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COMPRENDERE L’ISIS

 

 

Nello studio dei grandi fenomeni storici, soprattutto in quelli in cui è implicata una data civiltà, una data religione o una data ideologia, gli accademici sono capaci di riversare tesori di cultura. Non c’è da stupirsene. Si pensi a quanto difficile sia comprendere il trionfo del Cristianesimo, una insignificante setta ebraica che è riuscita a imporsi all’intero Occidente.

Analoghi sforzi sono stati profusi per spiegare il temporaneo trionfo del marxismo. Per quasi un secolo quella dottrina non solo ha influenzato l’intera Europa, ma molti prevedevano addirittura la sua conquista dell’orbe terracqueo.

E tuttavia, quando un movimento coinvolge centinaia di milioni di esseri umani, bisogna ricordare che gli adepti non sono tutti degli studiosi. Molti sono analfabeti o comunque non hanno gli strumenti per leggere una realtà tanto al di là della loro piccola competenza. Questo vale anche per i laureati. A ciò si aggiunge l’annebbiamento derivante dalle frustrazioni, dagli atteggiamenti paranoidi, dalla povertà intellettuale e dal rancore per citare un concetto nietzschiano.

Decenni fa, per i più semplici, comunismo significava spartizione. L’idea di partenza era la messa in comune degli strumenti di produzione (capitalismo di Stato), ma per loro significava che il più ricco doveva dargli metà di ciò che aveva, in modo che tutti e due avessero lo stesso: “Dividessero”. Alla base c’era anche l’idea ingenua (ma non tanto) che le differenze di livello economico fossero derivate da qualche forma di ingiustizia o di crimine: se hai più di me, mi hai rubato qualcosa. L’idea, per quanto balorda, esercita ancora oggi una sua seduzione, e infatti si parla di “ridistribuzione della ricchezza”: quasi questa derivasse da una prima spartizione, ingiusta, e se ne volesse un’altra, giusta e egualitaria.

Riguardo all’Isis, bisognerebbe fare un’indagine del genere. Lasciare da parte ciò che ha detto o no il Profeta, lasciare da parte le diatribe fra sunniti e sciiti, e vedere come il fenomeno si configura in una mente pressoché primitiva. Un atteggiamento estremamente aggressivo, distruttivo, e per così dire assetato di sangue, viene a volte dall’alto, ed origina da un incolmabile disprezzo della controparte, unito all’idea che essa sia nociva: tanto che il suo sterminio corrisponde quasi a una sorta d’igiene. Questo atteggiamento ha dato origine alla Shoah.

Molto più frequente è tuttavia il caso che esso venga dal basso, da una così totale frustrazione, da una così completa disperazione, che il soggetto desidera per così dire l’apocalisse. La fine di tutto e di tutti. È il caso del depresso che, licenziato, si arma e va ad uccidere quanti più ex colleghi di lavoro può. È il caso del geloso patologico che stermina l’intera famiglia e si suicida. Lo schema costante è un’inversione del metro di giudizio: “Non sono io sbagliato, è il resto del mondo”.

Di solito questa estrema frustrazione appartiene al singolo ma nulla esclude che possa estendersi ad un intero gruppo. I palestinesi, sconfitti benché sostenuti da milioni di alleati, hanno cercato di “rifarsi” col terrorismo. Sequestrando aeroplani, attaccando asili nido, uccidendo gli atleti israeliani a Monaco, compiendo infiniti attentati contro cittadini inermi. Per loro, uccidere un vecchio israeliano che legge il giornale è un’azione eroica. E se Israele, esasperato dai razzi, reagisce e distrugge moltissime case e fa morire migliaia di palestinesi perdendo una settantina dei suoi, la propaganda locale, con uno straziante disprezzo di sé,  parla di vittoria: come se fosse un affare pagare la morte di un israeliano con quella di quaranta palestinesi.

Questa frustrazione non appartiene soltanto a loro. I musulmani in generale sono meno prosperi, meno colti, meno militarmente potenti, meno considerati degli occidentali. Per compensazione, sono fieri della loro religione, l’unica vera, e di un lontanissimo passato (quando lo conoscono): reagiscono dunque con un orgoglio smisurato allo scoramento della situazione reale. In concreto vivono così male da desiderare di venire a lustrare le scarpe ai cristiani, a Parigi o a Londra, ma quando ci riescono poi non si integrano. Si sentono diversi e sono sentiti come diversi. E quando ciò produce problemi dànno la colpa della loro infelicità al Paese che li ospita, non a sé stessi.

In questo quadro si inserisce l’Isis. In un mondo di perdenti, l’Isis appare vincente. In un mondo in cui i musulmani sono disprezzati, l’Isis fa paura. In un mondo privo di valori, l’Isis è la rinata spada dell’Islam che converte i vinti con la forza. E i giovani fanno viaggi intercontinentali per andare ad arruolarsi sotto le bandiere nere. Lasciano una vita borghese per una vita eroica in cui anche il rischio di morire è una promozione.

L’Isis rappresenta l’occasione di un confuso riscatto per il quale val la pena di chiudere gli occhi sui suoi orrori. Né bisogna temere la reazione dell’intero mondo, perché chi è sostenuto da Dio è invincibile. Probabilmente non hanno mai sentito parlare di Poitiers nel 732 o di Vienna nel 1683, ciò che conta è che, andando a combattere, passano da fuori casta a protagonisti di un’avventura eroica, a costo di lasciarci la pelle. Poveri ragazzi. La cosa più triste è che i sopravvissuti vivranno la tragedia della ricaduta nella frustrazione.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

9 ottobre 2014

 

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