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#Dantedì Dante e la Patria. Il 25 marzo unisca il Paese nei valori dell’identità nazionale (di Giuseppe PALMA)

Ieri il Consiglio dei Ministri ha deliberato l’istituzione della giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri, Padre della lingua italiana, individuandola nel 25 marzo di ogni anno. Gran parte degli studiosi ritengono infatti che il viaggio nell’Aldilà da parte del Sommo Poeta ebbe inizio il 25 marzo 1300, ma in realtà esiste anche un’altra tesi – non di minore importanza – che colloca l’inizio del percorso di Dante in compagnia del più grande poeta latino, Virgilio, il giorno di Venerdì Santo del 1300, vale a dire l’8 aprile. Come che sia, ritengo una cosa positiva avere una giornata in cui poter celebrare il Sommo Poeta.

Ma oggi voglio soffermarmi su un aspetto che, di solito, è poco considerato quando si parla di Dante, cioè il suo rapporto con l’idea di Patria che lo accomunerà – seppur solo idealmente e con diversi distinguo – a Foscolo, Leopardi e Manzoni.

Il primo punto che stupisce è quello che Dante parli espressamente di Italia già agli inizi del XIV° secolo, quando ancora la penisola è marcatamente divisa in tante piccole realtà comunali, seppur di enorme rilievo, in gran parte sotto il dominio di regni e feudi stranieri. Celebre la terzina del sesto canto del Purgatorio:

«Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!».

Siamo nell’anti-Purgatorio dove si trovano le anime dei defunti deceduti per morte violenta, e Dante assiste all’abbraccio tra Virgilio e il poeta Sordello da Goito, entrambi compatrioti mantovani. Un abbraccio così sincero che spingerà il Poeta a deprecare le discordie di cui è preda l’Italia.
L’idea che Dante ha della Patria, meglio sviluppata nel trattatello politico “De Monarchia“, è quella di una Nazione unita sotto la stessa lingua e sotto il medesimo Imperatore che si occupi delle questioni dello Stato, con il Papa che si occupi invece delle sole questioni spirituali ed ecclesiastiche. Insomma, l’Alighieri anticipa di quasi sei secoli la concezione «libera Chiesa in libero Stato» di Cavour. Una posizione non scontata quella di Dante, che da “guelfo bianco” fu inizialmente sostenitore del potere temporale – seppur parecchio limitato – del Papa. I contrasti con Bonifacio VIII, che aveva favorito la discesa di Carlo di Valois a Firenze per sconfiggere i “guelfi bianchi”, lo condurranno ad assumere una posizione ghibellina, infatti in esilio sarà capitano dell’esercito degli esuli ghibellini con a capo Scarpetta degli Ordelaffi (Signore di Forlì) nella sfortunata battaglia di Castel Pulciano dei primi del Trecento.

Ma torniamo alla Patria nella Divina Commedia. Siamo nel XXXII° Canto dell’Inferno, e immersi nel ghiaccio fino alla testa e con il viso rivolto verso l’alto troviamo i traditori della Patria. Freddi e spietati in vita a tal punto da tradire le persone legate da un vincolo di fiducia, Dante li fa sprofondare nel ghiaccio gelido provocato dalle ali di Lucifero. La zona è quella dell’Antenòra, nel fiume infernale del Cocito. Il primo traditore è Bocca degli Abati, un nobile fiorentino di fazione ghibellina vissuto nel tredicesimo secolo, al quale Alighieri rimprovera – dopo averlo percosso strappandogli qualche capello perché rivelasse il suo nome – il tradimento nella battaglia di Montaperti del 1260:

«malvagio traditor; ch’a la tua onta
io porterò di te vere novelle».

Bocca invita Dante ad andarsene, ma non prima di avergli rivelato i nomi di altri traditori della Patria che sono lì insieme a lui, a cominciare da quello che ha fatto il suo nome, Buoso da Duera, corrotto dagli Angioini perché tradisse Manfredi di Svevia (figlio di Federico II) nella battaglia di Benevento del febbraio 1266. Celebre la terzina nel III° Canto del Purgatorio dedicata a Manfredi:

«Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso».

Ma ecco che alla fine del XXXII° Canto dell’Inferno il Sommo Poeta scorge altri due dannati immersi parzialmente nel ghiaccio nella stessa buca, uno dei quali addenta la nuca dell’altro:

«Noi eravam partiti già da ello,
ch’io vidi due ghiacciati in una buca,
sì che l’un capo a l’altro era cappello;

e come ’l pan per fame si manduca,
così ’l sovran li denti a l’altro pose
là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca».

