli.
I nostri complessi sono accentuati dalla coscienza della grandezza del nostro passato culturale e artistico. Il contrasto fra la grandezza intellettuale della Penisola, e la sua pochezza nell’ambito internazionale, è da sempre stridente.
Il secondo handicap è il non avere beneficiato della rivoluzione morale del Protestantesimo. La Germania che pure aveva – come noi – un passato militare ben poco glorioso (almeno fino a Sadowa) è divenuta una ragguardevole potenza militare per la coesione e l’affidabilità del suo popolo. Noi italiani invece siamo rimasti una nazione caotica, scucita, che non ha nessuna fiducia nei suoi governanti. E con qualche ragione Basta pensare a come l’ultima guerra ci disonorò: da sciacalli opportunisti dichiarammo guerra alla Francia agonizzante nel 1940, e proseguimmo poi con la dichiarazione di guerra alla Germania agonizzante nel 1943.
A titolo personale gli italiani sentono di valere quello che valgono, e lo dimostrano ogni volta che vanno all’estero. A titolo di collettività hanno invece dei complessi. Pur disponendo della lingua che per prima ha avuto una grande letteratura in Europa, scimmiottano l’inglese, usandolo ad ogni piè sospinto ed anche a sproposito, ma riescono tuttavia a non impararlo. Nel loro intimo sono convinti che ciò che avviene all’estero, e in particolare negli Stati Uniti, sia per ciò stesso migliore di ciò che avviene in Italia, e dunque da imitare. E che cosa imitiamo più volentieri? Il peggio.
In questo campo c’è un esempio indimenticabile. Nel 1967 leggevo allibito ciò che avveniva all’università di Berkeley e mi sembravano follie che rischiavano di danneggiare l’insegnamento universitario e la cultura. E tuttavia il movimento fu imitato alla grande da un altro grande Paese, la Francia, che cominciava a perdere fiducia in sé, tanto da bere whisky pur avendo il cognac. Lì il ’68 divenne una rivoluzione che non vinse semplicemente perché – a parte gli slogan e le mode – non aveva idee. Il famoso Soixante-huit fu presto dimenticato.
Ma quando, imitazione di un’imitazione, il movimento giunse in Italia, fu vissuto con un entusiasmo sconosciuto altrove. Negli Stati Uniti e in Francia presto non se ne parlò più, in Italia durò anni ed anni. Ancora decenni dopo c’era gente – e forse c’è ancora – che diceva: “Io ho fatto il Sessantotto”. Più o meno come un soldato della Grande Armée poteva dire: “Io ho fatto la campagna di Russia”.
È per questa tendenza all’imitazione e all’esagerazione delle mode che gli italiani hanno tendenza a dire di no. Dire di no è caratteristico di chi è progredito e sazio. Anni fa i più sazi erano gli americani: infatti inventarono una parola sprezzante, il “consumerism”, il consumismo. Dimenticando che questo malanno è infinitamente più piacevole della miseria e della fame. Ma noi ci allineammo, e ci schierammo contro il consumismo anche prima di averlo.
La nostra ansia di stare con i vincitori si vide anche dopo la guerra. Dopo avere applaudito per vent’anni Mussolini, da un giorno all’altro, essendo cambiato il vento, gli italiani stramaledirono tutto, di quei vent’anni, e finsero di credere di avere vinto quella guerra che avevano disastrosamente perduto. Fino a festeggiare, il 25 aprile, il completamento dell’invasione straniera. Quando dico che, leggendo un libro di storia non scritto in italiano, della nostra Resistenza praticamente nessuno parla (a differenza di quella jugoslava o francese) tutti mi guardano stupiti. Ma, non conoscendo lingue straniere, non possono controllare.
Ecco perché ho poca stima degli entusiasmi dei nostri connazionali. La loro voglia di dire di no a tutto fa parte delle mode.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
28 luglio 2015
(1) http://pardo.ilcannocchiale.it/2015/07/27/la_libidine_del_no.html

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