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Dal reddito di Cittadinanza all’assistenza alla disoccupazione, l’esempio elvetico (di Tania Rancani)

 

 

 

Ne sentiamo di tutti colori di questi giorni, dai bancomat stampati alle poste, ad imprenditori che vorrebbero percepire il reddito di cittadinanza per creare occupazione; l’unica cosa sulla quale ce certezza è che nessuno sa di cosa si parla. Facciamo un po’ di chiarezza partendo da un esempio pratico, ossia il mio!

Mi sono diplomata in economia e commercio concludendo con un diploma di perito aziendale, grazie ad un percorso virtuoso, che coinvolse diverse parti dal datore di lavoro ad enti pubblici funzionanti e specializzati sul tema del lavoro e della formazione. Ovviamente non in Italia, ma in Svizzera, dove esiste un ente che si chiama “Arbeitslosenamt”, ossia “Ente per la disoccupazione”. Questo ente, che fa parte del ministero del lavoro elvetico, non si occupa solamente di problemi connessi alla disoccupazione, ma coinvolge tutte le parti che si occupano dello sviluppo personale dei cittadini. Nello stesso tempo però coinvolge anche le aziende, che hanno uno strumento in più non solo per reclutare il personale occorrente, ma anche per contribuire allo sviluppo personale di talenti già presenti in azienda, oppure per formare un esercito di nuovi tecnici, addetti, supervisori ecc. ecc.

Torniamo all’esempio pratico, mi diplomai come corrispondente in lingue estere (tanti anni fa) e da subito ovvero dai primi anni di lavoro, vidi che il ruolo da segretaria d’azienda o assistente amministrativa (in lingua moderna), non mi piaceva. Non mi piaceva essere dipendente, quindi avere quel ruolo assistenziale senza propria autonomia e creatività, senza potere decisionale, ma in un processo virtuoso trovi sempre qualcuno che individualizza i tuoi talenti, nota le tue qualità e decide che il tuo contributo può essere ben più sostanziale se incanalato in maniera opportuna. Ormai ero arrivata al massimo di quello che potevo ottenere con il mio titolo di studio, nel quadro di una grande azienda farmaceutica. Il mio superiore, mi prese per mano e mi spinse a tornare a studiare. Tramite un ufficio di “Talent scout”, con il quale definimmo un percorso individuale e che mi introdusse in questo sistema statale di formazione, presso l’ente di disoccupazione appunto, tornai sui banchi di scuola, dove in tempi rapidissimi mi diplomai e conclusi con il certificato statale. Seguì la specializzazione in servizi integrati, poi altri corsi come specialista di sicurezza aziendale, ancora un po’ di mangement trainig da capo progetto di processi d’integrazione industriale e poi… Ok, poi ho deciso di cambiar vita e tornare alle origini, ossia in Italia.

Come vedi, caro lettore, il percorso di un dipendente dev’essere di continuo sviluppo e accrescimento delle proprie facoltà. Non si finisce mai d’imparare e il ruolo fisso in questo percorso, può solo essere d’ostacolo alla propria cultura e ovviamente anche all’innovazione e lo sviluppo dell’azienda stessa. Ma occhio perché parlo del ruolo fisso, da non confondere con l’impiego fisso che è il solo vero propulsore di questo processo!

E in Italia? In Italia manca, ma manca tutto cominciando dai centri dell’impiego, dove pochi impiegati precari cercano di collocare tantissime persone disoccupate. Manca la condivisione dei dati tra una regione e l’altra, ma anche tra regioni ed enti statali. Manca un sistema integrativo delle diverse misure che già abbiamo a disposizione, come la cassa d’integrazione, il reddito d’inclusione, il sussidio di disoccupazione, ecc. Manca soprattutto la connessione tra percorso di formazione e di collocamento al lavoro. Manca anche una approfondita conoscenza dei dati statistici, anzi la rilevazione corretta di questi dati regione per regione. Come si fa a combattere un problema, se non lo si conosce?

Per assurdo in questo paese abbiamo tantissime cose da implementare e abbiamo tantissime persone disoccupate o sottoccupate, che potrebbero invece condurci a questa piattaforma infrastrutturale sulla quale si muove un economia sana. Quindi se dovessi sognare, ci sarebbe un unico organo che integra la problematica della disoccupazione a quella formativa, quella della lotta alle diseguaglianze all’IMPS, integrando così i nostri diversamente abili in processi lavorativi adatti alla loro disabilità, il processo di vera emancipazione, che non si basa su una assurda regolamentazione di quote rosa, che più che altro discrimina invece di integrare. Certamente parliamo di scelte politiche dispendiose, ma anche di cultura politica nella quale nessuno deve restare indietro, nessuno si deve sentire indesiderato, inutile e scoraggiato.

Magari qualcuno dirà che sono un idealista, un sognatore e allora facciamo un confronto. La disoccupazione nazionale elvetica secondo dati SECO (segretariato di stato per l’economia) è di 2.5%, pressoché piena occupazione, aggiungiamo il 2.1% di disoccupazione (reale) ossia di chi non cerca lavoro per vari motivi e arriviamo al 4.6%, (anche se questo dato non è veramente stabile ed assodato, quindi tendenzialmente esagerato). Quanto tempo resta una persona nel sistema del sussidio di disoccupazione? Si parla di una media di 6 mesi, includendo però anche quelle situazioni, che sarebbero difficilmente collocabili anche in situazione di piena occupazione, ossia persone con disabilità, tossicodipendenza, alcolismo ecc. Oppure quelle persone che sono in un processo di formazione e quindi usufruiscono del tempo massimo, in pratica di circa un anno e mezzo, ma anche le persone che ormai hanno raggiunto l’età pensionabile e hanno un livello di formazione medio bassa, anch’esse difficilmente ricollocabili.


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