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FRESIELLO DA VALENCIA: La Spagna, l’illusione della flessibilità creativa e il debito pubblico

Ci pregiamo ancora una volta di ospitare il mitico Fresiello da Valencia

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Egli ci aggiorna raccontandoci direttamente ( dalla pancia del paese ) su come stanno le cose oggi nella Spagna di Rajoy; saprà sicuramente introdurci in un mondo che, visto dal suo osservatorio speciale, ci apparirà esattamente per come esso è nella realtà e non per come ce lo raccontano.

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A proposito della Spagna, delle sue pesanti riforme del lavoro in senso di maggiore flessibilitá e di una ipotetica crescita (peraltro sostenuta dall’enorme déficit pubblico che all’Italia è categoricamente vietato di disporre). È curioso notare come, vista da vicino, la situazione sia molto diversa da quella che traspare dai media, anche se ormai dovremmo aver compreso un pó tutti l’entità dell’opera di disinformazione/omissione (vuoi per paura di perdere il posto di lavoro, vuoi per malafede) che quotidianamente i media concorrono a relizzare.

In pratica, oltre alle file lunghissime di disoccupati davanti ai centri per l’impiego, in Spagna ci sono molte proteste locali. La motivazione di tutto ciò sta nel fatto che le riforme di precarizzazione (flessibilità la chiamano gli illuminati dell’economia) non hanno fatto altro che spezzettare e polverizzare la contrattazione, e quindi di conseguenza anche le relative problematiche, in una logica di indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori. Più piccola è la protesta, meno risultati si riescono ad ottenere attraverso essa.

In particolare mi preme raccontare la protesta dell’azienda di trasporto cittadino di Valencia per giungere ad un discorso più ampio relativo al debito pubblico e allo stato.

Nel 2012, dopo il dissesto finanziario dell’azienda di trasporti local (EMT) dovuta principalmente alla malagestione della municipalizzata (cosa alquanto frequente anche da noi in Italia), si chiese ai lavoratori di rinunciare al 8,65% del salario, oltre ovviamente ad una riduzione del personale e degli investimenti. Il patto consisteva nel fatto che grazie alla nuova gestione, più oculata, i dipendenti avrebbero recuperato il salario perso (8,65%) entro pochi anni. Invece oggi si propone un nuovo taglio degli stipendi del 15%. In soldoni, se lo stipendio di un dipendente medio si aggira sui 1600/1700 euro mensili si parla di ridurre le mensilità a 1360/1455.

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Cosa comporta questo modo di agire? Anzitutto lasciatemi premettere che questi tagli e riduzioni sono permessi dalle norme in favore della precarizzazione (flessibilità per gli architetti dell’euro) che in Spagna sono state adottate da 3 anni e che stiamo appena per importare in Italia attraverso il famigerato atto legislativo di matrice anglosassone “job act” (o meglio stiamo solo peggiorandole in quanto già esistenti in Italia). La loro accettazione ideale a livello di opinione pubblica è dovuta proprio al bombardamento mediatico sul concetto di “debito fuori controllo” e di situazione “drammatica” e “speciale”. In pratica il condizionamento mediatico funziona un pó come la guerra nei confronti delle leggi speciali.

Dicevo, questo modo di agire, anche se agli occhi dei più miopi può sembrare un ottimo atto per salvare la municipalizzata dal dissesto, in realtà influenzerà negativamente la domanda locale in quanto quei soldini che si stanno “risparmiando” sono una parte dello stipendio degli autisti che sarebbero serviti per sostenere la propria famiglia, quindi i consumi, quindi il gettito fiscale. Probabilmente, i minori consumi influiranno negativamente su qualche atività commerciale di Valencia, magari già in difficoltà, la quale sarà costretta a chiudere bottega con il risultato per il comune della città di avere qualche disoccupato in più ed un minore gettito fiscale.

Siamo sicuri che questa sia la strada giusta? Risulta argomento tanto complicato e difficile da comprendere?

Come avrete sicuramente notato, non ho provato proprio ad affrontare il problema del peggioramento del servizio dovuto ai minori investimenti e dell’allungamento dei tempi di attesa relativo al minor numero di dipendenti poiché reputo che la qualità sia un lusso cui noi europei delle nazioni del Sud non possiamo più aspirare. Stiamo regredendo a tal punto che è un miracolo conservare il posto di lavoro, figuriamoci se ci possiamo permettere di essere “esigenti” e pensare alla qualità.

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La política dei tagli è  valida se le risorse vengono reimpiegate in altri settori e la questione della riduzione degli sprechi è questione fondamentale e corretta ma che afferisce più alla sfera dell’etica che a quella della pura economia.

Ovviamente la causa originaria di tutto sta nell’architettura dell’euro, sistema che fa si che la moneta sia come una valuta estera estera per tutti gli stati che la adottano, e quindi premessa per le speculazioni sul debito pubblico e sugli squilibri che si possono creare tra le varie nazioni.

L’economia non è una scienza esatta, questo è vero. Ma è pur vero però che un paio di cose ormai sono chiare a tutti: senza debito pubblico saremmo un paese sottosviluppato, come lo sono tutti quei paesi con debito pubblico bassissimo rispetto al Pil.

Per semplificare il concetto di debito debito pubblico vi faccio un esempio, semplice ma efficace. In un mondo ideale, lo stato (sovrano) costruisce con i propri soldini (che felicemente stampa) una bellissima autostrada tra due poli ritenuti fondamentali: il primo in cui si producono beni e il secondo in cui si consumano tali beni. Se la strada costa 100 ovviamente tra le passività dello stato troveremo proprio 100, tuttavia nell’attivo avremo una infrastruttura che vale esattamente 100. E’ solo una questione contabile. Ma al cittadino non frega nulla di tale peculiarità. Quello che conta per le persone è che esiste una strada bellissima che fa bene al commercio e permette ai produttori di trasportare dal punto di produzione al punto di consumo facilmente i propri beni ai consumatori. Ovviamente questi scambi tra produttori e i consumatori costituiranno la base imponibile sulle quali si pagano le famigerate tasse di cui lo stato “beneficia”. Adesso provate ad ampliare questo discorso a tutte le opere infrastrutturali di proprietà dello stato italiano e capirete come si arriva al nostro debito “pubblico” (che correttamente dovrebbe chiamarsi debito dello stato o anche attivo dello stato).

A questo punto la domanda è semplice: uno stato sovrano, con debito pubblico elevato, che dispone di molte infrastrutture, è uno stato ricco o povero? A voi la intuitiva risposta.

 

 

Graziano Fresiello

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