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Caso YPF: l’Argentina di Milei vince in appello negli USA ed evita un salasso da 16 miliardi

L’Argentina di Javier Milei vince in appello negli USA: annullata la maxi-multa da 16 miliardi di dollari per l’esproprio di YPF. Un salvataggio provvidenziale per le riserve valutarie di Buenos Aires contro i fondi speculativi

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L’Argentina respira, e Javier Milei incassa quella che lui stesso ha definito sui social la “migliore delle notizie possibili”. In una sentenza che ha del clamoroso per le sue proporzioni finanziarie, la Corte d’Appello del Secondo Circuito degli Stati Uniti ha ribaltato la condanna che obbligava Buenos Aires a pagare la mostruosa cifra di 16,1 miliardi di dollari (circa 18 miliardi calcolando gli interessi) per l’esproprio della compagnia petrolifera di Stato YPF, avvenuto nel 2012.

Per capire la portata di questa vittoria, e la leggerezza con cui si operava in passato, bisogna fare un passo indietro all’epoca della presidenza di Cristina Kirchner. Nel 2012 l’allora esecutivo decise di rinazionalizzare il 51% di YPF, strappandone il controllo alla spagnola Repsol con la giustificazione di una produzione di idrocarburi insufficiente per le esigenze del Paese. Se Repsol fu successivamente indennizzata con 5 miliardi di dollari, gli azionisti di minoranza – tra cui Petersen Energia Inversora ed Eton Park Capital Management, detentori complessivamente del 25,4% delle quote – rimasero a bocca asciutta. Da qui partì la mega-causa nel 2015, finita nei tribunali newyorkesi poiché YPF è quotata a Wall Street.

Nel 2023, la giudice distrettuale Loretta Preska aveva dato ragione ai fondi, ma venerdì la Corte d’Appello ha ribaltato il tavolo. I giudici hanno stabilito che le richieste di risarcimento per violazione del contratto mosse da queste società non sono riconoscibili secondo il diritto argentino. Una vittoria totale sul fronte della giurisdizione e dell’applicabilità delle norme.

Ecco, in sintesi, i punti chiave della vicenda:

  • L’antefatto: Nel 2012 il governo argentino espropria il 51% di YPF.
  • La causa: I soci di minoranza, esclusi dai rimborsi accordati a Repsol, fanno causa a New York per la mancata OPA.
  • La prima sentenza: Nel 2023 arriva una condanna record da 16,1 miliardi contro lo Stato argentino.
  • Il ribaltone: La Corte d’Appello USA annulla la sanzione, dando ragione alla difesa di Buenos Aires.

Il vantaggio per l’Argentina dell’amministrazione Milei è duplice, e sul piano macroeconomico non può essere sottovalutato. Da un lato, c’è il salvataggio immediato della bilancia dei pagamenti. Pagare 18 miliardi di dollari avrebbe significato prosciugare una fetta enorme delle già scarse riserve in valuta estera del Paese, infliggendo un colpo mortale a un’economia già strangolata da un debito persistente e da un’inflazione cronica. Un esborso del genere avrebbe vanificato qualsiasi sforzo di stabilizzazione faticosamente messo in campo in questi mesi.

D’altra parte, c’è lo scampato pericolo di assecondare l’avidità della speculazione finanziaria pura. È interessante notare come il principale beneficiario di questa ipotetica sanzione sarebbe stato Burford Capital, un fondo britannico specializzato nel finanziare cause legali in cambio di una percentuale sui risarcimenti. Evitare che le risorse reali di un Paese, generate dalla produzione energetica, finiscano nelle tasche di un litigation fund è una notizia rassicurante non solo per Buenos Aires, ma per il buon senso economico generale. L’Argentina ha difeso con successo il proprio diritto sovrano, e ora ha le mani molto più libere per attrarre investimenti reali nel settore energetico.

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