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Economia

Giorgia Meloni capofila in Europa della battaglia sugli Ets

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Giorgia Meloni è partita per Bruxelles, dopo avere varato in un Cdm serale il taglio delle accise per frenare la corsa ai carburanti, scatenata dallo scoppio della guerra nel Golfo.  E’ partita combattiva come non mai verso un Consiglio europeo, che rischia di essere quasi totalmente incentrato sul tema energia e in particolar modo sul sistma degli Ets, che da tempo il nostro chiede di sospendere o comunque di modificare.

Il primo è stato il 26 febbraio il ministro del Made in Italy e della imprese, Adolfo Urso che a Bruxelles lancio appunto la proposta di sospendere un sistema che rischiava di diventare un ‘extra tassa per le imprese europee “Il sistema ETS, così come concepito, rappresenta un’ulteriore tassa a carico delle imprese europee, incidendo sui costi e limitandone la competitività. Ne chiederemo la sospensione alla Commissione europea, fino a una sua profonda revisione che intervenga sia sui parametri di riferimento delle emissioni, sia sui meccanismi di assegnazione delle quote, incluso il rinvio della graduale eliminazione delle quote gratuite, e che introduca finalmente un meccanismo stabile di sostegno per le imprese esportatrici, non ancora compiutamente definito nella riforma del CBAM”.  disse il ministro, alla riunione dei Paesi “Friends of Industry”, il format informale che riunisce i ministri dell’Industria di alcuni Stati membri europei – tra cui Italia, Francia, Germania, Spagna, Polonia e Repubblica Ceca – per coordinare le posizioni in vista del Consiglio Competitività.

Ieri la premier ha invece inviato una lettera alla presidente della commissione Ursula Von der Leyen, sottoscritta da altri nove paesi ( Austria, Bulgaria, Croazia, Grecia, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia e Ungheria) in cui si chiede espressamente una revisione del meccanismo che sta preoccupando le imprese europeo come ha sottolineato lo stesso presidente della Confindustria, Emanuele Orsini ” Chiediamo una “sospensione del mercato Ets, il nostro è un grido d’allarme. La richiesta è determinata dal contesto, perché purtroppo non ci aspettiamo che il conflitto finisca presto, che il gas o la benzina possano costare di meno.” ha detto in una intervista con il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung. La scelta del quotidiano tedesco non è casuale visto che proprio la Germania rischia di essere l’ago della bilancia tra i due poli favorevoli e contrari alla modifiche sugli Ets.

Orsini ha costruito nelle ultime settimane un asse con Bdi e Medef, le Confindustrie tedesca e francese, per dimostrare il rischio concreto di “desertificazione industriale” delle imprese energivore – dalla ceramica alla chimica, dall’acciaio alla carta – e chiedere congiuntamente all’Europa di riformare l’Ets per limitarne volatilità e spinte speculative, mettendo il Carbon Border Adjustment Mechanism al servizio dell’industria europea.

Nella lettera i dieci ricordano come, rispetto al momento in cui è stato varato il Green Deal, lo scenario sia radicalmente cambiato: prezzi dell’energia alle stelle, inflazione che rende più costosi gli investimenti e tecnologie di decarbonizzazione ancora immature in interi segmenti industriali difficili da abbattere. Di qui la denuncia di un tracciato Ets fino al 2034 «troppo ripido ed eccessivamente ambizioso», che trasforma il quadro normativo in un «rischio esistenziale» per molte filiere strategiche

Meloni ha riproposto il ragionamento in un colloquio serale con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, e stamattina in un prevertice con Merz e il premier belga Bart de Wever. Il ragionamento di Palazzo Chigi è semplice: l’Esecutivo comunitario deve tenere conto dei fattori per cui l’Ets si trasforma per l’Italia in una tassa che, secondo il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, «arriva a pesare per oltre 7 miliardi sul totale dell’energia consumata». Nel mirino è il meccanismo di calcolo del prezzo, che viene determinato dal “prezzo marginale”, cioè dalla fonte più costosa utilizzata, spesso il gas. Nelle situazioni di picco dei prezzi delle fonti, come quella che stiamo vivendo a causa della crisi in Medio Oriente e nel Golfo, l’onere che si scarica su famiglie e imprese diventa insopportabile.

Gli interventi che Roma si aspetta da Bruxelles sono precisi: proroga delle quote gratuite almeno per le industrie energivore, introduzione di un tetto alla volatilità del prezzo delle quote Ets e correzione dell’applicazione indiretta del meccanismo sulle rinnovabili. La soluzione ideale per il governo sarebbe la sospensione dell’Ets sul termoelettrico, su cui però converge una minoranza di Paesi. Per questo sul tavolo restano anche misure alternative come la defiscalizzazione dell’Ets o la non applicazione dell’Iva, oggi obbligata da una direttiva europea.

La presidente Von der Leyen nei giorni scorsi ha fatto aperture in merito alla possibilità di apportare modifiche ad un meccanismo che alla luce del contesto geopolitico attuale e per come è stato strutturato il meccanismo dello scambio di quote co2 ( dal momento che è stato concesso di entrare nel mercato anche ai fondi di investimento, e quindi reso a tutti gli effetti uno strumento speculativo).

Tra gli ambienti diplomatici italiani c’è grande fiducia che ancora una volta la premier riesca con il suo piglio pragmatico e allo stesso autorevole, convincere la Ue a ripensare anche se solo temporaneamente questa misura, cosi come gia fatto con i motori termici e con altre assurde regole contenute nel green deal della passata legislatura. D’altra parte il vento anche nel Parlamento europeo è cambiato e più volte i popolari europei, proprio sui temi del green deal ( oltre che su quelli della migrazione) hanno votato compatti con le destre. Ma intanto la premier ha già allertato i ministri per tenersi pronti anche ad un nuovo Cdm nel weekend al suo ritorno da Bruxelles. Il suo impegno per tutelare i cittadini ed imprese dai rialzi dei prezzi dell’energia,, è massimo e nel caso da Bruxelles dovesse tornare a mani vuote, sarebbe pronta anche a varare nuove misure per frenare i rialzi energetici e la speculazione, dopo il conflitto nel Golfo scatenato da Israele e Usa.

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