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Confessioni di un giornalista etilista terrorizzato da Di Maio di Eriprando Sforza

Un paio di sere fa ho incontrato un vecchio amico che non vedevo da tempo. Anni fa aveva conosciuto una certa popolarità partecipando ad alcune trasmissioni televisive in qualità di opinionista. Poi era improvvisamente scomparso dagli schermi. Io che non guardo la tivù da decenni non me ne ero accorto. Ma il mio amico giornalista a qualche mese di distanza dall’episodio mi aveva telefonato per dirmi che gli era stato dato il daspo per aver osato dire in una di quelle trasmissioni pomeridiane confezionate per pensionate e casalinghe ciò che allora era peggio di una bestemmia, ovvero che l’euro ha fatto più male che bene.

L’amico era disperato non perché soffrisse di astinenza da video ma per un motivo molto più concreto. La piccola popolarità conquistata grazie alle sue apparizioni televisive gli aveva consentito di farsi quattro o cinque ragazze molto più giovani di lui. Senza di essa, non era stato più in grado di ripetere l’impresa.

Un paio di sere fa, dunque, l’ho rivisto. Decisamente imbolsito, il consumo eccessivo di sigarette e di alcool lo aveva ridotto a un rottame. Come se non bastasse, era più depresso e lamentoso che mai. “Mi sento come un operaio dell’Ilva di Taranto”, mi ha detto. “Il mestiere del giornalista è ormai entrato nella sua fase finale. La parabola non è solo discendente, è sprofondante. Ho paura per il mio futuro. Cambiare mestiere a cinquant’anni è impossibile, affrontare il precariato una prospettiva agghiacciante. Anche perché non puoi vivere se vieni pagato 20 euro a pezzo, quando ti va bene.

Oggi ho letto l’intervista a Luigi Di Maio su Affari Italiani. Te ne leggerei un brano. Non voglio essere troppo noioso, ma stasera dopo tanto tempo ho voglia di parlare di queste cose. Fammi un favore da amico: pazienta un po’ e ascoltami”. Lo vedo armeggiare sull’iPhone, un po’ lento. Beve una sorsata di Aperol Spritz per schiarirsi la voce e poi comincia a declamare a voce così alta che alcuni avventori si girano verso di lui: “Per informarmi non leggo i giornali italiani, fanno solo propaganda”, ha detto Di Maio. “Leggo articoli specializzati, giornali esteri, blogger, dossier per informarmi sulle problematiche legate alla mia attività da ministro. I giornali italiani li leggo per capire come ci vogliono attaccare i loro editori prenditori. Un tempo i giornali rappresentavano uno spaccato dell’opinione pubblica, avevano dentro un po’ del sentimento popolare che si respira nelle strade e nei bar. Questa componente si è persa ed è per tale ragione che perdono copie.

Per capire cosa pensano le persone mi affido alle piazze e ai social. Leggo sempre i commenti sulla mia pagina Facebook e Instagram. Valgono molto più di tutti gli editoriali del giorno”. “Ma è quello che faccio io”, dico senza nascondere un certo stupore. “Anch’io”, replica il mio amico giornalista. “Figurati se spreco tempo per leggere i sermoni domenicali di un mostro sacro rimbambito come Eugenio Scalfari o i fondi di Ernesto Galli Della Loggia. Il mondo dei giornali mainstream è composto da vecchi, in confronto a loro sono quasi giovane. Sono decenni che non ne indovinano una, sbagliano tutte le previsioni, fanno analisi approssimative.

A leggere i giornaloni mainstream non ci sarebbe mai dovuta essere la Brexit e nemmeno Donald Trump, figuriamoci la nascita di un governo sovranista in Italia. Da quando è scoppiata la crisi nel 2008 almeno una volta alla settimana vedono la luce in fondo al tunnel, ma la realtà è che qui in Italia non si è ancora vista, mentre se leggi i giornali americani è già tutto un gran parlare della prossima di crisi. Capisci perché mi sono paragonato a un’operaio dell’Ilva? Perché lavoro in un ambiente inquinato ma allo stesso tempo ho bisogno di questo lavoro per vivere. Il nostro inquinamento sono le fake news e ha ragione Di Maio quando dice che la maggior parte delle fake news provengono dall’informazione tradizionale: telegiornali e carta stampata”.

“E quindi che farai?” “Che faccio? Cosa vuoi che faccia? Aspetto, sperando nella clemenza della corte. Ma quando ascolto Diego Fusaro mi vengono i brividi. E mi vengono anche e soprattutto perché concordo con lui. Senti qui cosa dice”. Mi passa l’iPhone, la cantilena torinese del giovane filosofo mi fa un po’ ridere, ma capisco perché preoccupi così tanto il mio amico giornalista: “Insomma, sul rotocalco turbomondialista La Repubblica hanno per anni cantato con impeto di lirico servilismo l’elogio incondizionato, il peana della mondializzazione capitalistica con le sue funzioni satellitari della flessibilità, del competitivismo senza frontiere, della liberalizzazione privatistica. E ora, come se nulla fosse, scioperano per il taglio degli stipendi, per la precarizzazione, per la riduzione dei salari. Ma come? La globalizzazione non era sempre degna di essere elogiata? Non sono forse queste le maraviglie del mondo globalizzato con competitività e viaggi low cost garantiti per tutti? Insomma, cari amici, perché ve la prendete tanto con il mondo e con i risultati di quel mondo che fino all’altro ieri avete elogiato incondizionatamente? Perché vi arrabbiate ora se quel mondo applica a voi stessi la norma fondamentale che voi per anni avete celebrato sul vostro rotocalco: vivere al di sopra delle proprie possibilità non è possibile. Perché, dunque, continuate a criticare gli effetti se celebrate stoltamente le cause? E’ la globalizzazione, bellezza, si potrebbe dire se fosse un film. E questi sono gli effetti esiziali. Benvenuti nel mondo reale”. “Capisci?”, commenta a voce troppo alta il giornalista richiamando l’attenzione del barman celebre per la precisione dei suoi cocktail. “Ce lo siamo meritato, è il messaggio di Fusaro, adesso gli stipendi di merda e la discoccupazione che auspicavate per operai e impiegati ve li beccate anche voi. E figuriamoci se troverete qualcuno disposto a darvi una mano.

