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Il lavoro è (dovrebbe essere) un diritto

Art. 1 Cost.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

Analizzando il primo comma di questo articolo si evince che la Repubblica è fondata sul lavoro. Molti tendono a considerare tale concetto come un punto cardine, una sorta di pietra miliare della nostra Costituzione. In realtà per quanto il concetto possa sembrare ispirato da nobili intendimenti, esprime non una certezza, una garanzia ma al contrario denota una certa fragilità. Infatti dire “fondata sul lavoro”, de facto, non significa nulla se non una speranza. In questo costrutto non vi è nessuna certezza che lo Stato si faccia garante (obblighi) a fornire un lavoro per chiunque.
Se diamo uno sguardo al processo storico di formazione di questo articolo, ed in particolare al comma 1, noteremo che esso è stato molto travagliato e si può tranquillamente affermare che fu il parto di un compromesso tra le diverse forze politiche di allora.

Le ipotesi sul testo dell’art. 1 erano quella liberale “L’Italia è uno Stato democratico”. I comunisti proposero “L’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori”, con un’enunciazione che ricorda le Repubbliche socialiste. “L’Italia è una Repubblica fondata sui lavoratori”, proposta da Togliatti, segretario del PCI, era troppo classista nella sua enunciazione. La mediazione fu trovata, a seguito di un lungo dibattito, da Amintore Fanfani, DC, “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

Dire che l’Italia è “fondata sul lavoro” non costava nulla, e rendeva molto, alla parte più moderata dell’Assemblea costituente.

Si trattò, pertanto, di una sintesi ideologica di parte del pensiero socialista, comunista e popolare.

Nei fatti non garantiva un vero impegno da parte dello Stato di creare posti di lavoro per tutti: riprova ne fu il fatto che milioni di italiani disoccupati furono costretti ad emigrare all’estero per lavorare.

Diciamo che la DC riuscì ad ottenere molto di più in altri campi: ad esempio in termini di definizione dei rapporti con la Chiesa o sulle questioni legate alla famiglia, piuttosto che all’istruzione, etc…

Il diritto al lavoro può essere considerato il primo diritto sociale, in quanto costituisce la fonte di sostentamento dell’individuo e lo strumento per affermare la sua autonomia ed indipendenza e, come tale, è anche il presupposto per l’esercizio di molti diritti di libertà.

Il diritto al lavoro può essere, quindi, considerato alla base di tutti i diritti umani: trascurare i diritti

economici e sociali può minare le libertà civili e politiche di un paese. Le trasformazioni del lavoro negli ultimi vent’anni hanno investito le prospettive e le aspettative delle giovani generazioni. L’accesso e la permanenza nel mercato del lavoro dei giovani che oggi vi si affacciano assume caratteristiche strutturalmente differenti rispetto a quelle che hanno vissuto i loro padri. Le condizioni di accesso, in particolare, sono segnate da un’estrema flessibilità in entrata, frutto delle riforme del mercato del lavoro dell’ultimo decennio. Ma la flessibilità occupazionale è un dato che tende a permanere e a modificare l’aspettativa occupazionale anche nelle fasi successive della vita lavorativa.1

Il riferimento al lavoro, nel primo articolo, fonda il concetto di uno Stato che affida al cittadino la responsabilità del proprio futuro e valuta la dignità di ogni individuo in base a ciò che riesce a realizzare, indipendentemente dalle condizioni di partenza.

Oggi il lavoro sembra aver perso le sue caratteristiche più profonde: si parla di consumatore e non di lavoratore, e la condizione di precarietà del lavoro impedisce la costruzione del proprio futuro.

Il lavoro, come si sa, è uno dei fondamenti di una società. Le possibili declinazioni del concetto di lavoro costituiscono infatti la base stessa delle diverse civiltà. L’idea di “democrazia fondata sul lavoro” ci dovrebbe rimandare ad una società che immagina il lavoro come uno strumento di liberazione individuale e di emancipazione personale all’interno di un condiviso interesse generale. La democrazia si rafforzerebbe proprio grazie a questa concezione di lavoro: l’impegno ed il merito individuale premiati in una cornice di interesse generale.

