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Corso di relazioni internazionali: nona lezione. La crisi di Bretton Woods e fine dei cambi fissi

relazioni internazionali

 

Il problema dell’equilibrio esterno degli Stati Uniti nel sistema di Bretton Woods

Il problema dell’equilibrio esterno degli Stati Uniti era differente da quello degli altri Paesi nel sistema di Bretton Woods. Come Paese emittente valuta, gli Stati Uniti non erano responsabili del mantenimento del cambio del dollaro; la loro responsabilità principale era mantenere il prezzo dell’oro a 35 dollari l’oncia e garantire che le banche centrali potessero convertire in oro le proprie riserve in dollari a quel prezzo.

A questo scopo, gli Stati Uniti dovevano detenere sufficienti riserve in oro.

Poiché agli Stati Uniti era richiesto di scambiare dollari contro oro con le banche centrali straniere, la possibilità che altri Paesi convertissero i propri dollari in oro costituiva un potenziale vincolo esterno per la politica macroeconomica statunitense.

In pratica, le banche centrali straniere erano contente di detenere i dollari e continuavano ad accumularli, poiché questi offrivano interessi e rappresentavano la moneta internazionale per eccellenza.

Poiché l’offerta mondiale in oro non cresceva abbastanza velocemente da tenere il passo della crescita economica mondiale, l’unico modo in cui le banche centrali potevano mantenere un adeguato livello di riserve (impedendo la deflazione) era di accumulare attività denominate in dollari.

La conversione ufficiale delle riserve in oro avvenne in qualche caso, e questo fu sufficiente a esaurire le riserve auree degli Stati Uniti, causando notevoli preoccupazioni.

L’economista Robert Triffin già nel 1960 richiamò l’attenzione su un problema fondamentale di lungo periodo per il sistema di Bretton Woods, “il problema della fiducia”. Man mano che le riserve internazionali delle banche centrali crescevano nel tempo, anche le riserve in dollari sarebbero necessariamente cresciute, fino a superare le riserve auree degli Stati Uniti. Il paese non sarebbe stato in grado di soddisfare l’obbligo se tutti i detentori avessero contemporaneamente provato a convertire in oro le proprie attività in dollari. Questo avrebbe provocato un problema di fiducia: le banche centrali, sapendo che i propri dollari non erano più “buoni come l’oro”, potevano non desiderare più di accumulare altri dollari, e potevano addirittura mettere in difficoltà il sistema tentando di convertire i dollari che già detenevano.

Una possibile soluzione suggerita fu quella di aumentare il prezzo ufficiale dell’oro in termini del dollaro e delle altre valute. Tuttavia questa misura avrebbe avuto un impatto inflazionistico e i Paesi produttori di oro si sarebbero arricchiti.

Inoltre, un aumento del prezzo dell’oro avrebbe provocato un’ulteriore riduzione delle aspettative delle banche centrali circa il valore in oro delle proprie riserve in dollari, il che avrebbe rischiato di aggravare, anziché risolvere, il problema della fiducia.

La fine del sistema di Bretton Woods

Alla fine degli anni Sessanta il sistema dei cambi fissi iniziava a mostrare quei segni di cedimento che lo avrebbero presto condotto al collasso. Questi cedimenti erano strettamente legati alla speciale posizione degli Stati Uniti, dove l’inflazione si stava rafforzando a causa dell’elevata crescita della moneta (essendo la FED costretta a stampare dollari per garantire le transazioni del commercio internazionale), e della maggior spesa pubblica per i nuovi programmi sociali e per l’impopolare guerra del Vietnam.

L’accelerazione dell’inflazione statunitense fu un fenomeno globale e fece aumentare l’inflazione anche negli altri Paesi che per mantenere i tassi di cambio, le proprie banche centrali erano costrette ad acquistare dollari e, così facendo, espandevano la propria offerta di moneta.

(Per stabilizzare il livello dei prezzi e tornare all’equilibrio interno, i Paesi avrebbero dovuto abbandonare i cambi fissi e permettere alle loro valute di fluttuare. Essi non potevano simultaneamente fissare il tasso di cambio e controllare l’inflazione interna.)

In aggiunta a quanto detto, l’economia statunitense entrò in recessione nel 1970: al crescere della disoccupazione i mercati si convinsero sempre più che il dollaro avrebbe dovuto essere svalutato rispetto a tutte le principale valute europee.

Per ripristinare la piena occupazione e l’equilibrio del conto corrente, gli Stati Uniti dovevano in qualche modo provocare un deprezzamento reale del dollaro.

Tale deprezzamento poteva essere indotto in due modi:

– o riducendo il livello dei prezzi statunitensi in risposta alla disoccupazione domestica assieme all’aumento del livello dei prezzi esteri in risposta ai continui acquisti di dollari da parte delle banche centrali straniere;

– o attraverso la riduzione del valore nominale del dollaro rispetto alle valute estere.