L’avete sempre detto voi che il mercato risolve tutto”. “Ma la Lega che dice?”. “Cosa vuoi che ti dica? Sulle fake news sparse dai giornaloni mainstream Salvini la pensa allo stesso modo di Di Maio. Oggi pomeriggio il suo amico Alessandro Morelli, parlamentare e responsabile della comunicazione della Lega, ha postato su Facebook che “il nostro sostegno andrà a tutte le testate locali che hanno un ruolo di servizio pubblico fondamentale e che danno vita a redazioni fucina di giovani giornalisti e tecnici”. Bene, peccato che non sia il caso del giornale per cui lavoro”. “Però al Parlamento europeo la Lega ha votato in modo diverso dal MoVimento 5 Stelle sulla questione del copyright. E oltretutto il suo voto è stato quello vincente”. “E’ vero, ma prima che gli editori italiani vedano arrivare dei soldi da Google e compagnia passerà come minimo un anno. E nel frattempo che cosa succederà? Tutti perdono copie, io un’inversione di tendenza non la vedo.

D’altronde sono quasi tutti contro questo governo che invece, secondo i sondaggi, ha un gradimento altissimo. Soprattutto ormai la gente è abituata a leggere le notizie gratis grazie a Google. Perché tornare a pagarle? Certo, sono stati fatti migliaia di convegni sul fatto che bisogna dare un’informazione premium. Ma le inchieste costano e qui tutti invece tagliano i costi. E così fanno passare per premium le farneticazioni senili di Vittorio Zucconi, le amenità in stile finto britannico di Beppe Severgnini, le prediche liberiste del laureato mancato Oscar Giannino. Per carità”. “Concordo. Comunque alla fine di soldi nel mondo dell’editoria non ne girano più” “No. E lo sai qual è la conseguenza? Per risparmiare i giornali fanno scrivere i pensionati, mentre i giovani vengono pagati 10-20 euro a pezzo e le rare volte in cui sono contrattualizzati devono comunque fare i conti con stipendi da fame.

Questo significa che fra poco scriveranno solo quelli che non hanno bisogno di lavorare e quindi hanno tutto l’interesse a fare propaganda per perpetuare il sistema attuale e stroncare sovranisti, populisti e via dicendo. Fine del professionismo, largo al dilettantismo. Sempre peggio, quindi” “Però mi sembra che l’obiettivo del governo è quello di avere editori puri. Mi sembra un’ottima cosa” “Certo, dal punto di vista teorico è la soluzione perfetta. Ma poi bisogna confrontarsi con la realtà. I più grossi editori italiani sono impuri: De Benedetti ed Elkann fanno altri lavori, come pure Caltagirone. Poi c’è Berlusconi. Tutti costoro continueranno a licenziare perché i loro prodotti non hanno più possibilità di invertire la rotta. Guarda che vale anche per la tivù: declino irreversibile” “E’ la fine di tutto, quindi”. Da come mi guarda spaventato il mio amico giornalista sembrerebbe di sì. Ma poi ricomincia a parlare, forse per cercare di convincersi che c’è ancora qualche speranza: “Guarda, per essere sicuri dell’indipendenza di un giornale questi dovrebbe ottenere la grande maggioranza dei ricavi dalle vendite in edicola e dagli abbonamenti. Dai lettori, insomma e non dagli inserzionisti pubblicitari, che possono minacciarti di toglierti la pubblicità se scrivi qualcosa che a loro non garba. Il caso Autostrade e del crollo del ponte Morandi a Genova è esemplare. E’ passato qualche giorno prima che i giornaloni scrivessero chiaro e tondo che Autostrade è di proprietà dei Benetton. Gli articolo giustificazionisti compaiono ancora adesso. E come osa il governo parlare di revoca della concessione, di statalizzazione? Tutti timorosi di perdere la pubblicità delle imprese di famiglia. Di editori puri ce ne potrebbero essere grazie alla nascita di nuovi siti web. Ma anche qui le entrate sono tutte dovute alla pubblicità. Chi mai pagherebbe per leggere notizie e commenti online di una nuova testata?” “E quindi?” “E quindi speriamo solo che l’agonia sia la più lunga possibile, anche se comunque non mi consentirà di arrivare all’età della pensione. Ma mi piace troppo il mio mestiere. Anche se avessi la possibilità di cambiarlo non lo farei” “Ti faccio tanti auguri, caro amico. Visto che non ho bisogno di lavorare potrei farlo io il giornalista e infatti di tanto in tanto scrivo su Scenari Economici. Ma, appunto, il mio è un hobby.

L’informazione è una merce preziosissima, soprattutto per chi vuole fare soldi, e ci vuole qualcuno che se ne occupi professionalmente. Credo che alla fine sia nell’interesse di quasi tutti la sopravvivenza del giornalismo e quindi dei giornalisti. Vedrai che una soluzione si troverà”. “Speriamo prima della mia morte”. Bevi meno, avrei voluto dire al mio amico. Non l’ho fatto perché mi sembrava già abbastanza depresso. Una volta tornato a casa ho pensato un po’ alla faccenda ma non mi è venuta in mente nessuna idea brillante. Ma forse non mi sono impegnato a sufficienza perché non ho bisogno di lavorare.

Eriprando Sforza


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