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Chi ha paura della democrazia?

È uscito un nuovo saggio di Gustavo Zagrebelsky. Si chiama “Come salvare la democrazia dalla paura”. Riecheggia, nel titolo e nei contenuti, qualcosa di già sentito: la retorica della Paura. Che è poi uno dei tormentoni più gettonati tra i custodi del Pensiero Unico. Forse pensando di dire qualcosa di nuovo, il grande costituzionalista ha in realtà dato immeritato lustro a uno dei più abusati clichè su piazza: quello secondo cui le istanze populiste e sovraniste (quindi eccentriche rispetto alla Mono-Cultura oggi dominante) fomentano la paura. Il concetto è variamente declinato anche come segue: tali istanze titillano la pancia delle persone e le loro paure, raccattano voti facendo leva sulla paura, alimentano la paura dell’altro e del diverso. Quest’idea, sempliciotta e ottusa, ha acquistato una sua insospettabile dignità intellettuale al punto da trasformarsi in un vero e proprio luogo comunemente corretto. Uno di quei mantra che, alla stregua di certi cappotti, vanno bene in ogni stagione.
E non solo tra i perbenisti piccolo-borghesi, progressisti, democratici e allineati, ma anche e soprattutto tra l’intellighenzia di riferimento dei medesimi. La quale, benché espressione di una classa sociale e intellettuale in declino, tracima da tutti gli schermi e a tutte le ore sprizzando la sua insopportabile spocchia secchiona. Ma torniamo al punto. In effetti, la paura è un sentimento che fa paura. Vuoi mettere i suoi opposti, come il coraggio, la fiducia, la speranza? Ergo, dare del pauroso addirittura a un’intera categoria di persone, significa utilizzare al massimo grado, su scala mediatica universale, l’espediente retorico noto come “ad hominem”. Esso consiste nello squalificare l’interlocutore attaccandolo sul piano personale cosicchè ogni sua successiva affermazione sarà degradata “a monte” dalla pregiudicata credibilità di chi la pronuncia. Se i sovranisti e i populisti sono paurosi, allora tutto ciò che dicono è solo un impasto di reazioni puerili frutto della loro infantile “paura”. Quindi, la prossima volta che sentite usare questo argomento sapete come demistificarlo in partenza, smascherando la manipolazione ad esso sottesa.
Ma c’è di più. A ben vedere, la paura è il motore propulsivo non di chi vuole cambiare questo mondo, ma di chi vuole mantenerlo così com’è. Su cosa si basano i pipponi sull’ineluttabile unificazione europeista, una volta sfrondati da tutte le cazzate (smentite dalla cronaca) del promesso benessere e della immancabile crescita? Sulla paura che possano ripetersi i conflitti mondiali del Novecento. E su cosa si regge la logica neoliberista oggi trionfante? Sulla paura che lo spread si alzi e che i Mercati e le Borse ci puniscano e che lo Stato fallisca (a livello macro) e sulla paura che noi, come singoli, non siamo abbastanza bravi a competere e quindi finiamo sul lastrico (a livello micro). Quindi, per tornare a Zagrebelsky, gli diciamo che la democrazia non va salvata dalla paura. Essa, infatti, è già stata soppressa dalle paure di cui sopra. Piuttosto, dobbiamo ribaltare il tavolo: non più lavorare su ciò che ci fa paura, ma su quanto noi possiamo suscitare paura. La democrazia potrà rinascere solo se un numero sufficiente di persone capirà quanta paura hanno di noi – come popolo, come masse “critiche”, e criticamente organizzate – i poteri che l’hanno uccisa.
Francesco Carraro
www.francescocarraro.com

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