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Continua il braccio di ferro tra Cina, USA, Giappone, Taiwan e Corea nelle Isole Senkaku

Continua ad alzarsi la tensione tra Cina, USA, Giappone, Taiwan e Corea nelle Isole Senkaku.

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La portaerei cinese Liaoning ha attraccato oggi per la prima volta in una base militare di Pechino nelle vicinanze dell’arcipelago delle isole Senkaku, nel mar Cinese meridionale, contese territorialmente con Tokyo. Secondo quanto riferisce l’agenzia Xinhua, “la portaerei Liaoning e’ partita martedi’ dal porto orientale di Qingdao, ha attraversato giovedi’ lo stretto di Formosa ed e’ arrivata oggi nella base di Sanya, nella provincia insulare cinese dell’Hainan”, non lontano dalle isole Senkaku. La portaerei Liaoning, entrata ufficialmente in servizio circa un anno fa, “e’ accompagnata dai cacciatorpedinieri Shenyang e Shijiazhuang e dalle fregate Yantai e Weifang”, come riferisce l’agenzia Xinhua

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Dopo i B52 americani, anche aerei militari giapponesi e sudcoreani hanno sorvolato l’arcipelago delle Senkaku, sfidando le autorità cinesi che alcuni giorni fa hanno inserito le isole contese tra le aree di identificazione per la difesa aerea. Le Senkaku Diaoyu sono al centro di una contesa irrisolta tra Tokyo e Pechino: l’ultima mossa della Cina, intesa a rivendicare la territorialità sulla zona, ha fatto aumentare le tensioni tra i due paesi. Un portavoce del governo nipponico ha escluso qualunque tipo di cambiamento di procedura, come richiedono invece le autorità di Pechino, che vogliono essere avvertite del passaggio di aerei commerciali e militari nello spazio aereo conteso.

Diamo uno sguardo alla potenza militare dei contendenti nella regione:

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Guerra all’orizzonte? Non proprio. Pero’ nell’area potenziali conflitti o guerre fredde ve ne sono parecchi:

Conflitto tra le 2 Coree (con la Corea del Nord potenza nucleare)

– Isole contese nel Mar cinese (trattasi di parecchie isole, contese tra Cina, Taiwan, Corea, Giappone, Filippine, Vietnam, etc)

– Taiwan (ancora oggi la Cina rivendica l’isola)

A cio’ di aggiungono situazioni particolari (es. il Tibet) ed aree da sempre un po’ tese (es. il confine tra Vietnam e Cina).

 

Segnaliamo l’articolo Diaoyu/Senkaku, storia delle isole contese tra Cina e Giappone di Rodolfo Bastianelli su Limes

Le isole sono un patrimonio strategico rivendicato da Tokyo e Pechino. Il Giappone teme l’assertività cinese, mentre la disputa riduce gli scambi commerciali bilaterali danneggiando entrambe le economie. Gli Stati Uniti professano neutralità ma interverrebbero a favore del Giappone.
[Carta di Laura Canali]

Le origini storiche e giuridiche della disputa

 Dal punto di vista giuridico, la contesa per il controllo di queste isole è estremamente complessa. Confinata per oltre mezzo secolo tra le dispute minori che opponevano Cina e Giappone – lo stesso Mao Tse-tung riteneva si trattasse di un problema di scarsa rilevanza, che le generazioni future avrebbero potuto risolvere – la controversia sulla sovranità delle Senkaku ha cominciato ad emergere sulla scena internazionale con la fine della guerra fredda, trasformandosi in una questione politicamente rilevante all’inizio del nuovo secolo. 

Stando alla versione di Tokyo, il Giappone ha acquisito la sovranità delle Senkaku nel gennaio 1895. In quella data, il governo nipponico decise di incorporare le isole, in osservanza delle norme del diritto internazionale relative all’occupazione di terrae nullius. Rilievi e indagini storiche avevano precedentemente confermato che le isole erano disabitate e che non erano mai state sotto la sovranità cinese. A partire da allora, il Giappone ha continuativamente controllato le Senkaku, includendole a livello amministrativo nel territorio delle isole Nasesi. Inoltre, secondo il governo di Tokyo, le isole non erano parte dei territori – comprendenti Taiwan e l’arcipelago delle Pescadores – ceduti dalla Cina imperiale al Giappone con il trattato di Shimonoseki del 1895, che pose fine al conflitto sino-giapponese. Tale circostanza avvalorerebbe la tesi giapponese, secondo cui le isole non furono mai assoggettate al controllo cinese. 

