Energia
Eni e Petronas, nasce la “NewCo” nel Sud-Est Asiatico: 15 miliardi di investimenti e 8 nuovi progetti
Eni e Petronas, maxi-alleanza da 15 miliardi nel Sud-Est Asiatico: la “strategia satellite” punta a 500.000 barili al giorno tra Indonesia e Malesia.

Eni e Petronas prevedono di avviare fino a otto nuovi progetti in Indonesia e Malesia nei prossimi tre anni, ha dichiarato l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi in un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa nazionale malese Bernama, dopo l’annuncio della scorsa settimana della creazione di una joint venture tra le due società per unire le loro attività offshore nel Sud-Est asiatico.
“Nei prossimi tre anni avvieremo otto nuovi progetti basati sulle riserve esistenti: quattro in Indonesia e quattro in Malesia”, ha dichiarato Descalzi a Bernama.
“Punteremo a perforare pozzi per testare ulteriori riserve esplorative che possano aggiungere ulteriore valore a questo progetto”, ha affermato l’amministratore delegato dell’azienda italiana.
La joint venture, NewCo, annunciata la scorsa settimana, prevede un investimento di 15 miliardi di dollari per lo sviluppo delle riserve accertate (P1) nei prossimi cinque anni.
“I 15 miliardi sono la prima fase, basata solo sulle riserve P1”, ha dichiarato Descalzi a Bernama.
La scorsa settimana, il gigante energetico italiano e la compagnia petrolifera e del gas statale malese Petronas hanno annunciato che uniranno le loro attività upstream in Indonesia e Malesia in una nuova joint venture a parità di partecipazione.
La joint venture integrerà un portafoglio di asset di produzione e sviluppo di gas in Malesia e Indonesia, con una base di produzione iniziale di oltre 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno (boe/d) e prevede di crescere fino a oltre 500.000 boe/d di produzione sostenibile nel medio termine.
La nuova attività nel Sud-Est asiatico fa parte della cosiddetta “strategia del modello satellite” di Eni, che segue iniziative simili come Var Energy in Norvegia, Azule in Angola e Ithaca nel Regno Unito.
Il gigante energetico italiano ha adottato un approccio diverso rispetto ai suoi concorrenti, cercando di cedere o creare joint venture per progetti internazionali nel settore del petrolio e del gas, mentre raggruppa e scorporizza alcuni progetti a basse emissioni di carbonio in una “strategia satellite”.
Ad esempio, lo scorso anno Eni ha concordato con il principale produttore britannico di petrolio e gas Ithaca Energy di combinare sostanzialmente tutte le sue attività upstream nel Regno Unito, escluse quelle nel Mare d’Irlanda orientale e le attività CCUS, in “una mossa strategica per rafforzare in modo significativo la sua presenza sulla piattaforma continentale britannica”.
Domande e risposte
Cosa significa esattamente “strategia del modello satellite” per Eni? È un approccio industriale e finanziario. Invece di gestire tutto direttamente da Roma, Eni crea società “satellite” (joint venture) in specifiche aree geografiche, unendo i propri asset con quelli di un partner strategico (come Petronas). Queste nuove società sono finanziariamente indipendenti, possono attrarre investimenti più facilmente e si concentrano sullo sviluppo di quel bacino specifico. Eni mantiene il controllo strategico e beneficia della crescita, ma con una gestione più agile e una migliore allocazione del capitale.
Perché Eni investe così tanto in petrolio e gas se si parla tanto di rinnovabili? Questa joint venture si concentra molto sul gas naturale, che è considerato un combustibile di transizione fondamentale, specialmente in Asia. Molte economie emergenti (come Indonesia e Malesia) usano ancora molto carbone, che è altamente inquinante. Il gas permette di ridurre le emissioni rapidamente, supportando la crescita economica e la stabilità della rete elettrica, in attesa che le rinnovabili diventino sufficientemente mature e capaci di sostenere l’intera domanda. Eni persegue una strategia mista, investendo anche in divisioni “low carbon” (come Plenitude), ma senza abbandonare il suo core business energetico.
Cosa sono le “riserve P1” su cui si basa l’investimento? Nel settore petrolifero, le riserve P1 (o “Provate”) sono le quantità di idrocarburi che, secondo le analisi geologiche e ingegneristiche, è possibile recuperare con un alto grado di certezza (solitamente il 90%) dalle riserve conosciute e nelle condizioni economiche e operative attuali. Sono le riserve più “sicure” e “bancabili”. Il fatto che i 15 miliardi siano destinati alle P1 indica che l’investimento è a basso rischio tecnico e mira a monetizzare risorse già scoperte. Le perforazioni aggiuntive cercheranno invece riserve P2 (Probabili) o P3 (Possibili).







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