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Considerazioni sull’Opportunità di Misure Straordinarie per la Riduzione del Debito pubblico italiano

Devo ringraziare tutti i lettori: ho avuto un grande numero di commenti al mio articolo sull’ipotesi di prestito allo stato finalizzato al pagamento del debito estero e successiva uscita dall’euroi, proprio quello che desideravo. Oltre le aspettative direi. Come sa chi segue i miei interventi, gli articoli che propongo non hanno lo scopo di ottenere un ritorno specifico, anzi direi il contrario (…), piuttosto l’intenzione è sempre di divulgare pensieri e ragionamenti non necessariamente convenzionali. Penso che sia necessario esporsi nella vita e quindi vale la pena instaurare un dialogo anche su argomenti diciamo “minati”.

Dunque, per tornare all’argomento da cui si è partiti, l’intervento di cui sopra, che era un post-feedback ad un articolo precedente, trattava un argomento scabroso, argomento a cui tutti timorosamente pensano ma nessuno pronuncia: l’imposta patrimoniale!

Prendo spunto dai feedback ricevuti. In primo luogo vorrei prendere una posizione molto netta: chi scrive è contro qualsiasi forma di patrimoniale, per motivi ideologici e culturali. Potrei dilungarmi oltre e spiegare meglio le radici della mia convinzione ma non sarebbe rilevante per i fini del presente articolo.

Questo era il primo importante punto da affrontare. Però, c’è sempre un però: infatti ritengo che, vista la situazione attuale dell’economia italiana e l’atteggiamento al limite del predatorio dei partners europei, proprio perchè sono contro alla patrimoniale in modo estremamente radicale sono comunque tenuto ad affrontare il problema di un possibile provvedimento in tale senso in quanto oggi l’Europa centro europea e la Germania in particolare sta spingendo verso tale tipo di imposta.

files bandiera italiana sgualcita

Dunque, specificatamente per questa ragione, sono tenuto ad affrontare per tempo tale problema considerando, analizzando e proponendo misure alternative a detta iniqua imposta. Ed ecco spiegato la ratio del mio post precedente: piuttosto che una patrimoniale per rimanere nell’euro, imposta asettica e senza futuro, tanto vale prestare i denari allo Stato ed utilizzarli non per arricchire il lanzichenecco di turno ed annichilire l’economia nazionale ma piuttosto per trovare una soluzione strutturale al problema della moneta unica. Reitero il messaggio, piuttosto che una patrimoniale meglio un prestito allo Stato erogato dai cittadini e garantito dagli assets nazionali, finalizzato alla successiva uscita dall’euro: in questo modo la popolazione almeno diventerebbe formalmente proprietaria di quello che già gli appartiene, i gioielli di Stato ad esempio (ENEL, ENI, Finmeccanica, molti immobili di rilevante valore, possedimenti del demanio etc.). E qui dovrei aver smarcato una grossa parte dei commenti.

C’è stato un feedback che mi ha colpito in particolar modo: ma come ci si può fidare di promesse fatte dallo Stato, ossia come si potrebbe stare certi che il prestito verrebbe effettivamente restituito? La domanda è più che corretta, soprattutto a fonte di un’Europa tedesca che spinge per provvedimenti straordinari, unitamente a mille interessi “stranieri” di gran parte dei poteri forti italiani, non ultimo il presidente il Confindustria che ha gran parte di suoi stabilimenti produttivi all’estero. O di grossa parte della stampa mainstream, sempre allineata ad interessi personali o di casta, guarda caso tutti iper-favorevoli alla moneta unica, senza discussioni né approfondimenti. E che dire degli atteggiamenti passati dello Stato atti a sconfessare sé stesso nelle promesse fatte? In ogni caso sembra chiaro che nel momento in cui una forza politica affine a siffatte politiche “straordinarie” possa contare su una solida maggioranza nel Belpaese, leggasi una fazione di tipicamente di sinistra o dichiaratamente filo-europeista guidata dal professor M. Monti, la concretizzazione di una misura a carico dei patrimoni privati sarebbe cosa fatta. E quindi la risposta su quale fiducia si potrebbe riporre in tale Stato cialtrone, beh, non c’è risposta, bisognerebbe semplicemente emigrare.

