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LA DISCREZIONALITA’ DELL’AZIONE PENALE

 

Il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, nel nostro sistema giudiziario, consiste nell’obbligo dello Stato di perseguire “tutti i reati di cui ha notizia”. E poiché non è in grado di farlo – perché i reati sono troppi, oppure perché i magistrati sono pochi, oppure perché non lavorano abbastanza – in realtà l’obbligatorietà dell’azione penale è soltanto un mito. A parte certi reati gravissimi, i magistrati hanno la libertà di perseguire i reati che vogliono perseguire e la libertà di lasciar morire di prescrizione quelli per i quali non hanno tempo o interesse. Si passa così da un teorico intervento a tappeto ad un’allarmante discrezionalità dei singoli inquirenti.

Naturalmente non dubitiamo che codesta discrezionalità sia esercitata col massimo scrupolo, ma dal momento che nessun inquirente ha tempo per tutti i reati, la libertà di scelta può anche impunemente prestarsi a distorsioni, conducendo in positivo a favoritismi e in negativo a persecuzioni. Nulla infatti vieta al magistrato poco corretto di lasciar perdere il consistente reato dell’amico per cercare nel frattempo con attenzione se il nemico – personale o politico – non abbia commesso qualcosa per cui lo si possa punire.

Che non si tratti soltanto di un’ipotesi teorica è finalmente certificato da un articolo http://www.corriere.it/politica/14_giugno_04/esigenza-chiarire-rapporti-capi-pm-59a99d98-ebbe-11e3-85b9-deaea8396e18.shtml di Luigi Ferrarella, il giornalista giudiziario dell’ufficialissimo “Corriere della Sera”, nel quale si legge che la discrezionalità si è già rivelata allarmante. Il singolo pm può rivelarsi squilibrato, o politicamente fanatico, e creare così grandi problemi economici o politici. Proprio per evitarlo, riferisce l’editorialista, si è ritenuto opportuno dare ai Capi delle Procure più importanti, se pure per vie traverse, una sorta di potere di supervisione sulle azioni penali da intraprendere da parte dei sostituti. Ne risulta che, quando i politici parlano di “giustizia a orologeria”, può darsi che calunnino il magistrato, in un dato caso, ma non calunniano certo il sistema, che è tarato per badare all’opportunità di una data azione penale. I grandi Procuratori ovviamente potrebbero obiettare che, appunto, se talvolta la giustizia è effettivamente “ad orologeria”, ciò avviene soltanto per il bene dell’Italia. E non c’è ragione di non crederlo. Ma che garanzia abbiamo, al riguardo?

Sembra che in Francia gli inquirenti siano sottoposti al potere di indirizzo dello Stato. Qui, se qualcuno proponesse lo stesso sistema, i magistrati si straccerebbero le vesti e griderebbero sui tetti che si attenta all’indipendenza dell’ordine giudiziario. Dimenticando nel frattempo che il potere che si vuole negare al Ministro oggi lo si concede all’ultimo dei pubblici ministeri di prima nomina.

A guardarli da vicino sono tuttavia criticabili tanto il pessimo sistema italiano quanto quello francese. La scelta dei reati da perseguire, e a fortiori la scelta degli accusati in quanto risulta da un giudizio di merito, non è giuridica, è politica. E per ciò stesso non può essere lasciata ai singoli accusatori che non ne risponderebbero a nessuno. La stessa delega al Ministero competente – che deciderebbe per l’intero Paese – potrebbe non essere adatta ad una data porzione del territorio, che potrebbe avere speciali esigenze di politica criminale. Ecco perché il sistema giusto è quello statunitense. In America gli avvocati dell’accusa per ogni singolo distretto dipendono da un Procuratore Distrettuale il quale è anche un personaggio politico: è eletto dai cittadini e può non essere riconfermato. È sufficiente che agli elettori la sua politica criminale risulti sgradita o anche semplicemente insufficiente. Inoltre gli avvocati della Procura non fruiscono di alcun privilegio. I district attorneys non sono “colleghi” dei giudicanti, possono essere accusati di parzialità, di incompetenza, di interessi politici, di demagogia. Di ogni altro misfatto, come gli avvocati della difesa, senza che si ipotizzi la lesa maestà.

Quel sistema è democratico sia nella formazione del corpo degli accusatori sia nel suo funzionamento. I D.a. sono responsabili delle loro scelte: i singoli rispetto al Capo e il Capo rispetto ai cittadini. Da noi invece, a causa di quella toga che domani potrebbe farli traslocare nella poltrona del giudice, sono tutti dei semidei sottratti a qualunque controllo. Anche se rischiano di portare al fallimento o alla chiusura la più grande acciaieria d’Italia. Intendiamoci, nessuno dice che in questo specifico caso i magistrati di Taranto abbiano torto. Ma se l’avessero, quale sanzione subirebbero per avere messo in pericolo l’impresa e il posto di lavoro di migliaia di dipendenti diretti e indiretti?

Noi ci riempiamo d’orgoglio ricordando che “l’Italia è la culla del diritto”. Ed effettivamente il diritto è nato qui. Ma nulla dice che, una volta uscito dalla culla, qui sia rimasto.

Gianni Pardo, pardo.ilcannocchiale.it

4 giugno 2014

 

 

 

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