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È saltato l’equilibrio fra Democrazia, Stato e Mercato, e senza un Riequilibrio il declino è inevitabile
L’analisi di Rinaldi: come il predominio del Mercato ha svuotato la Democrazia e reso lo Stato impotente. Senza un ritorno alla politica, il declino è inevitabile.

Nel dibattito pubblico contemporaneo si continua a inseguire soluzioni tecniche, aggiustamenti regolatori e nuove architetture istituzionali, come se la crisi che attraversa le società occidentali fosse il risultato di imperfezioni marginali del sistema. In realtà, ciò che stiamo vivendo è una crisi sistemica, che nasce molto più in profondità: dalla rottura dell’equilibrio fra Democrazia, Stato e Mercato, i tre pilastri su cui si è retta la società moderna.
Per lungo tempo questi tre elementi hanno coesistito in un equilibrio dinamico. Il Mercato svolgeva la funzione di allocare risorse e incentivare l’iniziativa economica; lo Stato interveniva per correggerne gli squilibri, garantire coesione e tutelare l’interesse generale; la Democrazia assicurava la legittimazione delle scelte collettive attraverso il consenso popolare. Non era un sistema perfetto, ma era un sistema governabile, perché nessuna di queste forze poteva imporsi sulle altre senza incontrare limiti e contrappesi.
Quando questo equilibrio è stato progressivamente alterato, il modello ha iniziato a incrinarsi. In particolare, quando il Mercato ha cessato di essere uno strumento ed è diventato il criterio dominante di organizzazione della società, gli altri due pilastri sono stati inevitabilmente ridimensionati. Non si è trattato di una ritirata accidentale dello Stato o di una crisi improvvisa della Democrazia, ma di una scelta strutturale, spesso mascherata da necessità tecnica.
Lo Stato è stato privato della capacità di orientare lo sviluppo e di intervenire efficacemente nei momenti di crisi, mentre la Democrazia è stata svuotata del suo contenuto sostanziale, conservando una funzione prevalentemente formale. Le decisioni fondamentali non vengono più assunte sulla base di scelte politiche esplicitamente discusse e approvate dai cittadini, ma sono il risultato di vincoli, automatismi e procedure presentati come inevitabili. In questo modo, la politica si è trasformata in amministrazione dell’esistente, rinunciando al compito di scegliere fra alternative.
Il punto cruciale è che il Mercato non è mai neutrale: quando diventa l’unico metro di giudizio, si trasforma esso stesso in un potere politico, ma privo di responsabilità democratica. È qui che si consuma la frattura più grave. Le decisioni che incidono profondamente sulla vita delle persone vengono sottratte al confronto pubblico e trasferite in ambiti opachi, dove non esiste né mandato popolare né possibilità di sanzione politica.
I Parlamenti sono stati progressivamente relegati a ruoli marginali, chiamati a ratificare decisioni già prese altrove, mentre i governi hanno perso la funzione di mediazione tra interessi diversi, adeguandosi a un quadro predefinito che non ammette alternative reali. Il consenso popolare continua a essere formalmente invocato, ma non orienta più le scelte fondamentali. Quando il voto non può cambiare le politiche essenziali, la Democrazia smette di essere tale e diventa rituale.
In questo contesto, il popolo ha cessato di essere Sovrano. Al suo posto si è affermata una forma di potere nuova, impersonale e smaterializzata, che non si presenta come autorità politica ma come necessità oggettiva. Un potere che governa senza assumersi la responsabilità delle conseguenze sociali delle proprie decisioni, perché si dichiara tecnico, neutrale, inevitabile. Ma ciò che non può essere discusso non può nemmeno essere legittimato.
Le ricadute di questo squilibrio sono evidenti: stagnazione economica, aumento delle diseguaglianze, impoverimento dei ceti medi, perdita di mobilità sociale, crescente sfiducia nelle istituzioni. Le società europee stanno progressivamente arretrando rispetto ai livelli di benessere ed equità raggiunti nel secolo scorso, come se l’orologio della storia avesse invertito la propria marcia.
Tentare di correggere questi effetti senza intervenire sulle cause è illusorio. Finché il Mercato continuerà a esercitare un ruolo egemonico, lo Stato resterà incapace di svolgere la sua funzione e la Democrazia ridotta a simulacro. La stabilità ottenuta in questo modo è solo apparente, perché costruita sull’erosione del consenso e sulla compressione dei diritti.
Ricostruire un equilibrio fra Democrazia, Stato e Mercato non è una scelta ideologica, ma una necessità storica. Senza questo riequilibrio, il destino dei cittadini non sarà quello di individui liberi e partecipi, ma quello di sudditi di un ordine economico autoreferenziale, in cui le decisioni vengono subite e non condivise, e in cui la libertà formale sopravvive mentre quella sostanziale si dissolve.
Antonio Maria Rinaldi








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