 

Dopo questa necessaria premessa è essenziale affrontare il cuore della considerazione che ho cercato di stigmatizzare nel precedente articolo, ossia analizzare la realtà: è notizia di questi giorni che il debito Italiano si sta approssimando al 134%. Ancora mi stupisco su come non ci si voglia accorgere che i commenti di Confindustria sulla necessità di essere coraggiosi nelle riforme (fiscali), quelli dell’Europa in generale e di Olli Rehn in particolare che dicono di spostare la tassazione del lavoro al capitale, piuttosto che quelli di una nutrita schiera di politici soprattutto appartenenti alla sinistra pro tassazione del capitale, significhino appunto annunciare ed anzi invocare un provvedimento in tale senso, una vera e propria patrimoniale, ossia tassare gli attivi improduttivi privati al fine di teoricamente redistribuirli (qui c’è anche una certa dose di falsità, in quanto la redistribuzione sarebbe in grandissima parte a favore dello Stato e non dei cittadini, ossia a favore di quel soggetto che pur promettendolo in svariate occasioni non si è ancora messo a dieta in termini di riduzione degli sprechi). Possiamo fare finta di non vedere quanto sta accadendo, possiamo anche indignarci, possiamo scagliarci su chi solo pronuncia pubblicamente il termine “patrimoniale” ma così facendo si rischia solo di cascare un po’ più tardi dalla padella nella brace, avendo guadagnato poco tempo. Anche perché, e qui introduco i dati reali sull’economia nazionale – che chi segue questo sito ben conosce -, le cifre sull’economia del Paese sono disastrose: nonostante tre anni di sacrifici e di ricette di dimagrimento anche fisico degli italiani il debito statale italiano non è sceso, anzi è salito. E tutto questo senza ripresa economica, invero addirittura andando in decrescita ossia facendo salire indirettamente il debito in rapporto al GDP. Bisogna essere ciechi per non vedere questo, è sufficiente comprare qualsiasi quotidiano serio anche mainstream e leggere le pagine economiche. E non bisogna dimenticare che un debito oltre il 140% del GDP significa che il punto di non ritorno rischia seriamente di essere stato raggiunto in assenza di misure straordinarie, un po’ come capitò alla Grecia qualche anno fa (oggi siamo prossimi al 134%). Possiamo anche dire che per risolvere l’inghippo è essenziale tagliare le spese, ma il problema è che in un sistema relativamente chiuso come il sistema Italia la spesa o lo spreco di Tizio è – in un’economia nazionale – il consumo di Caio, soprattutto se lo spreco è dello Stato: poi, possiamo affermare che è certamente giusto ridurre i costi e le spese statali inutili ma questo deve avvenire soprattutto per una questione etica e di principio/correttezza, non è con tali interventi che si risolve il problema italiano di un debito giunto ad una dimensione così imponente. Si possono risparmiare magari 10-15 mld di euro annui dalla sanità, si possono limare di 10 mld euro annui dalle pensioni svariate volte sopra il minimo, si possono eliminare province ed altri enti inutili, risparmiando atri 5 mld di euro annui, ma con 35-40 mld all’anno non si va da nessuna parte una volta che il debito ha superato i 2000 mld di euro ed è in salita, come capita oggi (in presenza di una BCE filo Bundesbank nella sua contrarietà a qualsiasi tipo di inflazione). Ed ecco perché mi sono spinto su un terreno minato, troppo facile prendere i complimenti quando si scrivono concetti che la generalità pensa e che tutto sommato fa piacere sentire: ossia, non capire che sarà l’Europa a richiedere una patrimoniale non appena i conti italiani diventeranno insostenibili – molto probabilmente già il prossimo anno – è scellerato ed incosciente, a maggior ragione se i tassi di interesse dovessero anche solo lievemente alzarsi (ad esempio a seguito della fine del Quantitive Easing americano, come da saggezza convenzionale). O, peggio, si rischia di finire a termine nel buco del debito che si autoalimenta senza poter più farlo scendere (vedasi Grecia), ossia passando da un debito statale contratto in preminenza con i propri concittadini ad uno preminentemente estero (ancora Grecia). E dunque determinando l’arrivo della troika etc. a garanzia degli interessi stranieri.

