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“E IL NAUFRAGAR M’E’ DOLCE IN QUESTO MARE”. SPECIALE DI CRITICA LETTERARIA: COMMENTO A “L’INFINITO” DI G. LEOPARDI (di Giuseppe PALMA)

L’ho più volte evidenziato nei precedenti speciali di divulgazione culturale che ho scritto su Dante Alighieri (in occasione del 750esimo anniversario della nascita del Sommo Poeta), e cioè che non può esistere lo studio dell’economia, della finanza e del diritto se prima non esiste una concreta presa di coscienza del vero TESORO ITALIANO rappresentato dalla nostra letteratura, dalla nostra arte, dalla nostra storia, dalla nostra musica, dalla nostra architettura… la vera BELLEZZA D’ITALIA.

Dopo aver scritto per Scenari Economici ben quattro speciali su Dante Alighieri (più una risposta ai falsi europeisti che tirano Dante per la giacca), uno sulla Prima Guerra Mondiale ed un altro su “Pianto Antico” di Giosuè Carducci, eccomi nuovamente a divulgare un po’ di cultura italiana: quest’oggi presento un mio commento (più alcune osservazioni critiche) a “L’INFINITO” di Giacomo Leopardi.
Cinque anni fa scrissi un libercolo dal titolo: “Sull’Infinito di Leopardi. Saggio breve sulla filosofia leopardiana dell’Infinito. Osservazioni critiche” (GDS, luglio 2010), dal quale ho ovviamente preso spunto per scrivere l’odierno speciale per Scenari Economici.

Buona lettura.

L’INFINITO

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Commento e critica:

La poesia si presenta in quindici endecasillabi sciolti e con parecchi enjambement. Dal punto di vista metrico Giacomo Leopardi fu un vero e proprio rivoluzionario, infatti, sino all’avvento delle sue prime opere, la maggior parte dei poeti scrivevano nel rispetto dei più rigidi schemi letterari, quindi era sovente leggere sonetti, terzine e quant’altro. Leopardi rompe gli schemi classici di scrittura, presentandosi al mondo quale vero innovatore della struttura metrica sia del panorama nazionale che di quello internazionale. L’Infinito, appunto, è composto di quindici endecasillabi sciolti, cioè senza il rispetto di quelle rigide strutture metriche sino a quel periodo rigorosamente utilizzate dai poeti, pertanto non assume più particolare importanza lo schema metrico bensì ogni singola parola inserita pur sempre nel contenitore tipico – in questo caso – dell’endecasillabo.

La poesia inizia così: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle, / E questa siepe, che da tanta parte / Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.”. Il poeta ha quindi davanti a sé un colle ed una siepe, ma è soltanto una raffigurazione puramente metaforica (per quanto riguarda il colle, si tratta probabilmente del monte Tabor). Leopardi prende spunto da una dimensione reale (il colle e la siepe che lui vede dinanzi a sé) per entrare con la mente in una dimensione immaginaria che assume – nella fantasia del poeta e di chi legge l’opera – i caratteri di una specie di sovrannaturale “realtà differente”. La configurazione materiale dell’ermo colle non ha, in pratica, alcuna rilevanza, non conta nulla che si tratti del monte Tabor o di qualche altra protuberanza collinare; quella montagna e quella siepe rappresentano la dimensione reale della vita, il limite del presente e del vissuto quotidiano oltre il quale ciascuno di noi, spesso, non osa andare, oppure, a volte, ne trasvola la dimensione per compiere quel volo immaginario e momentaneo che allieta – seppur nella mera immaginazione – la vita quotidiana.
Ciò è confermato dal fatto che la siepe “da tanta parte / Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”. La dimensione reale del presente e del vissuto (quest’ermo colle e questa siepe) ostacola la visione dell’altra parte, cioè di quanto di misterioso o anche solo di normalmente immaginario ci può essere al di là della vita quotidiana e della realtà.

