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Crisi Hormuz: il Giappone torna al carbone (e al nucleare) per proteggere l’economia reale
A causa del blocco dello Stretto di Hormuz, il Giappone sospende i vincoli sulle centrali a carbone e accelera sul nucleare per difendere l’industria e arginare l’inflazione energetica.

Quando le catene di approvvigionamento globali si spezzano e l’inflazione morde i bilanci industriali, i sogni di una rapida e indolore transizione ecologica si scontrano inevitabilmente con la dura realtà dei fatti. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, innescata dall’escalation bellica in Medio Oriente, sta presentando un conto salatissimo all’economia globale, ma a Tokyo hanno deciso di rispondere con il massimo del pragmatismo. Niente voli pindarici sulle utopie green: per salvare l’industria e garantire la sicurezza energetica, il Giappone riaccende le centrali a carbone e spinge sull’acceleratore del nucleare.
La deregolamentazione d’emergenza del METI
A partire dal primo aprile, all’inizio del nuovo anno fiscale, il Ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria (METI) sospenderà per un anno i rigidi vincoli ambientali sulle centrali termoelettriche. Nel dettaglio, il governo ha deciso di eliminare il tetto massimo del 50% sul tasso di utilizzo per quegli impianti a carbone che presentano un’efficienza di generazione inferiore al 42%. Inoltre, queste strutture meno efficienti (precedentemente escluse per ragioni climatiche) potranno nuovamente partecipare alle aste del mercato della capacità (capacity market).
L’obiettivo è matematico ed essenziale: ridurre il fabbisogno di Gas Naturale Liquefatto (GNL). Il Giappone importa circa 4 milioni di tonnellate di GNL all’anno attraverso Hormuz. Sebbene sia solo il 6% dell’import totale nipponico, il blocco di questa rotta, unito alla recente chiusura del più grande impianto GNL al mondo in Qatar, ha reso l’approvvigionamento asiatico estremamente vulnerabile.
| Indicatore Energetico e Macroeconomico | Dati (Stime 2026) |
| Import GNL via Hormuz | ~ 4 milioni di tonnellate/anno |
| Risparmio atteso di GNL (uso carbone) | 0,5 milioni di tonnellate/anno |
| Quota carbone importato dall’Australia (2023) | 64% |
| Reattori nucleari operativi post-Fukushima | 15 (su 33 riavviabili) |
| Revisione crescita globale OCSE | Da 3,3% a 2,9% |
Grazie a questa flessibilità sul carbone, il METI stima di risparmiare circa 500.000 tonnellate di GNL all’anno. Un volume vitale per un Paese che fa grande affidamento sull’energia termoelettrica.
Il rifugio sicuro del carbone e il rilancio dell’atomo
La scelta del carbone non è casuale. Mentre il Giappone dipende per oltre il 90% dal turbolento Medio Oriente per le sue importazioni di petrolio, il carbone offre una sicurezza geopolitica invidiabile. Nel 2023, ben il 64% del carbone bruciato a Tokyo proveniva dall’Australia, un partner stabile e sicuro. Aumentare la generazione a carbone significa quindi isolare il Paese dalle fluttuazioni folli del mercato petrolifero, calmierando i prezzi.
Parallelamente, riemerge l’opzione nucleare. Durante un recente incontro a Tokyo, il capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), Fatih Birol, ha confermato al ministro dell’industria Ryosei Akazawa che l’industria dell’atomo riceverà “una spinta aggiuntiva” per garantire la produzione energetica interna. Finora, Tokyo ha riavviato 15 dei 33 reattori rimasti operativi dopo il disastro di Fukushima del 2011.
Il paradosso climatico
L’OCSE ha appena tagliato le stime di crescita globale per il 2026 dal 3,3% al 2,9%, poiché l’impennata dei costi energetici sta spingendo l’inflazione nei Paesi del G20 al rialzo di 1,2 punti percentuali. Per difendere la domanda aggregata, Tokyo non solo deregolamenta il carbone, ma ha anche rilasciato 50 giorni di riserve strategiche di petrolio e introdotto sussidi sui carburanti.
C’è, infine, una sottile ironia nei dati climatici. Secondo la Commissione Europea, il Giappone è stato uno dei soli cinque grandi emettitori a ridurre i gas serra nel 2024 (-2,8%). Ciononostante, gli analisti di BloombergNEF giudicano “troppo debole” il target di riduzione delle emissioni del 60% entro il 2035. Un’osservazione forse tecnicamente ineccepibile sui modelli matematici al 2050, ma che oggi appare drammaticamente fuori fuoco: quando le industrie rischiano la paralisi e l’inflazione minaccia i salari reali, la transizione energetica deve, inevitabilmente, cedere il passo alla sicurezza nazionale.









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