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Il Capitalismo in una formula: gli errori di Piketty

Il Capitalismo in una formula: gli errori di Piketty

Thomas Piketty l’autore francese del best seller, Il Capitale nel 21°secolo, è stato recentemente ospite di università e talk show italiani incassando ammirazione e applausi, sempre tributati a chi inneggia all’egualitarismo e auspica, per realizzarlo, tasse punitive per i ricchi. Eppure gli errori disseminati nelle oltre 700 pagine del suo libro sono tali e tanti da screditare un dilettante in economia. Arduo riassumerli nello spazio di un articolo dove ci limiteremo a rilevare i più clamorosi. Quello di Piketty, è un’ambiziosa analisi sull’evoluzione del capitale e sulla distribuzione del reddito in Europa e Nord America a partire dal 18° secolo. L’autore, ispirandosi a Ricardo e Marx, non espone però una sua teoria ma sviluppa un’analisi empirica diretta a dimostrare che la legge del capitalismo è riconducibile alla fondamentale disuguaglianza: r>g dove r è il ritorno sul capitale investito (profitti, rendite, interessi ecc.) e g la ricchezza prodotta. La tesi del libro si può così riassumere: se il tasso r è maggiore del tasso di sviluppo g (cioè della crescita del PIL) maggiore é la disuguaglianza sociale. Piketty scrive:«Il rendimento del capitale persistentemente più alto del tasso di sviluppo costituisce la potente forza della diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza» (pag.361) [1]. Ad esempio, se g=1 e r=5, è sufficiente che il ricco reinvesta solo 1\5 del suo reddito da capitale perché quest’ultimo cresca più velocemente del reddito nazionale. Da qui la sua proposta per impedire l’accumulazione del capitale a spese delle masse: una tassa progressiva dell’80% sui redditi superiori a 500mila dollari, più una tassa del 10% sui patrimoni.

Primo errore. Piketty definisce capitale ogni mezzo diverso dal lavoro che genera reddito, cioè terra, capitale industriale, attività patrimoniali e finanziarie e chiama r il rendimento derivante da questo amalgama. E qui sta il primo, enorme errore: mischiare il rendimento industriale con quello finanziario. Per chiarirlo basta riferirsi all’attualità. Dal 2009 al secondo trimestre del 2014 le principali società quotate che appartengono al paniere azionario S&P, hanno impiegato 1.9 milioni di dollari di liquidità per riacquistarsi le azioni. Tale operazione, riducendo il numero delle azioni in circolazione ne ha ovviamente aumentato il valore arricchendo non solo gli azionisti ma anche il management che ha incassato laute stock option e bonus legati appunto all’incremento dei valori. Ma questi incrementi sono fittizi perché la liquidità non è andata a finanziare nuovi investimenti ma, appunto l’operazione di riacquisto. E chi ha fornito la liquidità a costo quasi zero per ricomprarsi le azioni per farne salire il prezzo? La banca centrale of course. Ecco, in primo luogo, la causa della redistribuzione della ricchezza e della sua polarizzazione attorno al famoso 1%, nonché della divergenza fra valori finanziari e industriali. La relazione fondamentale r>g, qui proprio non funziona. Piketty dovrà allora spiegare agli studenti dell’Ecole d’économie di Parigi dove insegna, con che reddito si pagheranno le pensioni del 21°secolo visto che tassi di interesse a zero, gonfiando i valori azionari e obbligazionari, ne annullano il rendimento. Naturalmente l’Autore tace per tutto il libro sulla relazione simbiotica tra potere bancario, finanziario e politico che determina la spirale dell’ineguaglianza e condanna il capitalismo, non accorgendosi che questa forma economica è stata da tempo sostituita da regimi dirigisti che tassano e frodano le classi medie. Il capitalismo sorto verso la fine del 18° secolo creò le cassi medie, non le distrusse.

Secondo errore. Piketty afferma: «se le fortune degli individui ricchi crescessero più rapidamente del reddito medio, il rapporto capitale/reddito crescerà senza limiti, il che nel lungo periodo porterebbe a una diminuzione del tasso di rendimento di capitale». Una vera sciocchezza, perché se la ricchezza di pochi crescesse «indefinitamente», l’indice r nel lungo termine, finirebbe matematicamente per eguagliare g, cioè il PIL, il che è assurdo.

Terzo errore. Piketty include nel concetto di capitale i patrimoni in generale, compresi gli immobili per uso proprio che «rappresentano la metà della ricchezza nazionale»…«gli immobili residenziali possono essere considerati capitale che producono rendimento in termini di servizio misurato dalla rendita equivalente» (pag. 48 Ibid). Così Piketty, identificando il capitale con la ricchezza in generale, ne inflaziona il valore e quindi anche «l’accumulazione a danno dei salari». Per evitare di scrivere tale sciocchezza bastava attenersi alla definizione datane da Ricardo di cui sfoggia familiarità. «Il capitale, scrive Ricardo, è quella parte della ricchezza di un paese che serve a scopo di produzione futura e può aumentare allo stesso modo della ricchezza» (cioè: come tutta la ricchezza in generale, anche il capitale, ossia i mezzi materiali di produzione, devono essere a loro volta prodotti). Ora beni di consumo durevole, come la casa di proprietà danno un reddito di godimento ma non creano, come il capitale, «produzione futura». Nella definizione di capitale di Piketty potrebbero rientrare anche le auto, il mobilio, gli elettrodomestici, gli abiti e, perché no, anche il cibo perché tutte queste voci producono «reddito di godimento».

