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Facebook e Google devono pagare le tasse in Italia sul fatturato, per equità con le imprese residenti!

Per una volta riconosco all’EU austera la volontà di affrontare un problema alla radice: i giganti del web vanno tassati dove c’è consumo. Incontrovertibile. Soprattutto perchè non è possibile fare altrimenti con gli strumenti e con l’impostazione attuale, che va superata. Con buona pace di chi ipotizza questo sito essere a prescindere antiEUropa (infatti siamo principalmente anti EURO, l’Europa se solidale ed a vantaggio di tutti, nell’assetto di quando esisteva lo SME ed il serpente monetario per intenderci, è anzi un bene da preservare, ndr).

Oggi quasi universalmente la tassazione si basa sulla residenza fiscale, che poi è un concetto legato a doppio filo alla stabile organizzazione dell’azienda in un determinato paese (…). Visto che i servizi web sono delocalizzati ed intangibili si tende facilmente a spostare la tassazione in legislazioni di maggior favore, con buoni avvocati e commercialisti a supporto; si noti che, visto che la merce non viene materialmente consegnata, anche l’IVA dei paesi in questione ne patisce.

In questo senso Google e Facebook sono un esempio da manuale: di fatto i loro utili vengono tassati in Europa nel paese che ha la tassazione più bassa, l’Irlanda, ossia un paese a cui l’EU ha concesso il privilegio di tasse zero o quasi per il semplice fatto che si voleva intaccare alla radice – lato tedesco e francese – il primato britannico derivante dall’impostazione tipica dell’offshore della sua economia basata sui servizi (in pratica l’Irlanda è stato un avversario creato ad arte per competere con la nemica Londra, in senso storico, ndr).

Il risultato è che oggi a Dublino risiedono oggi quasi tutti i giganti mutinazionali del web –  e non solo -.

Resta il problema dei paesi che sono clienti di detti colossi, ossia dove stanno i consumatori dei loro servizi: in pratica i paesi EU incassano cifre risibili dalle vendite locali di dette aziende, anzi danno in pasto ai colossi le preziose informazioni dei loro consumatori. Da qui la logica conseguenza: tassare i giganti del web Google e Facebook in funzione del fatturato, che poi è pubblicità. A livello Europeo.

Non ho citato Amazon in quanto quest’ultima vende un bene fisico e dunque si tratta di cosa diversa, consegna materiale: in ogni caso, se non fosse già successo, anche Amazon potrebbe essere facilmente “verificata”, se paga le tasse in Italia con imposizioni affini a quelle delle imprese residenti – intendo, senza gli escamotage di delocalizzazione virtuale o reale tipici del mondo web -; in casi simili basta indagare sui metodi di transfer price e sul valore normale del bene oggetto di transazione (…), alla fine i metodi per far pagare le imposte ci sono, eccome. Chiedetelo ai piccoli imprenditori che, non avendo la protezione di avvocati e Stati, sono costretti a cedere alle esose e spesso astruse richieste della impietosa Agenzia delle Entrate, massimo esempio di “Forte coi Deboli e Debole coi Forti”.

Anzi, ci sarebbe tutto un capitolo da aprire sul metodi di transfer price e di royalties applicati ad esempio ai beni di  lusso prodotti in Italia e tasssati in buona parte all’estero, in Lussemburgo o altri paesi a bassa tassazione in genere, solo a volerlo. Discorso lungo, solo a volerlo affrontare.

Ricordatevelo: non è l’idraulico o il privato in genere che magari non vi fa la fattura per 100 euro a creare il buco grosso, il danno vero deriva dalla sistematicità delle imprese soprattutto se multinazionali quando spostano utili fuori dal paese con il fine di ridurre la propria tassazione in un deterrminato stato (in quanto tolgono indotto ed occupazione, soprattutto di pregio!). A magior ragione se le tasse sono alte (e qui andrebbe aperto il vero cantiere italiano, ossia che comunque le tasse in Italia SONO TROPPE E TROPPO ALTE, notando che il probelma di Facebook e Google non è un problena solo italiano ma riguarda tutti i paesi EUropei).

Ben venga dunque questa nuova forma di imposizione, specificatamente – secondo chi scrive – in caso di dematerializzazione dei servizi venduti, rivedendo il concetto di residenza fiscale tradizionale (anche perchè stabili organizzazioni quanto meno di rappresentanza pur sulla carta non strettamente fiscali – magari a difesa dei propri privilegi impositivi– dette aziende ce l’hanno già in ogni paese europeo).

MD

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