Alle giovani generazioni queste parole però rischiano di sembrare una fiaba letta in un vecchio libro. L’immaginario collettivo connesso alla figura del lavoratore è mutato quasi antropologicamente negli ultimi decenni. Chi entra nel mondo del lavoro oggi sembra stia scendendo in un’arena dove il rapporto con gli altri si fonda su una competizione sfrenata per la sopravvivenza. Qui lo snodo fondamentale: il lavoro appare unicamente come via per la sopravvivenza. La narrazione collettiva che apprendono le nuove generazioni che si affacciano nel mondo del lavoro ci racconta come il lavoro sia un favore fatto dal datore di lavoro al lavoratore. Il lavoro, in altri termini, non appare più come un diritto, bensì come un “colpo di fortuna”. Chi ci fa un favore sarà sempre libero di dettare le sue condizioni, a propria completa discrezione.2

Così il Professor Bill Mitchell sulla disoccupazione giovanile:

Tollerare la disoccupazione giovanile a questi livelli è una follia di prim’ordine, persino se fosse guidato da motivazioni ideologiche per ridurre le dimensioni del governo.”3

Per ciò che abbiamo analizzato sin qui è pertanto evidente che il precetto del primo comma, “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, non basta per garantire quel sacrosanto diritto fondamentale. Pertanto occorrerebbe riformularlo dando più forza ed enfasi a tale enunciato, introducendo il concetto di “pieno impiego”: in tale ottica il comma precedente si riformulerebbe cambiando di significato ove l’Italia (Repubblica democratica) garantisce l’attuazione del pieno impiego.

Avremo uno Stato che s’impegna costituzionalmente a garantire il diritto al lavoro attraverso il raggiungimento del pieno impiego.

Purtroppo oggi, nell’attuale UE, il concetto di pieno impiego è stato completamente stravolto. Esso è visto più come uno strumento per aumentare la produzione che come un traguardo nel campo dei diritti sociali, come si afferma in questo contributo dei Professori Brancaccio e Bellofiore “le Raccomandazioni della Commissione rappresentano […] un contributo politico decisivo al completamento della perversa mutazione del significato di «pieno impiego», un concetto che, nato liberatorio, si rivela oggi palesemente illiberale”.4

Invece l’obbligo di uno Stato che si definisce democratico è quello di poter consentire a tutti i cittadini, che si trovano in una condizione di precarietà o di disoccupazione (involontaria), di accedere ad un posto di lavoro al fine di poter percepire un salario dignitoso. Con tali presupposti e con una politica economica votata al raggiungimento della c.d. “piena occupazione” (come la MMT suggerisce), attraverso la “politica del lavoro garantito”, si potrebbe realizzare il welfare state anche in Italia.

Prendendo proprio spunto da uno dei cavalli di battaglia della MMT (Modern Money Theory), ovvero i programmi di job guarantee5, come suggerisce il Professor R. Wray:

La Politica del Lavoro Garantito crea posti di lavoro per chi li vuole, poi forma i lavoratori sul campo. Se il lavoratore si qualifica al punto da accedere ad un lavoro migliore, con una retribuzione più alta, potrà uscire dal sistema del lavoro garantito ed entrare nel mercato del lavoro vero e proprio. Nel frattempo, hanno ottenuto il lavoro e sono autorizzati a contribuire alla produzione sociale. Alcuni ancora continuano a sostenere che la Politica sia solo “workfare”, che costringe le persone a lavorare. No. Fornisce un posto di lavoro a chi lo vuole. Assume i disoccupati involontari. Involontario presuppone una situazione che non si vuole; disoccupato significa senza lavoro. Le persone involontariamente disoccupate vogliono un lavoro. La Politica del Lavoro Garantito offre posti di lavoro. Nessuno è tenuto a prenderne uno. 