Un’ulteriore conferma deriva dal memorandum recentemente redatto dal ministero degli Esteri. Stando al documento, le Senkaku furono prima escluse dai territori ai quali il Giappone dovette rinunciare perché precedentemente acquisiti con la forza (sulla base dell’articolo 2 del Trattato di pace sottoscritto a San Francisco nel 1951), poi furono poste sotto l’amministrazione statunitense, insieme alle isole Nansei, e successivamente restituite a Tokyo nel Giugno 1971. 


[Carta di Laura Canali]

 Lo scorso settembre, il Giappone ha acquisito tre delle cinque isole dell’arcipelago, scatenando l’attuale crisi diplomatica con la Repubblica Popolare Cinese. Incluse nelle Senkaku fin dall’annessione giapponese, le tre isole furono acquistate nel 1932 da un privato cittadino che, ottant’anni dopo, decise di metterle in vendita. Tokyo dichiarò in quel momento di voler procedere nuovamente al loro acquisto, in modo da trasferirle al governo nipponico nel più breve tempo possibile.L’11 settembre, Konioki Kurihara, uomo d’affari residente a Saitama, ha ceduto la proprietà delle sue terre allo Stato per la somma di 2,05 miliardi di yen (pari a circa 21 milioni di euro). Contemporaneamente, il governo si è dichiarato interessato a entrare in possesso di una quarta isola, di proprietà della sorella di Kurihara.

 La nazionalizzazione delle tre isole sarebbe stata dettata dalla necessità di contrastare l’iniziativa del governatore di Tokyo Shintaro Ishihara, che, nei mesi passati, con le sue dichiarazioni aveva suscitato la dura reazione di Pechino. Noto per le sue posizioni nazionaliste, Ishihara già due anni fa aveva tentato di procedere all’acquisto delle isole, sostenendo che solo l’effettiva presenza giapponese sul loro territorio avrebbe dissuaso la Cina dalle sue rivendicazioni territoriali. Lo scorso agosto, il governatore aveva dichiarato di essere pronto ad aprire una sottoscrizione per ottenere i fondi necessari all’acquisizione, una prospettiva che Tokyo voleva assolutamente evitare. La decisione dell’allora premier Yoshihiko Noda di procedere all’acquisto delle tre isole aveva quindi lo scopo sia di impedire l’azione di Ishihara sia di riaffermare le legittimità delle rivendicazioni di Tokyo sulle Senkaku dal punto di vista del diritto internazionale. Allo stesso tempo, la mossa di Noda ha rassicurato Pechino circa l’implicita intesa sullo status dell’arcipelago, che non sarebbe stato modificato dalle nuove disposizioni. 

Secondo quanto stabilito negli anni Settanta dalla c.d. Shelving Formula, le Senkaku erano dichiarate de facto un territorio giapponese ma le due parti si impegnavano a non compiere qualsiasi azione potenzialmente provocatoria. Da un lato, il Giappone si sarebbe astenuto dal costruire edifici e installazioni permanenti sulle isole, dall’altro la Cina non avrebbe inviato alcuna unità navale a pattugliare le acque territoriali circostanti l’arcipelago. Sul piano prettamente giuridico, il ministero degli Esteri di Tokyo sottolinea come l’acquisto delle tre isole rientri all’interno di un normale trasferimento di proprietà da un privato allo Stato, conforme alle leggi del paese in materia, e comunque supportato dalla normativa internazionale e da ragioni storiche indiscusse. 