E’ pur anche corretto affermare che esiste la possibilità di privatizzare e vendere tutto il vendibile da parte dello Stato al fine di ripagare quanto dovuto, ma io questo lo escludo a priori in quanto, nel momento in cui si alienassero tutti gli assets di Stato produttivi vendendoli all’estero, si ridurrebbe semplicemente la base imponibile per eventuali uscite controllate dalla moneta Unica che implichino un intervento dei cittadini, proprio come indicato nella proposta di chi propone un prestito per l’uscita dall’euro: Paolo Scaroni, AD di ENI ha espresso in modo molto semplice e diretto un concetto basilare, ossia se lo Stato vendesse ENI, lo Stato venderebbe un asset che rende per un investitore privato il 6% mentre il tasso di interesse che lo Stato paga sui BTP è del 4%. Dunque, anche senza considerare le tasse che l’Italia incassa avendo nel proprio territorio un’azienda residente così importante, azienda che impiega e paga le tasse in Italia, vendere sarebbe un’emerita stupidaggine! Meglio che gli italiani tengano per sé tali aziende, ossia – dico io – che se le comprino rendendole inaccessibili agli stranieri. Da qui la proposta di prestito finalizzato ad uscire dall’euro pagando il debito estero. Proposta da attuare, e concludo, proprio per evitare che lo straniero di turno venga a chiedere una vera patrimoniale, ossia senza restituzione di quanto pagato e che contemporaneamente chieda anche di vendere i gioielli di Stato (spiace essere ripetitivo, ma esistono anche in questo caso gli esempio di Grecia ed anche di Cipro con i suoi giacimenti di gas).

Di seguito esporrò, ultimo punto, le 4 o 5 opzioni che restano all’Italia, ma prima di fare questo permettetemi di stigmatizzare un ultimo aspetto, particolarmente importante: uscire dall’euro rinnegando il debito non è secondo me un’opzione praticabile. Sarebbe l’equivalente di dichiarare guerra ai paesi detentori di detto debito, oltre che venire successivamente tagliati fuori dai circuiti finanziari e di approvvigionamento di denaro internazionali [cosa che per un paese debitore è assolutamente sconsigliato]: espresso in altri termini si potrebbe dire che rinnegare il debito sarebbe l’equivalente di una dichiarazione di guerra soprattutto contro i partner europei detentori dello stesso, dichiarazione che di questi tempi l’Italia non si può assolutamente permettere. Infatti, ricordiamo, tutto il mondo occidentale tranne qualche notevole eccezione – ad es. la Germania – è in forte crisi economica per cui, al fine di uscirne – la storia così ci insegna – spesso si è disposti a fare di tutto, guerre incluse: sarà l’Italia così stupida di cercare di rinnegare il debito proprio in un momento così difficile anche per i propri partners, giustificando azioni inconsulte? Se si, bene; si sappia però che chi scrive pensa che coloro che spingeranno per questa ipotesi dovranno anche sobbarcarsi l’onere e le conseguenze di un’ipotetica guerra, anche solo economica. I debiti si pagano, questo è quanto sta alla base della mia educazione. Poi ci si può mettere d’accordo sui tempi e sui modi ma se si inizia a dire che nulla del debito contratto è dovuto, beh, allora si passa dalla passa del torto, all’anarchia. E per chi scrive questo è totalmente inaccettabile.

