Analisi e studi
Che fine farà il Bitcoin?
Bitcoin sotto scacco: perché la caduta sotto i 70.000 dollari non è solo un calo tecnico, ma il ritorno prepotente della leva finanziaria e della realtà economica.

Il Bitcoin non sta semplicemente correggendo: sta tornando alla sua natura. La discesa sotto i 70 mila dollari, con affondi verso area 60 mila, non è un normale ritracciamento dopo i massimi oltre 120 mila dell’autunno scorso. È un drawdown superiore al 45% che riporta il mercato a una verità che nelle fasi euforiche viene sistematicamente rimossa: il prezzo della principale criptovaluta è funzione della liquidità e della leva, non di fondamentali misurabili.
Il rally del 2025 si era costruito su tre pilastri: afflussi miliardari negli ETF spot statunitensi, narrativa politica americana favorevole alle cripto-attività e ritorno aggressivo delle posizioni a margine. Nei mesi successivi al via libera regolamentare, gli ETF avevano attratto decine di miliardi di dollari, comprimendo l’offerta sul mercato spot e sostenendo l’idea di una domanda istituzionale strutturale. Oggi il quadro è cambiato: gli afflussi rallentano, compaiono sedute con deflussi netti e le liquidazioni sui derivati hanno superato in più occasioni il miliardo di dollari nelle 24 ore. Quando il flusso si attenua, la leva diventa detonatore.
Il Bitcoin non genera utili, non distribuisce dividendi, non produce flussi di cassa. Non esiste un fair value calcolabile con modelli tradizionali. Il prezzo incorpora scarsità algoritmica ed aspettative di rivalutazione futura. Finché la liquidità globale è abbondante e il rischio viene premiato, il meccanismo si autoalimenta. Con rendimenti reali positivi e banche centrali meno espansive, la competizione con asset meno volatili si fa più dura. Non è un caso che, in un contesto di tensioni geopolitiche e incertezza macro, l’oro abbia mantenuto il ruolo di bene rifugio mentre il Bitcoin si è comportato come un titolo tecnologico ad alta beta. L’“oro digitale” resta una formula suggestiva, non una prova empirica.
Il confronto dimensionale aiuta a mettere le cose in prospettiva. Anche nelle fasi di picco, la capitalizzazione del Bitcoin resta una frazione di quella dell’oro e marginale rispetto ai mercati azionari globali. Non c’è un rischio sistemico assimilabile a una crisi bancaria. Ma esiste un rischio concentrato e crescente per gli operatori che hanno costruito strutture fortemente levereggiate sull’asset.
Le società quotate che hanno trasformato il Bitcoin in perno di bilancio rappresentano il punto più esposto del sistema. Il modello è lineare: raccolta di capitale tramite debito o aumenti azionari, acquisto di criptovalute, rivalutazione in caso di rialzo. In fase espansiva l’effetto moltiplicatore sulla capitalizzazione è potente. In fase discendente, le perdite contabili si ampliano, il rapporto tra valore di Borsa e attivi si comprime e il costo del capitale tende a salire. Se il prezzo dovesse perdere un ulteriore 10-15%, alcune di queste strutture si troverebbero a rifinanziare debito in condizioni peggiori o a ridurre l’esposizione, alimentando nuova pressione sul mercato. È il circuito pro-ciclico della leva: funziona in salita, accelera in discesa.
Anche la profondità del mercato resta un fattore critico. Rispetto ai cicli del 2018 e del 2022 la struttura è più ampia, ma ancora vulnerabile a shock di liquidità. Gli algoritmi sui derivati amplificano i movimenti spot, generando accelerazioni ribassiste più rapide delle fasi di accumulo. In assenza di compratori stabili, la volatilità non è un incidente: è una caratteristica strutturale.
Nel frattempo l’Europa procede con l’attuazione del MiCA, celebrato come svolta di stabilità. Ma l’Unione conferma la propria postura: regolare molto, incidere poco sui driver globali. I flussi che determinano il prezzo del Bitcoin si muovono tra Stati Uniti e Asia; Bruxelles aumenta obblighi e compliance per gli operatori domestici senza acquisire reale peso nelle dinamiche di mercato. Si disciplina il perimetro europeo mentre il baricentro finanziario resta altrove. È un approccio coerente con la tradizione comunitaria: più architettura normativa, meno strategia competitiva.
La domanda ora è se si tratti di una pausa o di un cambio di regime. Per tornare stabilmente sopra i massimi servirebbero nuovi catalizzatori: ripresa robusta degli afflussi negli ETF, adozione corporate meno dipendente dal debito, oppure un contesto monetario più espansivo. Senza questi elementi, lo scenario più plausibile è una fase prolungata di oscillazioni ampie, con rimbalzi tecnici seguiti da prese di profitto.
Per l’investitore professionale la lezione è chiara. Il Bitcoin può avere un ruolo tattico, ad alta opzionalità, in una quota contenuta di portafoglio. Non è un sostituto dei beni rifugio tradizionali né un investimento a volatilità controllabile. La crisi attuale non ne decreta la fine, ma ridimensiona l’illusione della crescita lineare e senza scosse.
Nei mercati finanziari l’innovazione sopravvive solo se accompagnata da disciplina del rischio e solidità patrimoniale. Quando la leva diventa strategia e la rivalutazione perpetua un presupposto, il ciclo presenta il conto. E il Bitcoin, ancora una volta, sta ricordando che la differenza tra rivoluzione finanziaria e bolla speculativa passa sempre dallo stesso punto: la sostenibilità.
Di Antonio Maria Rinaldi








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