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Con l’€uro forte perché la BCE non abbassa i tassi?
: L’Euro vola verso 1,20 sul dollaro: un disastro per l’export e l’inflazione, ma la BCE resta ferma. Ecco perché l’inazione di Francoforte equivale a una nuova tassa sulla crescita.

Il rafforzamento dell’euro, ormai vicino alla soglia di 1,20 contro il dollaro e diffuso anche nei confronti di numerose altre valute, non può più essere interpretato come un fenomeno marginale o temporaneo. In un contesto macroeconomico caratterizzato da crescita debole, inflazione sotto controllo e forte dipendenza dalle esportazioni, l’apprezzamento della valuta unica rappresenta un fattore restrittivo a tutti gli effetti, anche in assenza di un intervento formale sui tassi di interesse.
In termini di politica monetaria, un euro forte equivale a una stretta implicita. Il primo canale è quello dei prezzi: l’apprezzamento riduce il costo delle importazioni, comprimendo l’inflazione corrente e, soprattutto, influenzando al ribasso le aspettative di inflazione futura. In un’area monetaria che ha già sperimentato lunghi periodi di sottoperformance inflazionistica, questo effetto non è trascurabile. Al contrario, rischia di riportare l’economia verso una dinamica nominale insufficiente, rendendo più complesso il raggiungimento dell’obiettivo di stabilità dei prezzi nel medio termine.
Il secondo canale è quello della competitività. Un euro che si rafforza rapidamente penalizza il sistema produttivo europeo nei confronti dei principali concorrenti globali, in particolare quelli che operano con valute più deboli o con politiche monetarie più accomodanti. La perdita di competitività colpisce soprattutto i settori manifatturieri e ad alta intensità di esportazioni, che costituiscono una componente essenziale della crescita dell’area euro. Questo tipo di danno non è facilmente reversibile e tende a produrre effetti persistenti su investimenti, occupazione e capacità produttiva.
Sostenere che il tasso di cambio non sia un obiettivo di politica monetaria è formalmente corretto, ma rischia di diventare un alibi per l’inazione. Il cambio è uno dei principali canali di trasmissione della politica monetaria e, quando il suo andamento genera effetti macroeconomici rilevanti, non può essere trattato come una variabile neutra. La distinzione tra non avere un obiettivo sul cambio e non reagire ai suoi effetti è cruciale. Confondere le due cose significa accettare una postura restrittiva senza dichiararla.
In questo contesto, la scelta di mantenere invariati i tassi di interesse mentre l’euro si rafforza equivale, di fatto, a un irrigidimento delle condizioni monetarie reali. L’argomento dell’incertezza e della necessità di preservare “opzionalità” rischia di tradursi in un attendismo costoso. I mercati valutari tendono ad anticipare le decisioni di politica monetaria e un differenziale di tassi percepito come eccessivamente restrittivo può alimentare ulteriori pressioni al rialzo sulla valuta, innescando un circolo vizioso.
Un intervento tempestivo sui tassi non avrebbe come obiettivo il livello del cambio in sé, ma servirebbe a neutralizzare una dinamica che sta già producendo effetti restrittivi su inflazione e crescita. In un’unione monetaria priva di una vera politica fiscale comune e di meccanismi efficaci di compensazione competitiva, la politica monetaria resta l’unico strumento in grado di reagire in modo rapido e coordinato.
Rinviare l’intervento nella speranza che il mercato corregga spontaneamente l’apprezzamento dell’euro significa accettare il rischio di un indebolimento strutturale del sistema economico dell’area. In un contesto globale segnato da crescenti tensioni commerciali, politiche industriali aggressive e valute strategicamente gestite, un euro troppo forte non è un segnale di solidità, ma il sintomo di una politica monetaria che rischia di diventare eccessivamente restrittiva proprio quando la crescita avrebbe bisogno del contrario.








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