 

Certamente, a livello propedeutico di ogni eventuale misura di ristrutturazione profonda del bilancio statale sarebbe essenziale iniziare da una vera spending review (senza troppe parole al vento, solo fatti) partendo dai sacrifici che l’amministrazione pubblica dovrà fare al fine di renderla più efficiente. Allo stesso tempo l’apparato statale va semplificato. Ugualmente, sarebbe certamente necessario riportare nell’alveo della normalità il rapporto tra cittadini e gli enti fiscali evitando di rendere l’ambiente economico italiano amministrativamente invivibile e repulsivo nei confronti dei contribuenti fisici e giuridici, situazione per altro sotto gli occhi di tutti, basta chiedere a qualsiasi imprenditore serio che abbia avuto qualche controllo fiscale negli ultimi due anni quale sia stato l’approccio dell’Agenzia delle Entrate (leggasi, i segnali si moltiplicano per cui l’Agenzia debba necessariamente far cassa più che fare giustizia, utilizzando un potere asimmetrico nei confronti dei contribuenti – e qui non voglio difendere gli evasori di milionari, chi mi preoccupa sono i piccoli soggetti che hanno tutto da perdere oltre a non avere le spalle sufficientemente larghe per resistere alla macchina da guerra dello Stato gabelliere -). Non sottovalutate questo aspetto: se manca la fiducia nello stato e nella sua fiscalità gli imprenditori se ne vanno e quindi, con buona pace degli ex comunisti, l’occupazione può solo arrivare dal Padre Eterno visto che lo Stato è in situazione comatosa, economicamente parlando. In ultimo, aspetto più tecnico, è assolutamente necessario mettere mano a riforme su come viene fissato il prezzo del debito pubblico quando viene messo in asta, evitando alcuni metodi di riparto durante le aste competitive durante le collocazioni (bene che ci sia un riferimento di mercato pubblico sul secondario, mentre non vedo assolutamente necessario l’intervento dei privati nelle collocazioni, soprattutto nell’allocazione e prezzatura dell’inoptato, facendo ad esempio intervenire la Banca d’Italia, proprio come accade con la Bundesbank in Germania). Infatti è illogico che, sfruttando i meccanismi di allocazione, i possessori di volumi marginali di debito possano determinare i decollo dei tassi di intere emissione di decine di miliardi di euro, proprio come accadde all’apice della crisi del debito italiano dello scorso anno (…).

Dunque, come anticipato sopra, di seguito vengono riportate le opzioni che l’Italia ha innanzi al fine di uscire dal giogo mortale della moneta unica targata Euro-Germania (notasi che convertire forzatamente i debiti statali in euro ritornando alla lira rappresenterebbe rinnegare sebbene in modo parziale il proprio debito). 

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Caso A: Non si fa nulla di più di quanto si è fatto fino ad oggi e si continua con uno stillicidio di tasse per tutto il periodo del fiscal compact

Descrizione: Al fine di mantenere in piedi lo Stato come lo conosciamo si continuerà ad aumentare progressivamente le tasse ordinarie, riducendo le agevolazioni, inasprendo le sanzioni ed i controlli

Pro:

Non si scardinerebbero gli equilibri conosciuti, gli strumenti impostivi sarebbero gli stessi di sempre

Efficiente, visto che non farebbe nulla di nuovo

Rapidità implementativa, visto che non farebbe nulla di nuovo

Contro:

Affossamento progressivo dell’economia

Impoverimento progressivo della popolazione

Possibili misure alternative alla patrimoniale (vendita gioielli di Stato, nazionalizzazione fondi pensione)

Le tasse rimarrebbero alte per molto tempo

Assenza di certezza sul successo finale della strategia

Commento: sarebbe una follia, ci si impoverirebbe in un lasso di tempo di 20 anni, l’economia non ripartirebbe, si diventerebbe solo un serbatoio di di consumatori e di manodopera a basso costo senza possibilità di risparmiare. Una morte lenta, visto che per pagare i debiti dello Stato si aumenterebbero le tasse pagate dai cittadini e dalle imprese, favorendo la fuga dei soggetti produttivi e tenendo quelli improduttivi – ad es. i pensionati – senza per altro avere la possibilità di mantenerli.

