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Galli della Loggia Vs Botti: chi ha ragione su papa Francesco


Papa Francesco fa litigare anche gli storici. E’ accaduto in questi giorni con lo scontro a distanza fra il professor Ernesto Galli della Loggia, editorialista del Corriere della Sera e Alfonso Botti professore di Storia contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia che ha risposto dalle colonne de La Stampa. E dimostra come i difensori di Bergoglio, in questo caso Botti, non possano fare a meno di cadere, loro malgrado, in quelli che sembrano essere i soliti e scontati luoghi comuni della propaganda anti-clericale.

Ma andiamo per ordine. Galli della Loggia il 9 maggio scorso ha scritto sul Corriere della Sera che “non appena oltrepassa l’ambito delle cerimonie e dei riti, il discorso pubblico di Francesco inclina a perdere ogni specificità di tipo religioso”. In sostanza Galli della Loggia muove al papa regnante le critiche che ormai da tempo stanno accompagnando il suo pontificato, ovvero quelle di svuotare i suoi discorsi della forza del magistero. Francesco infatti sembra trascurare sempre di più termini come “pentimento” e “conversione” e sembra far venir oggettivamente meno l’esigenza di “scoprire il senso cristiano della vita e della morte, ovvero la verità della trascendenza, elemento costitutivo di ogni religione”. Alla fine il discorso di Bergoglio, per Galli della Loggia, finirebbe per tradursi in una posizione unicamente ideologica, seppur con tutti i necessari richiami al Vangelo.

La tesi dell’editorialista del Corriere Della Sera fa così rima con le critiche giunte da più parti all’indirizzo del papa che, a differenza dei suoi predecessori, sembrerebbe non essere più in grado di incidere politicamente sul corso degli eventi e della storia, lasciando i cattolici soli a combattere le loro battaglie. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: il più evidente è sicuramente la totale assenza della “voce papale”nell’ambito dell’eterna lotta dei Paesi cattolici del Sud Europa contro quelli del Nord luterani e calvinisti per ciò che riguarda il sistema economico e finanziario della UE, la moneta unica e ultimamente gli interventi a sostegno delle popolazioni colpite dal Covid-19. Il messaggio del papa insomma sarebbe diventato talmente “ideologicamente universale” da essere stato completamente depurato dall’essenza dell’essere cattolici e dalle esigenze di difesa della Chiesa in Europa e nel mondo.

Ma ecco che Botti, intervenendo sul quotidiano La Stampa, nel tentativo di dimostrare la debolezza delle argomentazioni di Galli della Loggia finisce suo malgrado per rafforzarle. Perché alla fine il suo intervento sembrerebbe rivolto unicamente a dimostrare come Galli sia in realtà funzionale alla destra sovranista e nazionalista e ai cattolici integralisti. E come spesso accade ad opera dei “bergogliani “, la difesa del pontefice finisce anche in questo caso per trasformarsi in una “messa alla berlina” di chi si è permesso la critica.

Così Galli della Loggia viene accusato di possedere un’idea “molto catechistica anni cinquanta e devozionale dell’elemento costitutivo del cristianesimo che certo continua ad essere presente nella Chiesa ma che non può essere presentata come unica e soprattutto come normativa”. Colpisce il chiaro riferimento all’esperienza della Chiesa pre-conciliare che i cattolici progressisti hanno l’abitudine di “macchiettizzare”, rappresentandola come un’ enclave di bigotti e di beghine, tutta rosari e flagellazioni, paura dell’inferno e pratiche devozionali estreme con madonne piangenti, cristi sofferenti e peccati da scontare.

