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Chip e Sovranismo: Taiwan investe 250 miliardi negli USA per evitare i dazi. L’America First ridisegna la supply chain globale
Accordo storico USA-Taiwan: 250 miliardi di investimenti per riportare i chip in America. Ecco come funzionano i nuovi dazi “intelligenti” che premiano chi produce negli States e ridisegnano la mappa tecnologica mondiale.

L’Amministrazione americana non perde tempo e, con un pragmatismo che farebbe impallidire i burocrati di Bruxelles, chiude un accordo colossale con Taiwan. L’obiettivo è chiaro, dichiarato e senza fronzoli: riportare a casa la produzione di semiconduttori. Il Dipartimento del Commercio, guidato da Howard Lutnick, ha annunciato giovedì un’intesa commerciale che impegna le aziende tecnologiche taiwanesi a investire almeno 250 miliardi di dollari direttamente sul suolo americano.
Non si tratta di vaghe promesse, ma di un piano strutturato per invertire decenni di delocalizzazione selvaggia che hanno ridotto la quota americana nella produzione globale di chip dal 37% del 1990 a meno del 10% nel 2024. L’approccio è classicamente mercantilista: si usa la leva dei dazi non per chiudere il mercato, ma per forzare gli investimenti diretti esteri (IDE).
I dettagli dell’accordo: bastone e carota
L’accordo si basa su una logica industriale ferrea. Da un lato si impongono barriere, dall’altro si offrono ponti d’oro a chi produce “in casa”. Oltre ai 250 miliardi di investimenti diretti, sono previsti ulteriori 250 miliardi in garanzie di credito per sostenere l’espansione della catena di approvvigionamento negli USA.
Ecco i punti salienti del framework, che stabilisce anche la creazione di parchi industriali basati negli Stati Uniti:
- Dazi sui semiconduttori: Le tariffe future premieranno le aziende taiwanesi che costruiscono capacità produttiva negli Stati Uniti.
- La regola del 2,5x: Le aziende che avviano nuovi impianti negli USA potranno importare fino a 2,5 volte la capacità pianificata senza pagare dazi durante il periodo di costruzione.
- La regola dell’1,5x: Una volta completati gli impianti, le aziende potranno continuare a importare 1,5 volte la loro nuova capacità produttiva americana in esenzione doganale.
- Settori tradizionali: Tetto massimo del 15% sui dazi statunitensi per ricambi auto, legname e derivati del legno provenienti da Taiwan. Un vantaggio notevole per l’industria dell’Isola.
- Esenzioni totali: Azzeramento dei dazi reciproci su prodotti selezionati come farmaceutici, componenti aeronautici e risorse naturali non disponibili.
Una lezione di politica industriale
Mentre altrove si discute ancora di “libero mercato” puro, Washington applica una ricetta che mescola protezionismo strategico e incentivi keynesiani agli investimenti. Il meccanismo tariffario è ingegnoso: non punisce l’export taiwanese tout court, ma lo vincola alla creazione di fabbriche negli Stati Uniti. Più produci in America, più puoi esportare liberamente dal Taiwan. È un “America First” che non isola, ma ingloba.
La reciprocità è garantita: l’accordo prevede che Taiwan faciliti gli investimenti statunitensi in settori chiave dell’isola, tra cui:
- Intelligenza Artificiale (AI);
- Tecnologia della difesa;
- Telecomunicazioni;
- Biotecnologie.
In un contesto geopolitico in cui le alleanze tra Cina e Russia si stringono, e le tensioni nello stretto non mancano, legare a doppio filo l’industria taiwanese al territorio americano è una mossa che vale doppio: blinda la supply chain e rende l’isola un “porcospino” tecnologico indispensabile, ma sempre più integrato nel tessuto produttivo a stelle e strisce. Inoltre comunque garantisce la sopravvivenza economica delle grandi aziende di Taiwan anche in caso di conflitto con la Cina.
Domande e risposte
Perché gli Stati Uniti insistono tanto sulla produzione interna di chip?
La quota di produzione americana di semiconduttori è crollata drasticamente negli ultimi trent’anni, passando dal 37% a meno del 10%. I chip sono ormai il “petrolio” dell’economia moderna, essenziali per tutto, dai tostapane ai missili balistici. Dipendere quasi interamente dall’Asia rappresenta un rischio inaccettabile per la sicurezza nazionale e la stabilità economica degli USA. Riportare la produzione in casa significa garantire l’indipendenza tecnologica e proteggere la catena di approvvigionamento da shock geopolitici o blocchi commerciali.
Come funzionano i dazi “premiali” previsti dall’accordo?
Il sistema è progettato per incentivare l’investimento anziché punire semplicemente l’importazione. Se un’azienda taiwanese costruisce una fabbrica negli USA, ottiene il diritto di importare da Taiwan una quantità di prodotti esente da dazi proporzionale alla capacità del nuovo impianto americano. Durante la costruzione, questo bonus è pari a 2,5 volte la capacità prevista; a regime, scende a 1,5 volte. In pratica, si usa il mercato americano come leva per costringere le aziende a trasferire know-how e macchinari sul suolo statunitense.
Cosa ottiene Taiwan da questo accordo?
Sebbene debbano investire capitali ingenti oltreoceano, le aziende taiwanesi si assicurano l’accesso privilegiato al mercato più ricco del mondo senza subire dazi punitivi che colpirebbero i concorrenti. Inoltre, l’accordo rafforza il legame politico e militare con Washington. In un momento di forti tensioni con la Cina, l’integrazione economica funge da “assicurazione sulla vita”: più l’America dipende dalla tecnologia taiwanese (e viceversa), più sarà motivata a difendere l’isola.








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