La Politica può essere aggiunta a qualsiasi rete di sicurezza che la società desidera. Ecco perché ho detto che si tratta di una politica add-on.”6

Sulle politiche di lavoro garantito così si sono espressi sia il Professor Bill Mitchell:

“La realtà è che la Politica del Lavoro Garantito è un aspetto centrale della MMT perché è molto più che un programma per la creazione di posti di lavoro. Si tratta di un aspetto centrale del quadro MMT per la piena occupazione e la stabilità dei prezzi”;

sia la Professoressa Pavlina Tcherneva:

“La Politica del Lavoro Garantito non è solo un ripensamento della MMT, ma una sua componente fondamentale che ha finora offerto il più coerente meccanismo anticiclico di stabilizzazione economica“.

Pertanto essendo il diritto al lavoro uno dei diritti umani internazionalmente riconosciuti, come ci ricordano la “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”

Art. 22 – “Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione […] dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità”.

Art. 23 – “Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi”.

e la “Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea”

Art. 1. “Ogni individuo ha il diritto di lavorare e di esercitare una professione liberamente scelta o accettata”.

Art. 2. “Ogni cittadino dell’Unione ha la libertà di cercare un lavoro, di lavorare, di stabilirsi o di prestare servizi in qualunque Stato membro”.

Art. 3. “I cittadini dei paesi terzi che sono autorizzati a lavorare nel territorio degli Stati membri hanno diritto a condizioni di lavoro equivalenti a quelle di cui godono i cittadini dell’Unione”.

possiamo concludere questa trattazione con un’altra splendida citazione del Professor Randall Wray:

 “Anche in questo caso, si tratta di quello che il governo DOVREBBE FARE: garantire che tutti quelli che vogliono lavorare abbiano accesso al lavoro. Anche se in linea con la proposta di Lerner, questa va oltre. Per Lerner la disoccupazione è uno spreco economico, in quanto il governo potrebbe “permettersi” la piena occupazione, dovrebbe garantirla. Dal punto di vista dei diritti umani, la disoccupazione è la prova di una violazione dei diritti umani.

Chiaramente, questa è una violazione di un diritto umano da parte del governo come non ci si dovrebbe aspettare per le imprese a scopo di lucro per garantire questo diritto. Solo il governo può “permettersi” di garantire questo diritto.

Portato alla logica estrema, possiamo dire che la disoccupazione è creata dal sistema monetario (come sottolinea sempre Paul Davidson, non esiste la disoccupazione in un convento, i sistemi economici non basati sul denaro non hanno tassi di disoccupazione), un sistema che sin dall’inizio è stato creato dal governo per spostare le risorse al settore pubblico. Quindi la disoccupazione non è solo un problema che deve essere risolto da parte del governo, è un problema anche creato dal governo. E il governo sovrano ha la chiave: fornire i posti di lavoro. Warren Mosler dice sempre che i disoccupati sono nel settore pubblico, dobbiamo sostenerli e trattare con loro in qualche modo, così potremmo anche lasciarli lavorare per il settore pubblico.

Ora ammetto che qualche altro sostenitore della MMT non accetta il punto di vista dei diritti umani. Ma io sì. Eppure, come ho sostenuto in precedenza, i diritti umani sono aspirazionali e anche nazioni ricche, sviluppate, nominalmente democratiche violano insistentemente la maggior parte dei diritti umani accettati. A mio parere, questo non diminuisce il valore dell’argomento.”

La disoccupazione è un crimine contro l’umanità”  (Warren Mosler)

1La nascita della Costituzione Italiana : le idee, i protagonisti, la storia. C. Falaschi e M.Cascavilla ;

2Introduzione al “Progetto Diritto al Lavoro 2009 – 2011”

3Le élite stanno deliberatamente creando una generazione perduta in Europa – Bill Mitchell

4ALTERNATIVE PER UNA NUOVA ECONOMIA IN EUROPA: L’ULTIMA CONFERENZA ANNUALE DEL GRUPPO DI LAVORO di Riccardo Bellofiore e Emiliano Brancaccio

5http://e1.newcastle.edu.au/coffee/job_guarantee/JobGuarantee.cfm

6Randy Wray: MMT Without the JG? (http://www.nakedcapitalism.com)

di Aldo Scorrano (Alza Il Pugno)

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