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Casa Bianca: deciderà la Corte Suprema? (di P. Becchi e G. Palma su Libero)

Articolo a firma di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero del 5 novembre 2020:

Una cosa è certa: i sondaggisti e i giornaloni hanno sbagliato un’altra volta. Tutti davano Joe Biden ampiamente vincente, per loro non c’era partita. E invece la notte elettorale ci consegna un quadro più complesso. Nello scrutinio notturno Donald Trump vince in alcuni degli swing-States (Stati-chiave) come Florida e Ohio, mentre al momento in cui scriviamo è in vantaggio in Georgia e Carolina del Nord, perde invece – seppur di poco – in Michigan. Sulla carta vincerebbe anche in Pennsylvania, ma mancano ancora oltre un milione di voti da scrutinare nella parte più popolosa dello Stato. Al momento Trump è in vantaggio nello scrutinio delle schede di chi ha votato nella giornata del 3 novembre, ma può ancora succedere di tutto perché Biden ha chiesto di contare tutti i voti spediti per posta, circa 350 mila schede (di cui 275 mila ancora da scrutinare). Il voto per posta è consentito sin dai tempi della guerra di secessione per consentire ai soldati di votare, ma il loro scrutinio deve avvenire contemporaneamente allo spoglio delle schede del giorno delle elezioni, prima o dopo non importa, purché nello stesso giorno. Insomma, non si può avere il nome del Presidente dopo una settimana, questo lo spirito.

Tuttavia quest’anno, causa la pandemia, la Corte Suprema statunitense ha consentito che lo spoglio delle schede giunte per posta possa protrarsi fino a cinque giorni dopo l’election day, in modo da incentivare i cittadini ad utilizzare il voto postale e non spostarsi per andare ai seggi, evitando così gli assembramenti. Decisione discutibile ma legittima.

Più complicata la situazione in Georgia e Carolina del Nord, dove Trump potrebbe vincere con uno scarto minimo, e quindi il voto postale che resta da scrutinare potrebbe essere decisivo per ribaltare il risultato finale. Il dato di fatto saliente è che, comunque vada, entrambi per il momento non ammetteranno la sconfitta, in modo da tenere aperta la partita a qualunque costo. Biden è ora in lieve vantaggio in Michigan e si contende la Pennsylvania fino all’ultimo voto, quindi probabilmente sarà il Presidente in carica ad inseguire una eventuale ipotesi di riconteggio delle schede. Riconteggio che Trump potrebbe chiedere anche in Nevada e Wisconsin, dove il vantaggio di Biden è al fotofinish, ma anche in Michigan, dove lo spoglio delle schede postali sembrerebbe (nella misura attorno al 100%) tutta a favore di Biden. Una cosa quantomeno sospetta, da controllare.  Sospetto  anche il risultato in Wisconsin, dove all’improvvviso sono apparse 169.000 schede postali  tutte a favore di Biden. A sorpresa Trump perderebbe l’Arizona, Stato tradizionalmente repubblicano, ma la partita si è riaperta nella serata di ieri grazie ai voti provenienti dalla contea di Maricopa. Staremo a vedere.

L’obiettivo di entrambi i candidati, in ciascuno degli swing-States in bilico, è quello di arrivare a ridosso dell’altro. In questo modo ognuno potrà presentare ricorso alle autorità giurisdizionali di ciascuno Stato e chiedere il riconteggio complessivo delle schede.

Biden è avanti, ma per Trump non è ancora detta l’ultima parola. Qualora negli Stati in bilico il conteggio delle schede postali, ovvero il riconteggio complessivo di tutte le schede, desse un risultato contestabile, l’ultima parola spetterebbe alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che come nel 2000 potrebbe persino sospendere un eventuale secondo riconteggio e assegnare la vittoria ad uno dei due candidati. A maggioranza democratica fino a poche settimane fa, la Corte Suprema è ora in mano repubblicana, infatti il Presidente ha nominato la conservatrice Amy Coney Barrett al posto della defunta Ruth Bader Ginsburg, invertendo per un voto i rapporti di forza a suo favore.

Il Deep-State farà di tutto per impedire la rielezione di Trump.  Se anche Biden perdesse in Pennsylvania, una sua eventuale vittoria in Michigan impedirebbe la riconferma di Trump. A quel punto non si può neppure escludere che nessuno dei due candidati raggiunga quota 270; in tal caso la palla passerebbe alla Camera dei rappresentanti, che probabilmente eleggerebbe Trump in quanto il partito Repubblicano avrebbe la maggioranza dei delegati statali. Questa volta l’elezione del Presidente non dipenderà né dalla Florida né dell’Ohio, come sempre avvenuto e dove ha vinto Trump, ma resta il fatto che a fare la differenza saranno ancora una volta gli Stati del “Rust Belt”, la parte più produttiva degli Usa (Michigan, Wisconsin, Ohio e Pennsylvania).

Ora la partita passerà probabilmente ai tempi supplementari, tra carte bollate, ricorsi e riconteggi.

NOTA: Nella versione apparsa questa mattina sull’edizione cartacea di Libero abbiamo commesso un errore, scrivendo che in caso di parità nel voto dei grandi elettori il Presidente sarebbe eletto dai deputati alla Camera dei rappresentanti. In realtà ad eleggerlo, nel caso nessun candidato raggiungesse la soglia di 270 grandi elettori, è sì la Camera dei rappresentanti, ma nella sua composizione dei delegati statali, dove i repubblicani avrebbero la maggioranza. 

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma 

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Consigli letterari:

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma, “DEMOCRAZIA IN QUARANTENA. Come un virus ha travolto il Paese“, Historica edizioni, aprile 2020.

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