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CANZONI DAL CARCERE (ELOGIO DI POVIA)

A Giuseppe Povia, uno degli ultimi veri intellettuali in circolazione, hanno negato un concerto in quel di Lecce con le solite motivazioni pelose e ridicole. Non è la prima e non sarà neppure l’ultima volta perché Povia dà un fastidio bestia a quella brutta bestia che, sommariamente, potremmo classificare come Pensiero Monoculturale. E uso l’aggettivo ‘monoculturale’ in un duplice senso, uno ‘alto’ e l’altro ‘basso’: da un lato, per intendere la cultura unica (‘mono’ dal greco mónos cioè ‘solo’, ‘unico’) in cui vorrebbero irreggimentarci e, dall’altro, per significare – attingendo all’insuperabile  capacità di sintesi  del vernacolo veneto – un approccio alla complessità da ‘mona’ (il tipo umano che Povia chiama ‘bimbominchia’). Col termine ‘mona’ si designa, dalle nostre parti, un “individuo stupido o che si atteggia  a tale: fesso, minchione”. Ecco, Povia è la spina nel fianco del Pensiero Monoculturale rettamente inteso come sopra perché ha una serie di caratteristiche, in parte innate e in parte acquisite con l’applicazione, riassumibili come segue: scrive (oltre a cantare) bene, pensa con la propria testa, ragiona fuori dagli schemi, rifiuta i cliché imposti dall’esterno, studia un sacco. È ovvio che, uno così, il Pensiero Unico non lo sopporta proprio. È altrettanto ovvio che, uno così, a un ‘mona’ – per dirlo alla veneta – gli fa venire la bile verde. Povia dice – e canta – cose innominabili, impronunciabili, indicibili. Quindi, gli sabotano i concerti, lo insultano sul web e – se possono e quando possono – molto più banalmente e prosaicamente lo censurano. Proprio come facevano le dittature serie, quelle che non avevano bisogno di nascondersi dietro paraventi di cartongesso per far credere di essere delle democrazie. La presenza di uno come Povia, nel quadro della canzone d’autore attuale, è interessante anche per come il nostro spicca rispetto a tre categorie di cantanti (a cui sono riconducibili gran parte delle ugole tricolori dell’ultimo quarantennio): quelli impegnati degli anni settanta, quelli disimpegnati di sempre e i rapper di oggi. I primi sono i famosi cantautori dell’epoca d’oro dei cantautori: tutta gente che si definiva ‘alternativa’ quando il cosiddetto pensiero ‘alternativo’ era culturalmente dominante (prepotente) e che sono poi tornati a cuccia quando (oggi) a voler esprimere un pensiero realmente  ‘alternativo’  (coma fa solo Povia) rischi il linciaggio. Rispetto alla seconda categoria (i disimpegnati di sempre) Povia spicca perché non si limita a parlare di amori felici-delusi-traditi, ma soprattutto di amore civico per la propria patria vilipesa. Quanto alle terza, Giuseppe semplicemente giganteggia: i rapper sono ragazzotti che (scimmiottando un’insopportabile e cantilenante ritmica di origine americana) fingono di opporsi al Sistema senza manco sapere cosa sia un Sistema (a parte quello di fare la grana). Ergo, non ci resta che Povia il quale sta facendo un’operazione, in qualche modo, gramsciana. Scrive canzoni ‘dal carcere’ in cui ci hanno rinchiusi. Per questo l’ho definito uno degli ultimi veri intellettuali. Supplisce alla carenza di intelletto di tutti i falsi intellettuali da cui siamo circondati.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com


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