Quarto errore. Piketty somma i valori finanziari che rappresentano diritti su beni reali, ai beni cui si riferiscono. Altro enorme errore. E’ come se uno affermasse che il suo patrimonio è la somma della casa più il diritto di proprietà sulla casa. Bastano questi primi quattro svarioni ad inficiare tutta la sua analisi quantitativa, qualitativa e la mole di dati statistici, economici e fiscali a supporto della sua tesi.

Quinto errore. Piketty fa due affermazioni incredibili. Scrive: «il capitale non aumenta la produzione ma la quota di reddito nazionale a favore del profitto riducendo in proporzione quella a favore del lavoro», perché (seguendo Rober Solow, il teorico della crescita esogena) «ad aumentare la produttività non è il capitale ma solo il progresso tecnologico, cosa che non era ovvia ai tempi di Marx» e prosegue: «lo sviluppo strutturale è guidato dal permanente sviluppo della produttività, non dall’accumulazione del capitale» (pag. 228). Marx si rivolterà nella tomba. Piketty considera il capitale come fattore estraneo all’economia negandone il ruolo essenziale: elevare la produttività del lavoro, i redditi reali e gli standard di vita. L’uomo per aumentare il prodotto della terra dovette inventare e produrre prima l’aratro e poi il trattore, cioè un capitale fisico/tecnico più tecnologico che gli permise di diventare migliaia di volte più produttivo del suo antenato. Il capitale rappresenta beni di consumo in formazione. La canna da pesca rappresenta i pesci futuri. La catena di montaggio robotizzata, le automobili future. Dovrebbe essere elementare che tutte le innovazioni di cui disponiamo e che hanno reso l’umanità più produttiva dipendono dall’impiego del capitale che è concettualmente inseparabile dalla tecnologia dal momento che anche questa va prodotta con capitale. E per produrre è necessario il capitale monetario che è reddito non consumato, ossia risparmio di cui Piketty nega l’utilità perché per lui sarebbe sostituibile con l’equivalente delle espansioni monetarie prodotte dal mouse del computer di una banca centrale. Piketty evidentemente vede i componenti la razza umana come polli in batteria che devono solo consumare senza far uso del capitale e quest’ultimo come la causa che impedisce il loro consumo.

Sesto errore. Con i suoi continui riferimenti a Jane Austen e Honoré de Balzac, vorrebbe dimostrare il ruolo della ricchezza ereditata nel determinare la sua disuguaglianza e crede che il mondo dei romanzi di questi scrittori abbia rappresentato il capitalismo. Ma ignora che non furono ereditieri a crearlo ma persone umili come il barbiere Richard Arkwright che costruì la macchina per la filatura del cotone o il fabbro Thomas Newcomen che inventò il motore a vapore, invenzioni finanziate dal «capitale» cioè dal risparmio altrui. Gli immensi guadagni di uomini come Ford o Bill Gates non sono stati il frutto di un’eredità di qualche parente, ma del loro lavoro e del rischio che si sono assunti impegnando, all’inizio, un patrimonio personale inferiore a quello dell’uomo medio di oggi. Il loro reddito diventato superiore di centinaia di migliaia di volte a quello dell’uomo medio, può sembrare assurdo solo se si dimentica che hanno creato milioni di posti di lavoro, aumentato la produttività del sistema economico, i consumi e rivoluzionato stili e qualità della vita. L’uomo medio, pur senza i mezzi di produzione dei magnati, ne beneficia indirettamente e continuamente nella forma di nuovi prodotti che acquista grazie al «capitale salari» pagato da chi produce. Per acquistare la benzina l’uomo medio non ha dovuto estrarre il petrolio e impiantare una raffineria, né per acquistare computer e cellulare ha dovuto produrli. Altri ci hanno pensato a farlo al posto suo. Il reddito dei ricchi ovviamente consente loro di consumare di più ma sarebbe ridicolo sostenere che debbano consumare come chi produce infinitamente meno; mentre è impossibile tassare il capitale dei ricchi senza che una parte dell’imposta ricada sui non ricchi a cui il capitale dà occupazione. Come molti altri suoi colleghi, Piketty non ha capito che, proprio perché non tutti sono imprenditori, il reddito ridistribuito non si trasformerebbe automaticamente in sviluppo, ma sarebbe speso in consumo a spese dei mezzi di produzione, riducendo pertanto la capacità del sistema economico a produrre e abbassando i redditi delle classi medie.

Pensatori come lui credono di poter riformare l’economia con un programma devastante di confisca per arrivare all’eguaglianza di tutti che può essere garantita solo nella povertà generale. Piketty, inoltre, ignora che l’economia non macina solo profitti ma anche perdite e il tasso di profitto r (quello industriale e non finanziario) deve per forza crescere più dello sviluppo medio, g, per compensare le perdite delle imprese che falliscono e la dissipazione di capitale perpetrata dai governi. Gli scritti sulla diseguaglianza economica infatti eludono sempre la questione cruciale: il gigantesco consumo dei governi che riduce il reddito disponibile per investimenti e consumi privati. Il signore medioevale confiscava ai sudditi il 25% del prodotto; oggi i signori governi più del 50% e Piketty è a favore dell’aumento della confisca.

Il libro che ha scritto lo ha reso celebre ed è lui stesso, ora, a contribuire con la ricchezza guadagnata, alla disuguaglianza r>g che denuncia come fonte di tutti i mali. In coerenza coi suoi principi dovrebbe alleviarla cedendone parte ai suoi concittadini che vivono nella banlieue parigina. Il Capitale nel 21°secolo è stato definito una «inconfutabile fotografia del capitalismo contemporaneo». Secondo noi invece è un enorme guazzabuglio che purtroppo testimonia il livello triviale in cui è scaduto il dibattito economico contemporaneo.

[1] Capital in the Twenty-First Century, Kindle ed. ( Harvard University Press, 2014).

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