La posizione è tuttavia contestata da Pechino. Secondo quanto sostenuto dalla Repubblica Popolare Cinese – che indica le isole con il nome di Diaoyu – gli stessi documenti d’archivio di Tokyo confermerebbero che il governo giapponese già nel 1885 ammetteva una presenza cinese antecedente quella data. Inoltre, il governatore di Okinawa, in due note redatte rispettivamente nel 1892 e 1894, dichiarava che le indagini mirate ad accertare la sovranità su quei territori erano state incomplete e che nessuna unità della polizia della sua prefettura si era più recata sul posto dal decennio precedente. In un rapporto riservato inviato al ministro degli Interni Aritomo, lo stesso governatore sollevava apertamente dei dubbi sulla loro appartenenza al Giappone. Uno studio preparato cinque anni fa dal China and Eu in the world project della Fudan university sostiene che al momento delle esplorazioni giapponesi le Senkaku non costituissero terrae nullius. Infatti, fin dal 1372 il sovrano delle Ryukyu pagava un tributo alla dinastia Ming, la quale in risposta inviò un suo rappresentante sulle isole. A partire dal XVII secolo queste ultime costituivano sia una base per i pescatori cinesi sia una linea di difesa delle coste nazionali contro le incursioni dei pirati giapponesi. Inoltre, nel 1893 l’imperatrice Cixi emise un editto con il quale le Senkaku venivano donate ad un alchimista di corte per aver raccolto erbe medicinali nell’arcipelago. 

Diversi osservatori ritengono inattendibili le evidenze presentate da Pechino, non ritenendo valide le rivendicazioni basate su eventi storici remoti. A tale proposito, gli studiosi affermano che l’editto emanato dall’imperatrice costituisce solo una “pretesa di sovranità” priva di effetti giuridici concreti. A questo aggiungono che, in una mappa cinese redatta nel 1969, le isole sono indicate con il nome di Senkaku – lo stesso usato da Tokyo – e sono collocate all’interno del territorio giapponese. Anche gli storici giapponesi si oppongono alla ricostruzione di Pechino e sostengono una diversa interpretazione e contestualizzazione dei dubbi sollevati sulle personalità politiche nipponiche presenti alla fine dell’Ottocento. 

Per rafforzare le sue tesi, la Cina insiste su due elementi in particolare. In primo luogo, le isole furono occupate dal Giappone attraverso un’azione militare durante la guerra del 1895. Di conseguenza, rientrerebbero tra i territori che Tokyo avrebbe dovuto cedere al termine del secondo conflitto mondiale perché acquisiti con la forza. La stessa dichiarazione stilata al termine della conferenza di Potsdam del 1945 stabiliva che la sovranità giapponese dovesse essere limitata alle isole di Honshu, Hokkaido, Kyushu e Ryukyu e ad altri territori da definire successivamente. In secondo luogo, Pechino, non essendo stata invitata alla conferenza, non riconosce la validità del Trattato di pace firmato a San Francisco nel 1951. Quindi, ogni tesi correlata a quanto affermato nel trattato è priva di valore. 

Anche Taiwan – che indica le isole con il nome di Diaoyutai – è parte di questo complesso rebus giuridico e diplomatico. Infatti, la Repubblica di Cina (Roc) succedette nel 1912 alla dinastia imperiale regnante Qing, rimasta al potere nel territorio della Cina continentale fino all’avvento della Repubblica Popolare nel 1949 ed al suo conseguente trasferimento nell’isola di Taiwan. Anche sulle rivendicazioni taiwanesi gli esperti sollevano alcuni dubbi, confermati dall’analisi di diverse carte geografiche stampate nell’isola. Infatti, se nelle edizioni pubblicate dal 1946 al 1971 del Taiwan statistical abstract il punto più settentrionale del paese veniva indicato nell’isolotto di Pengija, riconoscendo quindi le Senkaku come territorio giapponese incluso nelle Ryukyu, in quella del 1972 le isole venivano incluse nella giurisdizione cinese, poiché secondo la dichiarazione dello “Yuan Esecutivo” appartenevano alla Cina e dipendevano amministrativamente dalla contea di Ylan. Analogamente, il National atlas of China redatto dal National war college fino al 1972 indicava le Senkaku come territorio giapponese mentre negli anni successivi le indicava come suolo taiwanese. Dal punto di vista politico, nonostante i rapporti con Pechino si siano distesi dopo l’arrivo al governo del nazionalista Ma Ying-jeou, nella primavera scorsa il governo di Taipei ha rigettato la proposta avanzata da Pechino di agire congiuntamente nei confronti del Giappone. 