La poesia continua: “Ma sedendo e mirando, interminati / Spazi di là da quella, e sovrumani / Silenzi, e profondissima quiete / Io nel pensier mi fingo; ove per poco / Il cor non si spaura.”. Il poeta prova ad immaginare cosa può esserci al di là della siepe, cioè al di là del limite del proprio vissuto quotidiano; “vede” spazi interminati, cioè senza limite, “ascolta” silenzi sovrumani, prova una quiete così profonda che viaggia beato con la propria anima in questo suo personale pensiero, dove manca poco perché il cuore non provi addirittura paura. In questo bellissimo “viaggio della mente e dell’anima”, Leopardi immagina ciò che potrebbe essere la sua vita oltre la propria realtà, quindi costruisce – oltre quella siepe – un percorso di estensione per la propria anima che vola, viaggia e sovrasta ciò che potrebbe esserci al di là di quello che vede e che vive ogni giorno. E tutto ciò avviene attraverso la liberazione del cosiddetto “foro interno”!

Termina a questo punto l’aspetto visivo ed inizia quello uditivo: “E come il vento / Odo stormir tra queste piante, io quello / Infinito silenzio a questa voce / Vo comparando:”. Il poeta ascolta il vento che soffia tra le piante e paragona quella “voce del vento” a quel silenzio Infinito… “e mi sovvien l’eterno, / E le morte stagioni, e la presente / E viva, e il suon di lei.”, quindi, mentre ascolta quel vento, gli viene in mente l’eterno, cioè quanto di interminato esiste al di là della siepe, cioè quella che sarebbe potuta essere stata la sua esistenza o che potrebbe ancora essere la sua vita oltre il tetro presente. A questo punto iniziano alcuni versi che ci fanno comprendere più da vicino uno degli aspetti più pregnanti della filosofia leopardiana: “E le morte stagioni, e la presente / E viva, e il suon di lei.”. Oltre all’eterno, cioè a quanto di fantastico può esserci al di là della siepe, gli vengono in mente “le morte stagioni”, cioè la vita sino a quel momento già trascorsa e che non potrà più tornare indietro perché già vissuta (passata), “e la presente / E viva, e il suon di lei.”, quindi gli viene in mente anche l’arida realtà (il presente) in cui vive, ed è cosciente – nonostante la sua immaginazione voli al di là dei limiti del quotidiano – che la realtà non è quella che sta immaginando, ma è quella di cui ne avverte il “suono”, la presenza.
La mente del Leopardi ha dunque iniziato un viaggio che lo porta oltre la dimensione della realtà che vive quotidianamente, e durante questo viaggio – al di là della siepe e del colle – vede “spazi interminati” che rappresentano, appunto, l’Infinto, vale a dire quella che sarebbe potuta essere stata la sua vita sino a quel momento o quella che potrebbe ancora essere la propria esistenza al di là del vissuto quotidiano.
Durante questo viaggio nello spazio immaginario interminato ed Infinito, appaiono nella mente del poeta anche le morte stagioni, cioè quella che è stata sino a quel momento la sua vita, e la presente / E viva, e il suon di lei, quindi anche quella che è la propria presente e deludente realtà quotidiana.

La poesia termina con la beatitudine che il poeta raggiunge con la mente attraverso questo viaggio nell’Infinito: “Così tra questa / Immensità s’annega il pensier mio: / E il naufragar m’è dolce in questo mare”. L’anima e la mente viaggiano nell’Immensità di quegli spazi infiniti misti ai ricordi delle stagioni passate (gli anni già trascorsi). Il poeta, quindi, è immerso in questo viaggio del tutto immaginario nella cui Immensità si trasferisce (s’annega) totalmente col proprio pensiero: tale totale “annegamento” della mente in un “mare” così vasto gli provoca uno stato – seppur breve – di grande beatitudine, quindi il poeta prova un vero e proprio piacere mentale – seppur effimero – nel naufragare in tale infinità senza spazio.

