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CHE COSA DOPO L’EURO E DOPO IL DOLLARO

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Un cortese lettore, che si firma Gianfranco, mi invia un commento nel quale suggerisce alcune idee interessanti, che non intendo rubargli. L’umanità occidentale, a partire dall’inizio del Ventesimo Secolo, ha cercato nuove vie, con la Rivoluzione Russa, col Fascismo, col Nazismo. E, come scrive Gianfranco, “Abbiamo visto dove portano i grandi ideali. Fosse comuni. Campi di concentramento. Bombardamenti. Povertà. Fame. Morte”. Disillusi, ci siamo volti alla democrazia e al capitalismo. Attualmente siamo in una gravissima crisi ma “a questo modello, non esiste alternativa. Questo è il motivo per cui non riusciamo ad uscire dalla crisi”. “Non ci rimane che andare a fondo”.

 
Che il Ventesimo Secolo sia stato quello in cui si è dato corso alle grandi ideologie nate nell’Ottocento, come il nazionalismo, il socialismo, il comunismo, è fuori di discussione. Ma il capitalismo esisteva da sempre. L’economia come l’hanno descritta i grandi economisti classici – Smith, Ricardo e gli altri, fino a Friedman e Hayek – è soltanto il modo come gli umani agiscono se lasciati liberi. Naturalmente la funzione del capitale per il grande pubblico è divenuta più evidente quando esso è stato visto nella sua forma monetaria: ma se consideriamo che capitale è la vanga, in quanto non bene di consumo ma mezzo di produzione, non c’è dubbio che il capitalismo esiste dall’età della pietra.

 
Il capitalismo non è nato nell’Ottocento o nel Novecento, e non è stata una novità tornare ad esso, dopo l’ubriacatura comunista. Interessante è soltanto il fatto che l’umanità per un momento abbia pensato di “fare di meglio” del capitalismo classico. Nell’Ottocento ci si provò con i pittoreschi falansteri francesi, nel Novecento si fecero le cose tanto in grande da ottenere “Fosse comuni. Campi di concentramento. Bombardamenti. Poverta’. Fame. Morte”. Alla fine siamo tornati indietro da tutto ciò con le pive nel sacco e tuttavia attualmente siamo lo stesso in guai seri. Sicché bisogna vedere se sia valida l’affermazione di Gianfranco per la quale: “Non esiste un modello alternativo di società”.

 
Il modello produttivo che è detto capitalistico può essere paragonato ad una buona automobile. Naturalmente, se porta cinque persone e molti bagagli, avrà meno ripresa e sarà meno veloce. Se poi le carichiamo duecento chili sul portabagagli, le cose peggioreranno. E se infine si chiederà a quella stessa automobile di portare tutti quei pesi, e nel frattempo trascinare un’enorme caravan in salita, si rischierà di fondere il motore e fermarsi. È l’automobile che è un pessimo veicolo o lo si è usato male?

 
Il modello occidentale è stato reso inefficiente da un eccessivo intervento dello Stato in troppi campi, che ha richiesto un eccesso di pressione fiscale; da un eccesso di provvidenze in favore di cittadini poco produttivi a carico dei cittadini produttivi; da un eccesso di leggi a favore di alcune categorie che hanno reso la produzione onerosa e l’impresa poco redditizia; da un eccesso di preoccupazioni morali, ecologiche, giuridiche, quasi si mirasse ad una società di angeli. Preoccupazioni che sono trasformate in altrettanti costi (e fallimenti) dello Stato. Si potrebbe continuare, ma chi vive il presente queste cose le sa benissimo. E la soluzione è precisamente una semplice marcia indietro. Stacchiamo la caravan. Sgombriamo il portabagagli. Rispettiamo i consigli del fabbricante. La democrazia prima ci ha promesso troppo, poi ci ha resi schiavi dello Stato. La soluzione è un ridimensionamento dello Stato a un terzo o meno di ciò che è oggi. Non è vero che “non esiste un modello alternativo di società”. Il punto è: avremo il coraggio di adottarlo di nuovo o consideriamo che l’attuale Leviathano di hobbesiana memoria sia un fatto irreversibile? 

Se ci fosse una crisi di dimensioni mondiali, che provocasse lo scoppio della bolla monetaria, la fine dell’euro, il default di parecchi Stati europei, in primis l’Italia; se il debito pubblico divenuto incredibile mettesse in pericolo e facesse scendere a più miti consigli giganti come gli Stati Uniti o il Giappone; se infine fossimo costretti a ripartire dalla miseria, dal considerare una conquista non avere troppa fame, se insomma veramente “andassimo a fondo”, forse potremmo ripartire per un altro giro.

Diffidando dell’intervento e delle provvidenze dello Stato nello stesso modo in cui i tedeschi, ricordando Weimar, ancora oggi diffidano dell’inflazione.
Nulla dice che ciò avverrà, né che avverrà fra poco tempo. Un simile lavacro produrrebbe comunque non un nuovo tipo di modello economico – che capitalista era e capitalista rimarrebbe – ma un nuovo tipo di società, con molto meno grilli per la testa.

 

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

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