Dopo svariati tentativi di stabilizzare il sistema (inclusa la decisione unilaterale degli Stati Uniti nell’agosto del 1971 di rompere completamente la convertibilità tra dollaro e oro), a marzo del 1973 i principali Paesi industrializzati permisero la fluttuazione dei propri tassi di cambio e da qui l’inizio di un nuovo periodo nelle relazioni monetarie internazionali.

Prima del 1973 le debolezze del sistema di Bretton Woods spinsero molti economisti a sostenere i cambi flessibili. Quattro sono le argomentazioni a favore della fluttuazione dei cambi:

1) si sosteneva che i cambi flessibili avrebbero offerto alle autorità di politica monetaria nazionali maggiore autonomia nella gestione delle loro economie;

2) si prevedeva che i cambi flessibili avrebbero rimosso le asimmetrie degli accordi di Bretton Woods;

3) i sostenitori affermavano che i tassi di cambio flessibili avrebbero rapidamente eliminato gli “squilibri strutturali” che avevano portato a cambiamenti delle parità e ad attacchi speculativi in regime di cambi fissi;

4) essi sostenevano che questi stessi movimenti dei tassi di cambio avrebbero evitato consistenti e persistenti deviazioni dall’equilibrio esterno.

I Tassi di Cambio Flessibili

Inflazione e disinflazione

Nei primi turbolenti anni in regime di cambi flessibili ci fu una quadruplicazione del prezzo mondiale del petrolio tra la fine del 1973 e l’inizio del 1974 (la prima crisi petrolifera), progettato dalla Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) affermatasi come cartello internazionale che comprendeva i maggiori produttori mondiali di greggio.

Consumo e investimenti rallentarono ovunque e l’economia mondiale finì in recessione.

Un fattore importante fu lo stesso shock petrolifero: l’innalzamento del prezzo del greggio provocò un aumento del livello dei prezzi. Inoltre le pressioni inflazionistiche mondiali erano diventate intrinseche al sistema di determinazione dei salari e continuarono a spingere sull’inflazione nonostante la disoccupazione aumentasse.

Le stesse aspettative di inflazione che stavano alla base delle nuove contrattazioni salariali producevano ulteriori spinte sui prezzi. Gli stessi speculatori accumulavano scorte dei prodotti di cui si aspettavano un aumento dei prezzi.

Queste insolite condizioni appena descritte prendono il nome di Stagflazione, una combinazione di stagnazione della produzione e di aumento dell’inflazione. Esso era il risultato di due fattori:

– l’incremento del prezzo dei beni che aveva direttamente accresciuto l’inflazione e allo stesso tempo depresso la domanda e l’offerta aggregata;

– le aspettative di inflazione futura che spingevano sui salari e sugli altri prezzi, nonostante la recessione e l’aumento della disoccupazione.

Al primo shock la risposta dei Paesi industrializzati è stata quella di adottare politiche espansive sia monetarie sia fiscali.

Una seconda crisi petrolifera (1979 con la caduta dello scià in Iran) innescò un’altra ondata di aumenti del prezzo del petrolio, dovuti all’interruzione delle esportazioni da parte dell’Iran. A questo secondo shock la risposta dei Paesi industrializzati non è stata quella di adottare misure espansive, la crescita monetaria fu ristretta nel tentativo di controbilanciare l’aumento dell’inflazione innescato dall’aumento del prezzo del petrolio.

Questo approccio di politica economica evitò il brusco aumento dell’inflazione, ma contribuì a causare una recessione mondiale. Nello stesso periodo l’apprezzamento del dollaro negli Stati Uniti accelerò il processo di riduzione dell’inflazione, allo stesso tempo ostacolava la lotta all’inflazione dei Paesi esteri, sia facendo aumentare i prezzi delle importazioni sia incoraggiando la richiesta di maggiori salari da parte dei lavoratori.

Una politica monetaria restrittiva degli Stati Uniti aveva un effetto beggar-the-neighbor all’estero, nella misura in cui riduceva l’inflazione statunitense in parte esportando inflazione nei Paesi esteri. Questo comportò che le banche centrali estere intervennero sui mercati valutari per rallentare l’ascesa del dollaro, vendendola per acquistare la propria valuta, ma spingendo a rialzo i tassi di interesse, non fece che creare un’ulteriore effetto negativo di profonda recessione già iniziato con il secondo shock petrolifero.

Tuttavia la contrazione monetaria e la conseguente recessione portarono rapidamente a una drastica riduzione dei tassi di inflazione nei Paesi industrializzati.

Quando la ripresa dalla recessione rallentò a metà degli anni Ottanta il conto corrente statunitense iniziò a registrare disavanzi record, a cui fece seguito delle pressioni politiche per l’introduzione di ampie restrizioni commerciali, gli Stati Uniti e altri Paesi industrializzati acconsentirono ad assumere un’azione di concerto per ridurre il valore del dollaro sul mercato delle valute.

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