Ma Botti si spinge anche oltre scomodando niente meno che San Pio X, il papa della lotta antimodernista di inizio novecento, di cui oggi l’editorialista del Corriere incarnerebbe una linea di continuità. Mentre Francesco altro non sarebbe che il miglior allievo del teologo progressista Karl Rahner, e il suo pontificato renderebbe finalmente concreta l’attuazione dei principi del modernismo che il gesuita tedesco tentò di far adottare dal Concilio Vaticano II, riuscendoci però solo in parte. Per Botti, proprio ispirandosi a Rahner, è possibile manifestare la massima espressione della “religiosità” coniugata con la politica. In fondo spiega il docente “cosa ci può essere di più religioso, nel senso del richiamo alla trascendenza, dell’enciclica programmatica Evangelii Gaudium e di più politico rispetto ai drammatici problemi dell’ambiente e del mutamento climatico della Laudato sì?”.

Il nodo del discorso di Botti alla fine è tutto politico, anche se in apparenza il suo sembrerebbe un intervento volto a far emergere la religiosità bergogliana negata da Galli della Loggia. E così, dopo gli scontati e prevedibili elogi a Francesco per aver messo fine allo strapotere della Curia romana che i due predecessori, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, avevano per motivazioni diverse favorito, per aver messo il silenziatore ad una Cei che con il cardinale Ruini al timone osava intromettersi nelle vicende politiche italiane, e per aver fatto deflagrare lo scandalo pedofilia aprendo armadi, cassetti e facendo venire alla luce tutti gli scheletri (ne è sicuro l’autore?), arriva il vero colpo di scena. Perché per Botti il grande capolavoro di Francesco è sicuramente quello di aver “riequilibrato” l’asse di una Chiesa “troppo eurocentrica”, restituendo importanza e valore alla Chiesa dell’America Latina che lo storico identifica con la contestata “Teologia della Liberazione”, oggetto per anni della “repressione curiale” ad opera di Wojtyla e Ratzinger; quella repressione che avrebbe favorito lo sviluppo di “sette e chiesuole sedicenti evangeliche, talmente evangeliche da sostenere personaggi come Bolsonaro”.

Alla fine la reprimenda di Botti a Galli della Loggia si risolve nell’accusa, anche questa scontata e prevedibile, di prestare il fianco alla propaganda anti-bergogliana della destra, la destra dai mille volti; quella “perbenista e benpensante”, quella “fascista” e quella “sguaiatamente sovranista dal rosario in mano” (ogni riferimento a Matteo Salvini non è puramente casuale).

Così ad essere deboli sono alla fine proprio le argomentazioni di Botti che sembrano ispirate alle più stravaganti ovvietà della propaganda catto- liberal-progressista. Quella appunto che aveva in Karl Rahner il suo massimo ideologo, la Chiesa che abbracciava il mondo rinunciando al proposito di convertirlo. Perché in fondo, come insegnava il teologo tedesco, siamo tutti “cristiani anonimi” ai quali è concessa la salvezza indipendentemente dall’appartenenza o meno alla Chiesa. Il battesimo diventa elemento secondario rispetto alla coscienza, che può essere rivolta a Dio indipendentemente dal fatto che si possa o meno credere in lui. E nei discorsi di Papa Francesco, come evidenzia del resto anche Galli della Loggia, c’è proprio questa completa assenza del valore dell’essere cattolici, come se appartenere alla Chiesa sia in verità un discrimine. E il richiamo continuo al Vangelo diventa soltanto un corollario di mere posizioni ideologiche. E questo spiegherebbe anche la totale noncuranza rispetto ai destini dell’Occidente e all’esigenza di difenderne l’identità storica e culturale cristiana.

Francesco piace perché è contro le destre ed è da queste contrastato. E paradossalmente Botti, con il suo intervento, non ha fatto che confermare tutta la solidità e concretezza delle critiche mosse a Bergoglio da quelli che, in modo dispregiativo, vengono definiti i “settori più integralisti della Chiesa”. Il vero contributo all’opposizione contro papa Francesco, interna ed esterna alla Chiesa, lo ha offerto lui, altro che Galli della Loggia. Le destre ringraziano.

Americo Mascarucci

Autore del libro “La Chiesa nella Politica”- Edizioni Historica


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