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F. Coppola: Deutsche Bank raccoglie capitali, ma rimane in grossi guai

Guest post di Voci dall’estero

 

Sulla testata online di Forbes Frances Coppola approfondisce la recente raccolta di capitali di Deutsche Bank, ripercorrendone l’origine. DB  è già stata più volte salvata dalle banche centrali, mascherando l’intervento come soccorso alle nazioni sovrane. Ma la banca rimane troppo esposta su mercati rischiosi e la sua crisi non è finita. Il gigante teutonico ha piedi d’argilla.

 

 

Deutsche Bank ha finalmente ammesso – senza che nessuno se ne sorprendesse – di aver bisogno di un aumento di capitale. Ha annunciato un piano per raccogliere 8 miliardi di euro di capitale Core Tier 1  (CET1).
 
Nonostante tutti sapessero che Deutsche Bank era a corto di capitali, questa ammissione è comunque in qualche modo imbarazzante. Lo scorso anno, DB  ha già raccolto 3 miliardi di euro, sostenendo che non ci sarebbe stato bisogno di ulteriori capitali. Ciò nonostante essa ha recentemente annunciato un piano per raccogliere fino a 1,5 miliardi di euro di “capitali addizionali” – debito che può essere convertito in capitale sociale se il CET1 scende sotto una determinata soglia. Ora sembra che sia necessario aggiungere altro capitale di prima qualità. Cosa diavolo è andato storto?
 
Da tempo Deutsche Bank è in condizioni pietose. Nel 2007, quando i primi segni dell’imminente crisi finanziaria iniziavano a manifestarsi, era la banca europea che aveva spinto di più la propria leva finanziaria, poiché possedeva asset che valevano 68 volte il proprio capitale “Tier 1”. DB è riuscita a malapena a evitare  i fallimenti sovrani durante la crisi finanziaria, ma è stata uno dei principali beneficiari del salvataggio statunitense di AIG e ha ricevuto un sostegno di liquidità dalla Fed e dalla BCE. Ma i suoi problemi non si limitavano ai subprime USA e ai derivati tossici. Il giornalista islandese Sigrún Davíðsdóttir riferisce che DB aveva largamente prestato soldi alle banche islandesi e si è ritrovata con prestiti tossici quando le banche islandesi sono fallite.
 
E’ anche saltato fuori che DB aveva grandi interessi nelle traballanti banche irlandesi. Quando il mercato immobiliare Irlandese è crollato, il governo Irlandese – in parte a causa dell’insistenza dell’UE – ha salvato le proprie banche per evitare una catena di contagio che poteva diffondersi in tutta l’eurozona e che avrebbe messo a rischio la solvibilità delle grandi banche europee come Deutsche Bank. La crisi bancaria ha causato una profonda recessione in Irlanda, mentre i salvataggi hanno causato una crisi fiscale, sfociata infine in un fallimento sovrano. Il prezzo di questa catena di eventi sono stati 5 anni di dolorosa contrazione sia per il governo che per il settore privato irlandese.
 
Ma questo non è tutto. DB era anche pesantemente esposta verso i debiti sovrani della periferia [europea] e i derivati ad essi associati. L’esposizione delle banche tedesche verso il debito greco e i derivati sul default sovrano greco sono stati la principale ragione del nervosismo tedesco riguardo alla necessità del settore privato di assorbire le perdite: ci sono voluti 2 anni prima che avvenisse l’inevitabile default greco – nel frattempo, ovviamente, Deutsche Bank era in larga parte rientrata dalla pesante esposizione. DB ha evitato grossi danni nel PSI, al contrario dei pensionati greci i cui fondi sono stati praticamente azzerati. Il “Security Markets Program” della BCE ha aiutato Deutsche Bank e altre banche a scaricare i propri titoli tossici greci (e altro debito sovrano di pessima qualità) a un valore migliore di quello di mercato. Indovinate chi se ne è fatto carico? Sì, la BCE – e ovviamente la BCE è sostenuta dai contribuenti europei. Un altro salvataggio mascherato per Deutsche Bank.
 
Poi ovviamente ci sono stati i salvataggi sovrani. Mi chiedo: quante persone si rendono conto che i soldi dati alla Grecia e agli altri paesi in difficoltà dalla UE e dal FMI non sono serviti a ricostruire queste economie, ma a rimborsare i creditori, inclusa (ovviamente) Deutsche Bank? Il vero salvataggio dell’eurozona è stato nei confronti delle banche, non degli stati sovrani.
 
Ma nonostante tutto il denaro pubblico e privato che gli è stato concesso in una maniera o nell’altra, Deutsche Bank non è ancora a posto. Recentemente è stata messa sotto pressione da parte delle autorità americane perché migliorasse il suo rapporto di leva finanziaria, che è del 3,1%, ossia uno dei più bassi del settore. La sua deludente performance nel primo trimestre l’ha lasciata con un Core Equity Tier 1 (CET1) del 9,5%, sotto il proprio obiettivo di vecchia data di “oltre il 10%”, e abbastanza basso da far preoccupare le autorità europee. DB è sotto inchiesta per un serie di violazione di regolamenti e veri e propri crimini, per i quali ammette di dover affrontare sanzioni, indennizzi ai clienti e costi legali di entità “sconosciuta”. E in aggiunta l’UE sta restringendo i requisiti di capitale e di liquidità per ridurre o eliminare la possibilità di futuri salvataggi a spese dei contribuenti. Non è un bel momento per essere Deutsche.
 
