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La Costituzione economica 1° scheda: introduzione

Immagine Costituzione

Inizia oggi il nostro percorso all’interno della Costituzione economica, un viaggio in cui vedremo di esaminare articolo per articolo il sistema economico-sociale tratteggiato dai nostri costituenti, in cui si cercherà di comprendere le motivazioni ed il significato delle norme che regolano l’attività economica dei cittadini. Questo viaggio non può però essere intrapreso se prima non capiamo cosa si intende per Costituzione economica.

Dal punto di vista meramente formale si definisce “Costituzione economica” quell’insieme di norme raggruppate sotto il titolo III “rapporti economici” e che vanno dall’art. 35 all’art. 47: qui sono regolati i diritti dei lavoratori, dei proprietari, degli imprenditori e dei risparmiatori. Poiché però la Costituzione è un corpo unico e inscindibile per comprendere appieno il contenuto di quegli articoli dovremo fare riferimento anche ad altre norme della Costituzione, soprattutto quelle della parte detta “principi fondamentali” che vanno dall’art. 1 all’art. 12.

Dal punto di vista sostanziale la Costituzione economica è però qualcosa di più: la si può definire il programma filosofico che esplicita quale tipo di società volevano creare i nostri costituenti, quale priorità essi avevano in mente ed hanno fissato e quale finalità conseguentemente il nostro Stato è tenuto a perseguire per non tradire lo spirito della Carta. Se non capiamo prima questo aspetto non potremo mai comprendere pienamente le singole norme.

Questo programma filosofico è stato il frutto della sintesi di due correnti di pensiero economico: quello liberista e quello socialista. Il modello liberista, che dominava fino ai primi del ‘900, era caratterizzato dall’autonomia, riconosciuta dallo Stato, ai soggetti della società civile: la proprietà dei mezzi di produzione doveva essere privata e l’iniziativa economica doveva essere lasciata libera: ciò comportava che l’autonomia negoziale era riconosciuta e tutelata, anche in materia di lavoro. Tutto ciò in funzione di un mercato lasciato libero di produrre, di concorrere e di distribuire la ricchezza prodotta con l’attività economica, senza che lo Stato potesse intervenire per mitigarne gli squilibri, ma al limite garantire la concorrenza, reprimendo la formazione di monopoli, confidando che il mercato stesso sapesse auto-regolamentarsi. Lo Stato quindi non doveva intervenire se non marginalmente nella fase della produzione e non doveva avere imprese proprie. Lo Stato infine era garante di una moneta stabile e nell’ambito di una sua neutralità nel mercato per evitare distorsioni con il suo intervento doveva perseguire il pareggio di bilancio. (suona familiare?)

Dopo la grande crisi del 1929, che aveva dimostrato l’incapacità del mercato di auto-regolamentarsi efficacemente, il modello liberista, che aveva mostrato i suoi limiti, aveva dovuto fronteggiare l’avanzata del modello socialista, che vedeva nello Stato non più un arbitro del mercato, ma il principale componente attivo, con pieni poteri regolatori e repressivi, uno Stato proprietario di imprese che gestisce il mercato, attraverso una pianificazione generale dell’economia e che concede il potere imprenditoriale al privato, che non è generalmente proprietario dei mezzi di produzione, al fine di perseguire un’allocazione della ricchezza considerata più equa.

La nostra Costituzione opera una sintesi fra questi due modelli estremi, costruendo un sistema che può essere definito di impianto keynesiano, ovvero un capitalismo social-democratico che ha come base la ricerca della piena occupazione e la partecipazione dei lavoratori alla gestione della produzione, attraverso una regolamentazione considerata necessaria del mercato, che agisce sì liberamente, ma all’interno e con il rispetto delle finalità poste dallo Stato all’azione economica. In questo sistema il privato è proprietario dei mezzi di produzione e del reddito prodotto, ma le ragioni del profitto trovano il limite della necessità dello sviluppo sociale. Lo Stato può riservarsi alcune attività considerate strategiche ed agire comunque nel mercato per perseguire l’interesse generale.

Vale la pena di riportare qui qualche considerazione espressa in sede costituente: premetto già che i lavori dell’Assemblea costituente saranno per quanto possibile da me riportate nei commenti ai singoli articoli, sia per mostrare il livello del dibattito che si svolgeva allora, ben lontano da quello attuale, sia perché risultano indispensabili per comprendere appieno quanto poi trasfuso nella Costituzione:

(Bruno Corbi) osserva che taluno si inalbera e protesta ogni qual volta sente parlare di ordine, di coordinamento, di controllo, di pianificazione economica, ancora sollecito nell’esaltare la concezione individualistica del liberismo economico; il che in ultima analisi altro non è che un tentativo di giustificare e difendere, con formule dottrinarie, l’egoismo dei privilegiati.

(Giuseppe Dossetti) ritiene che un controllo sociale della vita economica, da realizzarsi attraverso certe strutture che dovranno essere più analiticamente esaminate, sia una necessità assoluta alla quale non ci si possa in alcuna maniera sottrarre, una necessità imposta dalla vita.

(Giorgio La Pira) rileva che, data l’attuale situazione di fatto, nella quale esistono larghe crisi periodiche di disoccupazione mentre non è attuata una effettiva e consapevole partecipazione della massa lavoratrice al meccanismo produttivo, sorge il problema: l’ordinamento economico liberale, che ha creato questi due fatti, ha una virtù interna tale da poterli superare? La risposta non può essere che negativa.

Anche un liberista come Roberto Lucifero D’Aprigliano concorda nella necessità di un superamento della concezione liberista classica, affermando:

Quanto all’affermazione dell’onorevole La Pira circa l’economia liberale, tiene subito a fare una distinzione fra vecchio e nuovo liberalismo, rilevando che quest’ultimo accetta le concezioni di nazionalizzazione, di controllo e di coordinamento dello Stato che non appartengono certo al vecchio liberalismo

La sintesi più lucida la compie Aldo Moro:

è effettivamente insostenibile la concezione liberale in materia economica, in quanto vi è necessità di un controllo in funzione dell’ordinamento più completo dell’economia mondiale, anche e soprattutto per raggiungere il maggiore benessere possibile. Quando si dice controllo della economia, non si intende però che lo Stato debba essere gestore di tutte le attività economiche, ma ci si riferisce allo Stato nella complessità dei suoi poteri e quindi in gran parte allo Stato che non esclude le iniziative individuali, ma le coordina, le disciplina e le orienta.

Nella prossima scheda e quindi con l’analisi del primo articolo della parte economica della Costituzione cominceremo a vedere il frutto di questa sintesi.

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