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COSI’ SEVERGNINI OFFENDE LA MEMORIA DI GIULIO REGENI (di Eriprando Sforza)

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Povero Giulio Regeni, non bastava la fine atroce che hai fatto. La tua morte viene ora strumentalizzata nei modi peggiori. Non c’è da stupirsi, è forse inevitabile. Me è certo da biasimare. Tra le tante cose che hanno scritto su di te, mi ha colpito il pezzo che ti ha dedicato Beppe Severgnini sul Corriere della Sera, approfittando dell’occasione per fare il suo compitino di propaganda europeista e mondialista. E affibbiandoti l’etichetta di Post-Italian. Nelle poche righe vergate dall’incanutito allievo di Indro Montanelli c’è un tale concentrato di banalità da far paura, che stride con la tua attività di studioso. Prima di tutto si vanta per la milionesima volta di avere avuto la brillante idea degli Italians, vale a dire di raccontare gli italiani emigrati nei sei continenti. Un’idea che gli ha consentito di cenare in tutte le pizzerie del mondo tra il 1995 e il 2010. Anni in cui, dice Severgnini “l’Europa e il mondo sembravano un grande buffet di occasioni e possibilità”. Avete capito bene, un buffet. Un paragone del genere potrebbe venire in mente solo ai giornalisti markettari abituati a sgomitare non per raccogliere notizie ma per accaparrarsi l’ultima fetta di salmone al rinfresco offerto dopo la conferenza stampa di un’azienda. Notate bene che il periodo d’oro finisce nel 2010, guarda caso l’anno in cui è scoppiata la crisi greca e l’ideale europeista ha cominciato a traballare. Da allora sono successe solo brutte cose, tra cui Severgnini elenca “la cautela degli Usa di Obama”, come dire che avrebbe dovuto attaccare già da lungo tempo la Siria e magari anche l’Iran. Al giorno d’oggi, scrive il nostalgico dei Beatles (almeno a giudicare dalla sua pettinatura), “soffia la follia” e “un ricercatore come Giulio Regeni viene considerato un nemico, una ragazza come Valeria Solesin diventa un obiettivo”. Ma i nuovi italiani “non mollano”, proclama Severgnini, e “si rifiutano di considerare un mondo dove gli Stati sono stanze chiuse”. Ecco qua il vero problema: la chiusura delle frontiere. Perché la poetica del nostro Beatle fuoricorso è costruita sull’assunto che l’Italia fa schifo e meno male che c’è l’Europa unita così i nostri giovani possono emigrare senza problemi per poi avere successo all’estero dove le cose funzionano meglio e c’è la meritocrazia e alla fine arrivo io che li premio con una piacevole serata in pizzeria e una citazione sul Corrierone. E’ tutto così cool che altri giovani leggendomi avranno l’idea di emigrare e così i loro talenti finalmente fioriranno per la gioia della Volkswagen, di Lvmh e dei gourmet londinesi (perché gli Italians del Beppe da Crema fanno tutti lavori creativi, stimolanti e ben pagati, mai che alle sue cene si presenti un uomo di fatica). Purtroppo, però, il mondo è cambiato. E così gli Italians lasciano spazio alla nuova generazione di PostItalians, che Severgnini definisce “meno prevedibili, più vulnerabili, comunque ammirevoli”. In poche parole, degli sfigati. Ma perché Post? In un momento in cui molti Stati nazionali rialzano la testa (il Regno Unito, la Polonia, l’Ungheria, mentre persino il Portogallo si sta stufando di fare i compiti a casa senza fiatare) per Severgnini gli italiani sono post. Forse perché il mondo globalizzato da lui idealizzato sta crollando miseramente sotto i colpi della realtà e allora sfoga la sua frustrazione dando già per scontata la fine dell’Italia. Che poi è da anni l’obiettivo del quotidiano ispirato da Mario Monti. Logica conseguenza vorrebbe che il Corrierone e Severgnini coronassero il loro sogno facendosi comprare da un editore straniero. Peccato che nessuno si sia ancora fatto avanti. Chissà perché.

Eriprando Sforza

 

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