 

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Caso B: Rinnegare il debito

Descrizione: Di fatto si ristrutturerebbe il debito semplicemente rinnegandolo

Pro:

Facile da dire e tutto sommato anche da fare

Rapidità implementativa

Risolutiva, in assenza di conflitti militari

Contro:

Possibili guerre con i paesi detentori di debito

Impossibilità ad accedere al credito internazionale

Possibile confisca di beni ed aziende italiane all’estero, dazi per le merci italiane

Limitazioni alla circolazione dei capitali italiani all’estero

Fallimento delle banche e dei creditori esteri nazionali

Commento: sarebbe un crimine, le conseguenze sarebbero potenzialmente enormi, non escludendo risvolti militari e non ultimo un colpo di Stato per ristabilire l’ordine internazionalmente conosciuto (memento la crisi del debito Venezuelano del 1902 e l’implementazione di misure di ritorsione anche militari)

 

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Caso C: Patrimoniale Classica

Descrizione: Di fatto si ristrutturerebbe il debito imponendo una tassazione straordinaria sul capitale detenuto dai privati

Pro:

Relativamente facile da attuare una volta monitorata la ricchezza degli italiani, fatto che avverrà entro la fine del 2013 con la trasmissione dei dati degli intermediari finanziari.

Rapidità implementativa

Universale plauso europeo, con promozione del politico che implementasse tale misura alle più alte cariche europee

Contro:

Riduzione dei consumi

Fuga di imprenditori e capitali

Riduzione del capitale bancario, con minori prestiti erogati all’economia reale

Commento: sarebbe tecnicamente una tassazione su beni già tassati. Si ritiene che non si risolverebbe la crisi, anzi la si peggiorerebbe anche a causa dell’incertezza su ulteriori provvedimenti futuri una volta sdoganato il concetto di prelievo straordinario.

Si tratterebbe di un applicare un’aliquota di prelievo pari a circa il 15% del capitale finanziario privato

 

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Caso D: Prestito allo Stato Finalizzato alla successiva Uscita dall’Euro

Descrizione: Si chiederebbe un prestito ai cittadini garantito dagli assets di Stato e remunerato a tasso tedesco più spread variabile legato alla valorizzazione degli assets di Stato dati in garanzia

Pro:

E’ l’unica proposta che permetterebbe all’economia di ripartire una volta attuata la manovra di uscita dalla moneta unica

I partners europei dovrebbero accettarla, legalmente

Non determinerebbe necessariamente una riduzione dei consumi, visto che il capitale non verrebbe permanentemente sottratto ai cittadini

Successivamente all’attuazione di detta misura si potrebbero abbassare le tasse

Risolutiva

Contro:

Complesso da attuare, necessita di preparazione specifica

Difficile gestione degli assets

Problematico attuare misure atte ad evitare il fallimento delle banche

Commento: sarebbe il minore dei mal in quanto darebbe un futuro al Paese, a pena di una maggiore complessità implementativa

Si tratterebbe di un prestare allo Stato una percentuale tra il 10 ed il 15% del capitale finanziario privato

 

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Ritengo di aver computato tutte le opzioni possibili. D’ogni modo, quello che mi preme sottolineare è che quello che ci verrà richiesto dall’Europa al fine di ridurre il debito pubblico molto probabilmente non corrisponderà a quanto desidereremmo ci venisse richiesto, in quanto la decisione facilmente non verrà nè mediata dai nostri politici né sarà presa in Italia.

Dunque, invito i lettori a cominciare a pensare quale strada percorrere nel momento in cui il momento delle decisioni importanti arriverà, meglio pensarci per tempo: la matematica non è un opinione ed la crescita del debito costringerà a prendere decisioni affrettate, purtroppo. E non far nulla  significherà far decidere ad altri della propria sorte, ossia sperare nel caos conseguente ad una volontà di uscita dall’euro della Francia – l’unica speranza -, non capendo che quando scoppierà “la bomba francese” ripartirà il solito giochino su chi resterà con il cerino del debito acceso in mano  tra i vari partners europei…

 

Mitt Dolcino

 

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