Non è molto chiaro quale sia stata la ragione che ha spinto Deutsche Bank all’ultima raccolta di capitali, ma l’imminente Asset Quality Review della BCE e gli stress test potrebbero avere qualcosa a che fare. La BCE ha chiarito che le banche che non passeranno gli stress test saranno obbligate a ridurre immediatamente la propria leva finanziaria o rischieranno di essere chiuse. Molte banche hanno ovviamente preferito migliorare la propria situazione patrimoniale prima degli stress test, anzicheè rischiare la scure delle autorità europee.
 
L’ultima raccolta di capitali di DB si articola in 2 parti. Essa venderà 60 milioni di azioni alla Paramount Holdings Services, una società di investimenti di proprietà dello sceicco Hamad Bin Jassim Bin Jabor Al-Thania, un membro della famiglia reale del Qatar. Ciascuna azione sarà venduta a 29,2 euro, per un totale di 1,75 milioni di euro. I restanti 8,25 milioni di euro saranno raccolti attraverso un’emissione che potrà riguardare fino a 300 milioni di azioni.
 
Sono circolati numeri molto strani attorno a questo evento. Qualcuno ha sostenuto che i Qatarioti avrebbero ottenuto la “proprietà del 28% della banca”, cosa sicuramente non vera: il numero giusto è intorno all’8%. Altri analisti hanno detto che i Qatarioti otterranno un 30% di sconto e si sono chiesti come mai non sono stati offerti diritti di prelazione agli attuali azionisti. Ciò non è esatto. Al momento dell’annuncio, le azioni di DB valevano 30,7 euro, anche se nel frattempo il valore è sceso. Perciò la vendita è stata fatta con un piccolo sconto, normale in queste situazioni. Ma certamente non il 30%.
 
Ma rimane comunque qualcosa di strano. 60 milioni di azioni su un totale di 360 milioni equivale al 16,67%. Ma 1,75 miliardi di euro di capitale raccolto dai Qatarioti rappresentano il 22% degli 8 miliardi di euro che rappresentano l’intera raccolta. Ciò significa che l’emissione successiva sarà molto scontata. Se tutti i 300  milioni di nuove azioni vengono emesse, il valore di emissione sarà di 20,8 euro ad azione. Ciò equivale a uno sconto del 32% circa rispetto al prezzo registrato al momento dell’annuncio. Ritengo che questa sia la principale ragione del calo del prezzo dell’azione successivo all’annuncio stesso.
 
Anche se non è l’unica ragione. Come ha notato Sarah Butcher il RoE (Return on Equity, ossia il rendimento per ogni azione ndVdE) atteso da Deutsche Bank dopo questa raccolta sarà un modesto 12% alla fine del 2016. Per quale ragione, esattamente, gli azionisti dovrebbero tirare fuori tutti questi soldi? Certamente non per avere il tipo di rendimento che si aspetterebbero – e che le altre banche come Barclays e Credit Suisse, che hanno operato tagli molto più ampi ai propri asset e operazioni, dicono di poter ottenere.
 
Apparentemente, l’intenzione di DB di rimanere nel difficile mercato FICC sembra  troppo ambiziosa: possono davvero competere coi giganti americani in questo mercato che richiede grandi capitali, pur avendo un rapporto CET1 dell’11,8%? E non sembra avere alcuna strategia per migliorare il proprio RoE, salvo un taglio ai costi (il loro rapporto costi/ricavi è ancora decisamente troppo alto, essendo sopra il 70%). Il prezzo delle azioni è già sceso del 25% da inizio anno, e sembra che Deutsche Bank si aspetti un ulteriore calo – altrimenti perché uno sconto così ampio sulla nuova emissione? Anche senza considerare l’enorme esposizione di Deutsche Bank sui derivati, che deve costare una fortuna in “margin calls” a copertura dei rischi, questa non sembra una banca in salute.
 
Secondo me, Deutsche Bank sembra l’archetipo delle banche zombie “too big to fail” – che assorbono denaro dalle banche centrali, dagli stati e dagli investitori, senza dare granché in cambio. La domanda è: per quanto tempo gli investitori saranno disposti ad accettare rendimenti scarsi e ripetute richieste di ulteriori capitali – perché se qualcuno pensa che questa sia l’ultima raccolta di capitali di Deutsche Bank, temo che si stia sbagliando di grosso. Anche se c’è da dire che non è certo l’unica banca europea in queste condizioni. Le banche europee sono in pessima forma, in generale. Bisogna sperare che gli stress test della BCE le incoraggino a far ordine a casa propria.
 
Sembra probabile che Deutsche Bank alla fine sarà costretta a fare una ristrutturazione dei suoi asset e delle sue operazioni più rischiose molto più drastica di quanto attualmente previsto. Tutto quello che posso dire è: fatelo. Deutsche Bank deve implementare qualcosa di molto più radicale della sua strategia attuale se vuole dare agli azionisti i rendimenti che essi desiderano, i servizi di cui i clienti hanno bisogno e la stabilità che si aspettano i contribuenti. Una Deutsche più snella, più agile – o forse più precisamente, una Deutsche ridotta – è nell’interesse di tutti.

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