Il problema della sovranità sulle isole non suscita infatti particolare interesse tra i taiwanesi. Inoltre, nell’isola è presente una forte tendenza filogiapponese, sia nella popolazione che nella classe politica. Lo dimostrano le recenti dichiarazioni dell’ex presidente Lee Teng-hui, che ritiene totalmente legittime le rivendicazioni giapponesi sulle isole. Tuttavia, il governo di Taipei, che la scorsa estate ha presentato un proprio piano diplomatico per la risoluzione del contenzioso, ufficialmente non ha mai riconosciuto la sovranità di Tokyo sulle Senkaku. Secondo la Roc, queste ultime sarebbero state segretamente annesse dal Giappone nel corso della guerra con la Cina nel 1895 e con il conseguente trattato di Shimonoseki, i cui effetti giuridici sono stati però annullati dopo il secondo conflitto mondiale. 

L’importanza economica e commerciale delle isole contese 

Rimasto sullo sfondo per molto tempo, il problema delle Senkaku emerse sul finire degli anni Sessanta. A dare inizio alla disputa tra Giappone e Cina fu un’indagine della UN Economic Commission for Asia and the Far East, che ipotizzava la presenza di ingenti risorse di petrolio nelle acque circostanti le isole. Infatti, secondo una stima effettuata sette anni fa, nel Mar Cinese orientale si troverebbero riserve stimate pari a circa 100-200 miliardi barili di petrolio, in grado di assicurare risorse energetiche a entrambi i paesi per almeno 50-80 anni. 

Alla disputa giuridica viene così ad aggiungersi un secondo contenzioso di natura territoriale, riguardante i confini delle rispettive aree di interesse economico. Geograficamente, la piattaforma continentale asiatica si estende dal Mar Cinese orientale alla fossa di Okinawa, una profondità marina che va dalle Ryukyu a Taiwan, al cui interno si trovano le isole Senkaku. È sul limite di questa piattaforma che poggia la disputa tra Cina e Giappone, ulteriormente complicata dalle rivendicazioni sulle Senkaku e dalla questione dello sfruttamento delle risorse energetiche. 

Se da un lato la Repubblica Popolare Cinese ritiene, stando alle norme della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, di poter avanzare dei diritti sulla zona che le garantirebbero lo sfruttamento dei vasti depositi di gas e petrolio, dall’altro il Giappone, sulla stessa base, avrebbe la facoltà di istituire una “zona economica esclusiva” (effettivamente costituita da Tokyo nel 1996) di 200 miglia di estensione calcolate a partire dalle Ryukyu.

 


[Carta di Laura Canali]

 Le rispettive rivendicazioni marittime si sovrappongono in un’area che comprende proprio le Senkaku, rilevanti dal punto di vista economico e strategico[15]. Proprio questa sovrapposizione darebbe origine alla complessità della questione, secondo il parere degli esperti. Il piano cinese mira non a cambiare la situazione esistente quanto a modificare l’atteggiamento giapponese su altre questioni ancora aperte, usando una particolare strategia diplomatica indicata con i termini di issue linkage e coercitive diplomacy. La prima consiste nel far comprendere alla controparte che un contenzioso non può essere risolto se un altro resta aperto. La seconda ha l’obiettivo di condurre il paese a un diversa prospettiva su una determinata disputa, paventando il ricorso alla forza o a mezzi più pressanti di coercizione. In quest’ottica deve essere inquadrato lo sbarco di sette attivisti cinesi sulle Senkaku avvenuto nel 2004, uno dei diversi incidenti verificatisi negli ultimi anni. L’azione avrebbe avuto l’obiettivo non solo di dissuadere il governo presieduto da Junichiro Koizumi dalla modifica dell’articolo 9 della Costituzione nipponica ma anche di variare la posizione implicitamente favorevole all’indipendenza taiwanese che Tokyo aveva precedentemente assunto.

 I riflessi sulla sicurezza regionale e gli Stati Uniti

 Importante sul piano economico, la disputa per il controllo delle Senkaku assume una rilevanza fondamentale sotto l’aspetto della sicurezza, per gli effetti che questa potrebbe produrre sulla stabilità della regione. Forte del notevole sviluppo economico registrato nell’ultimo decennio, la Cina sta cercando di istituire una sua “sfera d’influenza” nel Mar Cinese meridionale e orientale. Allo stesso tempo, grazie al sensibile aumento delle spese per la difesa, il governo mette in atto un ammodernamento della marina militare e delle forze aeree. Per molti esperti, le rivendicazioni cinesi sulle Senkaku rientrerebbero in un più ampio progetto per estendere la capacità militare cinese più ad est delle coste nazionali. 