A ciascun essere umano – me compreso – capita spesso di fantasticare ad occhi aperti dinanzi al limite del proprio presente che il Leopardi identifica – metaforicamente – nel colle e nella siepe. Tale visione della mente umana avviene soprattutto nei momenti più comuni della giornata: quando camminiamo a piedi per andare a lavoro, mentre siamo in macchina o su un mezzo pubblico, quando ceniamo o, addirittura, anche quando siamo in compagnia di altre persone ma con la mente da tutt’altra parte. Questo “volo” immaginario che ciascun uomo compie ad occhi aperti con la propria anima non corrisponde necessariamente a quello che avremmo voluto che fosse la nostra vita, ma si tratta fondamentalmente di pensieri in cui ciascuno desidera annegare in quanto rappresentano situazioni di vita migliore o, comunque, differenti rispetto alla dimensione reale e presente in cui si vive nel quotidiano. Non si tratta di desideri limitati a viaggi su spiagge dorate in isole sconosciute, anzi, tutt’altro: trattasi di pensieri che vanno semplicemente oltre la realtà quotidiana e che sono il prodotto della mente umana circa realtà differenti che rappresentano dimensioni immaginarie (quindi infinite) di come potrebbe essere stata la propria vita se si fossero intraprese strade diverse da quelle già scelte, o di come potrebbe essere in futuro la propria esistenza di fronte ad una decisione di cambiamento di quella realtà sino a quel momento vissuta (o subita).

La poesia “L’Infinito” fornisce, dunque, una iniziale traccia di quanto siano importanti per l’essere umano le Illusioni e la Speranza di fronte ad un presente particolarmente vuoto. Tale concetto è ribadito anche in altre opere del poeta di Recanati, concetto che rappresenta il fulcro della filosofia leopardiana. Secondo il Leopardi l’animo umano gode soltanto con il tramite dell’immaginazione, della Speranza e delle Illusioni, infatti ne lo Zibaldone di pensieri il poeta scrive: “Il più solido piacer di questa vita è il piacer vano delle illusioni […]”.
Il presente è spesso arido, per cui la felicità – seppur effimera – la si può ricercare soltanto nell’immaginazione illusoria di una dimensione non reale. La natura è del tutto indifferente al destino degli uomini: chi non si conforma ad essa (o non la rispetta) finisce per esserne travolto inesorabilmente proprio per effetto della sua indifferenza. La natura, che il poeta identifica ora nella ginestra (o fiore del deserto), ora in una sfinge, non ha alcun interesse positivo o negativo nei confronti di quello che è il destino degli esseri umani, per cui, di fronte alla dimensione reale rappresentata dal vissuto quotidiano, l’uomo può trovare godimento unicamente nelle Illusioni e nella Speranza, le quali – nella poesia “L’Infinito” – sono rappresentate dal viaggio immaginario che il poeta compie con la propria mente (e la propria anima) al di là della vuota (ovvero insoddisfacente) realtà che vive nel presente.

Consiglio al lettore di ascoltare “L’Infinito” di Leopardi così come interpretato (magistralmente) da Carmelo Bene.

 

Dopo aver letto Leopardi sono sufficientemente convinto che non esiste in natura uno spazio così “Infinito” da potersi paragonare, anche solo per un istante, all’Immensità di quell’ “Infinito” esistente nell’immaginazione dell’essere umano e nei meandri della sua anima. L’Infinito non si trova nei viaggi sulle spiagge dei mari del sud o al di là delle vette innevate, non si trova nel desiderio di scappare per evitare i problemi o per dimenticare il passato: tutto questo appartiene completamente ad un’altra dimensione umana non riscontrabile con il concetto di infinità leopardiana. L’Infinito è dentro ciascuno di noi ed è differente a seconda della sensibilità, dell’educazione e della “specie” (passatemi il termine) cui ognuno è caratterizzato ed appartiene.

 

Giuseppe PALMA

Giacomo-Leopardi

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