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LA COMPAGNIA DI GIRO DEI VIOLENTI

 

Come mai in ogni manifestazione ci sono piccoli gruppi di violenti incappucciati che tirano sassi, lanciano bottiglie molotov, roteano bastoni e attaccano la polizia? Costoro vogliono sempre fare l’unica cosa che l’autorità ha vietato. Vogliono andare verso la prefettura, verso il tale ministero, verso la tale zona rossa: l’essenziale è che la polizia sia stata incaricata di non permetterlo, in modo da trovarla pronta a fare da bersaglio. Esaminando la monotona serie di tali fenomeni, si giunge all’inevitabile conclusione che la ragione dello scontro non è quella per la quale è stata convocata la manifestazione, ma la voglia della guerriglia.

Infatti questi facinorosi sono spesso gli stessi, che si spostano in città diverse, a volte addirittura da un Paese all’altro, per non perdere un’occasione di violenza. Poi, accanto alle compagnie di giro, ci sono i “teatri stabili”, come quello piemontese dei NoTav. La materia del contendere in questo caso è evidentemente pretestuosa – a chi può importare qualcosa di un buco all’interno di una montagna? – ma si presta perfettamente allo scopo, perché si coniuga con lo stupido misoneismo della nostra società viziata. Quella che proclama il principio di precauzione: “Questa cosa è nuova; dunque potrebbe essere dannosa; dunque dovremmo astenercene. E visto che le autorità non se ne astengono, le obbligheremo noi. All’occasione con le  bastonate o con l’esplosivo”.

La realtà più profonda è un’altra. L’ape regina non lavora, non esce mai dall’alveare ed il suo cibo è il migliore. E tuttavia a nessun’ape operaia verrebbe in mente di lamentarsi della sua sorte. Un po’ come, nel Medio Evo, a nessun servo della gleba sarebbe venuto in mente di trovare ingiusto che il re avesse tanto più di lui. “Ma lui è il re!”, avrebbe risposto al Marx di turno.

Nella società umana la stratificazione è inevitabile. Quando deriva dal privilegio della nascita (un tempo genitori nobili, oggi genitori ricchi) essa è sommamente ingiusta: ed è contro questa disuguaglianza che si è scagliò Jean-Jaques Rousseau. E poiché lo fece nel momento in cui si gettavano le basi di quella Rivoluzione Francese che rappresenta la base della moderna mentalità democratica, ebbe un immenso successo. Ma per alcuni il rimedio è stato forse peggiore del male. Il privilegio che dipendeva dalla nascita era talmente ingiustificato che chi non aveva questa fortuna era interamente discolpato. Nel mondo d’oggi invece, dove nella maggior parte dei casi sta meglio chi merita di star meglio, la classifica diviene spietata.  Naturalmente qui non si parla di meriti morali o culturali: si parla anche del commerciante abile e senza scrupoli e dell’idraulico che guadagna largamente più di un professore di storia e filosofia. E questi deve incolpare soltanto sé stesso, se ha scelto l’università invece della chiave inglese.

Le persone di buon senso si rassegnano alla stratificazione sociale. O riconoscono di non avere il genio di chi è capace di arricchirsi partendo quasi dal niente (Berlusconi, per esempio) oppure, pur reputando che il successo sia ripartito in maniera non corrispondente ai meriti, accettano la realtà com’è e tirano a campare. Ma ciò non vale per tutti. Ci sono purtroppo coloro che, in base ai parametri dell’attuale società, valgono zero e non l’accettano. Sono soggetti che, spesso, non hanno un titolo di studio, non hanno un lavoro, non sono nemmeno stimati da coloro che frequentano, e così, da ultimi, hanno la tentazione di capovolgere la classifica e risultare primi. Non sono loro, ad essere sbagliati, è la società. Bisogna dunque distruggerla. E poiché l’ordinamento giuridico è correo dell’ingiustizia, loro ricorrono all’antitesi del diritto: la violenza. Così questi eroi della rivoluzione dicono all’impiegato di Stato in divisa: “Tu hai un lavoro e l’autorità di vietarmi qualcosa, ma io non ho paura né di te, né di quello Stato corrotto che ti manda. Ho un bastone e ti dimostrerò che sono più forte di te mandandoti all’ospedale”.

I violenti professionali sono dei poveri disadattati. Dei frustrati senza speranza. Sono scorie sociali meritevoli della massima pietà (soltanto dopo che avranno scontato qualche mese di carcere) e invece i giornali li prendono per portabandiera della protesta, fingono che esprimano l’esasperazione del popolo e insomma, ancora una volta, prendono lucciole per lanterne. La protesta dei molti va presa sul serio per i suoi motivi, se ci sono, non perché i pochi hanno sfasciato la vetrina di un negozio i cui prodotti non si potevano permettere.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

25 dicembre 2014

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