L’intraprendenza di Pechino suscita però non pochi timori nel Giappone che vede in questa strategia solo un’ulteriore conferma della politica espansionista della Repubblica Popolare Cinese. Dopo il successo del Partito liberaldemocratico alle recenti elezioni per la Camera dei rappresentanti e il ritorno alla guida del governo del conservatore Shinzo Abe, è opinione condivisa che il nuovo esecutivo adotterà una linea molto più ferma in politica estera. Se in precedenza l’ex premier Noda aveva cercato di riaffermare la sovranità giapponese sulle isole tentando allo stesso tempo di non suscitare ulteriori reazioni negative da parte cinese, il nuovo primo ministro subito dopo la sua affermazione ha ribadito come le Senkaku sono state acquistate dal Giappone ai sensi del diritto internazionale e che la loro sovranità non è assolutamente negoziabile. 

Un’affermazione contestata da Pechino, la quale, ricordando come le isole costituiscono un territorio cinese, si è detta “fortemente preoccupata” dalla possibile svolta in senso nazionalista di Tokyo[18]. Riguardo alle Senkaku va poi detto come tutte le forze politiche giapponesi, compresi i comunisti, fin dall’inizio hanno appoggiato la decisione del governo; anche l’opinione pubblica appare sempre più critica verso Pechino, tanto che una recente rilevazione ha dimostrato come il 77% dei nipponici consideri la politica della Cina Popolare “non amichevole” verso il Giappone. 

La disputa sulle Senkaku rischia di avere gli effetti più negativi sul piano economico. Lo scorso anno, l’interscambio commerciale tra i due paesi ha raggiunto la cifra di 349 miliardi di dollari. La quota d’investimenti giapponesi in Cina è stimata in oltre 6 miliardi di dollari, la terza più alta dopo quella di Hong Kong e Taiwan. Dopo l’inizio della crisi, le tensioni politiche hanno avuto inevitabili ripercussioni anche sui rapporti economici. Diverse aziende giapponesi operanti in territorio cinese, tra le quali la Toyota, l’Honda, la Canon e la Panasonic, hanno deciso di sospendere la produzione dopo le violente proteste esplose nel paese e gli inviti al boicottaggio contro i prodotti provenienti dal Giappone.

 Resta aperta poi la questione delle conseguenze di un’eventuale escalation militare, uno scenario che solleva i timori degli Stati Uniti. Le Senkaku sono situate all’interno della rotta marittima in cui transita oltre il 90% del petrolio e del gas naturale diretti verso la Cina ed il Giappone. Rappresentano quindi per Pechino una sorta di barriera, il cui possesso garantirebbe alla flotta cinese accesso aperto al Pacifico. Come ha recentemente sottolineato un esperto militare cinese sul suo blog, le Senkaku non si trovano sotto la sovranità di nessun paese e un’eventuale azione di forza cinese si risolverebbe in un facile successo, non essendo presente sulle isole alcun meccanismo di difesa.  

Tuttavia, una manovra militare cinese farebbe automaticamente scattare l’art. 5 del Trattato di reciproca assistenza e cooperazione sottoscritto da Stati Uniti e Giappone nel 1960. La norma prevede che, in caso di attacco contro il territorio giapponese, gli Stati Uniti intervengano in difesa di Tokyo. Anche se nell’incontro avuto con il suo omologo cinese Liang Guanglie il segretario alla Difesa statunitense Leon Panetta ha dichiarato che gli Stati Uniti non intendono prendere posizione nella disputa tra Tokyo e Pechino, lo stesso ha però ribadito che un attacco cinese obbligherebbe gli Stati Uniti a difendere il Giappone per via dell’art.5. Tale posizione è sostenuta anche da una fonte interna al Dipartimento di Stato.

L’ipotesi che si possa arrivare a un confronto armato è comunque ritenuta altamente improbabile dagli osservatori.

 

 By GPG Imperatrice

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