Si tratta del conte Ugolino della Gherardesca e dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, detto anche Ruggieri di Pisa. La storia è nota a tutti. Il conte portò all’esasperazione Pisa nelle trattative di pace con altri comuni, e l’arcivescovo Ruggieri lo tirò in un tranello facendolo arrestare, tradendo la sua fiducia.
Così Ugolino e i suoi figliuoli vennero rinchiusi nella Torre della Muda a Pisa, fino alla morte di tutti per fame. Ruggieri ordinò che la chiave della Torre fosse buttata nell’Arno.
È nel Canto successivo, il XXXIII°, che Dante mette in risalto questo strazio a cui Ugolino e figli furono condannati dall’astuta mossa di Ruggieri:

«Poscia che fummo al quarto dì venuti
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: ‘Padre mio, ché non mi aiuti?’.

Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ‘l quinto dì e ‘l sesto; ond’io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti
Poscia, più che il dolor, poté il digiuno».

Poco prima di questi versi il Poeta offre in particolare una immagine ancor più umana del Conte Ugolino, seppur in vita fu uomo crudele. L’immagine è sempre la stessa, quella del padre che prova pietà per i suoi figliuoli che stanno condividendo con lui la medesima sorte, una pietà divina propria di chi ha messo al mondo le sue creature che ora vede morire sotto i suoi occhi, uno ad uno. Ma il momento più alto della pietà cristiana è la morte imminente del figlio Anselmo:

«io senti’ chiavar l’uscio di sotto
a l’orribile torre; ond’ io guardai
nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.

Io non piangëa, sì dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”».

Insomma, la storia di Ugolino e dei suoi figliuoli coniuga perfettamente gli aspetti di Patria e Amore in Dante.

E sempre a proposito di Patria è proprio Dante che, nella Divina Commedia, indica i tre colori che dopo quasi cinque secoli saranno individuati come il tricolore della nostra bandiera nazionale. Verde, Bianco e Rosso sono infatti i tre colori che avvolgono Beatrice nel trentesimo Canto del Purgatorio:

«così dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori,

sovra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva».

“Sovra candido vel” è il bianco, “verde manto” il verde e “color di fiamma viva” il rosso.

Il Consiglio dei Ministri ha quindi indicato nel 25 marzo la ricorrenza annuale in ricordo di Dante. Sarà importante, da ora in avanti, non strumentalizzare la figura e le opere del Sommo Poeta per questo o per quel fantomatico significato politico. Mi auguro che nessuno metta il cappello della retorica anti-patriottica su Dante.

Alighieri è stato, insieme a tutti gli esponenti del Dolce Stil Novo (tra cui Guido Guinizzelli, Cino da Pistoia, Guido Cavalcanti e Lapo Gianni), il Padre della lingua italiana. Un grande Poeta, forse il più grande di tutti, che non dovrà in alcun modo essere motivo di faziosità politica, soprattutto in vista delle celebrazioni del 700° anniversario della sua morte che si terranno il prossimo anno (1321-2021).

Le celebrazioni del 2021 siano dunque motivo di unità nazionale e spirito patriottico. Da parte di tutti, fieri che la nostra lingua e la nostra identità nazionale provengono proprio da Dante. Sette secoli, in fin dei conti, sono appena dietro di noi. Basta mettere in fila, a ritroso, dieci persone di settant’anni e arriviamo ad essere a tu per tu con Dante.

Avv. Giuseppe PALMA

***

a. (Io e Dante. Uno studio sul Sommo Poeta, di Giuseppe Palma, Editrice Gds, 2016, solo edizione e-book: https://www.amazon.it/Io-Dante-Giuseppe-Palma-ebook/dp/B01C9NXM1O);

b. (Spicchi di mela verde: 27 poesie, con un saggio breve sulla nascita della letteratura italiana, di Giuseppe Palma, Editrice Gds, 2019, solo edizione cartacea: https//www.amazon.it/Spicchi-mela-verde-Letteratura-italiana/dp/8867829912/ref=mp_s_a_1_1?keywords=spicchi+di+mela+verde+giuseppe+Palma&qid=1578039234&sr=8-1)

c. (Ladri di democrazia. La crisi di governo più pazza del mondo. L’ultimo libro di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, Giubilei Regnani editore, 2019, solo edizione cartacea: https://scenarieconomici.it/ladri-di-democrazia-la-crisi-di-governo-piu-pazza-del-mondo-lultimo-libro-di-p-becchi-e-g-palma-giubilei-regnani-editore/)

 

 

 


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