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Da underground a mainstream: le tesi #noeuro da eresia a banalità quotidiana

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C’era una volta un piccolo gruppo di persone con idee molto controcorrente riguardo l’euro. Erano influenzate talvolta da persone che avevano saputo interpretare in anticipo la vera natura della moneta unica: un sistema di governo, non una moneta.

Per convertirsi da pro-euro ad anti-euro costoro, spesso con poche basi economiche, avevano dovuto assorbire concetti semplici ma non banali, quali

  • AVO, Area Valutaria Ottimale;
  • REER, Tasso Reale Effettivo di Cambio tra paesi con la stessa valuta;
  • shock asimmetrici;
  • deflazione interna; 
  • ciclo di Frenkel e bolle di credito

Le tesi spesso si scontravano con la malafede o la crassa ignoranza di chi ancora non sapeva o non voleva abbandonare il totem dell’euro salvifico e benefico. Un argomento classico era che l’euro mette tutti i paesi alla pari e in competizione non più sul prezzo (svalutazione brutta) ma sulla qualità. Argomento moralistico perchè finisce sempre in autorazzismo e stereotipi risibili, ma spesso usato dai furbacchioni pro-euro (i famigerati importatori e rentiers) che ha facile presa su menti semplici, capaci al massimo di confrontare una BMW con una Fiat.

Gli effetti dei differenziali d’inflazione tra paesi membri di un’unione valutaria richiedono comunque sempre un livello di cultura superiore a quello di un Ministro dell’Istruzione del PD, e sono tuttora poco chiari ai più.

Ciononostante anche testate giornalistiche e magazine provano a spiegare il problema dell’euro e della perdita di competitività dei paesi periferici. E anche commentatori tedeschi iniziano a parlarne – anche se a rovescio e pro domo ea, al solito.

Qui un tweet recente Holger Zschaepitz, redattore senior della sezione economica del Die Welt:

“Questo grafico spiega perchè l’Italia ha bisogno di una svalutazione della propria moneta. L’euro italiano sopravvalutato porta alla deindustrializzazione”

Abbastanza da far scoppiare la testa a qualunque pro-euro in fase di negazione.

Non è un concetto difficile: l’Italia ha da sempre un’inflazione più alta dei paesi del Nord Europa. Abbiamo infatti un’inflazione media prossima al 2% dal 2000 ad oggi. Ovvero vicina al target della BCE. Quindi siamo un paese modello da questo punto di vista. Ma la Germania ha un’inflazione media inferiore all’1%. Il differenziale cumulato in 15 anni di euro è dunque prossimo al 20%. Ecco spiegato il REER.

Se però Holger Zschaepitz fosse obiettivo avrebbe dovuto parlare anche della sottovalutazione dell’euro tedesco, all’origine del mostruoso surplus di bilancia commerciale di ben 270 miliardi di euro degli amici tedeschi. Molto si è scritto su questo surplus, sulla violazione da 9 anni consecutivi dei parametri UE e del misterioso mancato avvio di una Macroeconomic Imbalance Procedure da parte della Commissione Europea.

Qui un grafico del FMI sull’entità monstre del deprezzamento reale tedesco:

Mentre l’Italia ha una sopravvalutazione reale del 5% circa la Germania gode di un deprezzamento del 15%, che produce un surplus di bilancia dei pagamenti del 5% secondo le valutazioni dello staff del FMI.

Le conseguenze di questa distorsione gigantesca non si limitano alla bilancia dei pagamenti come sottolinea il buon Holger. Distruzione dell’industria, sofferenze e conseguente crisi del sistema bancario, disoccupazione e precariato ne sono le conseguenze dirette.

Buon weekend.

 


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