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BREXIT: GLI ERRORI PREVISIONALI DEGLI ANALISTI (di Stefano Fait)

Molti si ricorderanno i titoli degli ultimi anni:

“Brexit, un mese dal referendum: scema la grande paura” (maggio 2016); “Confindustria: “Italia ripiomba in recessione con il no al referendum di ottobre” (giugno 2016); “Hillary in testa in tutti i sondaggi” (agosto 2016); “La Lega perde 6 punti, i 5 stelle in recupero” (maggio 2019).

 

Quel che forse è sfuggito è invece il sottile rammarico di molti analisti nel constatare che le loro più funeste previsioni non si sono materializzate.

Una citazione per tutte: “senza un’acuta sofferenza economica chiaramente attribuibile alla Brexit, i politici britannici troveranno impossibile sfidare la richiesta degli elettori di “riprendere il controllo”, qualunque sia il danno cronico all’economia”.

È il pensiero di John Springford (Center for European Reform, settembre 2016), esplicitato quando diventava chiaro che non ci sarebbe stata la prevista /auspicata recessione.

Fu ripresa tra gli altri dal Nobel Paul Krugman, che commentava in un tweet: “Temevo anch’io che il caso di recessione della Brexit fosse debole. Ora l’assenza di recessione produce dei costi politici”.

 

La politicizzazione delle analisi predittive sta raggiungendo picchi davvero preoccupanti.

 

C’è l’allarme mediatico su una recessione che dovrebbe travolgere gli USA, sebbene quasi tutti gli indicatori economici siano invidiabili: solida fiducia dei consumatori; disoccupazione ai minimi degli ultimi 50 anni; PIL, produttività, salari e vendite al dettaglio in crescita; mercati azionari ai massimi storici.

La replica dell’esperto consultato dalla CNN? “Una recessione non riguarda ciò che dicono i numeri, riguarda il modo in cui le persone percepiscono ciò che sta per accadere”.

 

Ci sono i nuovi scenari apocalittici sullo stato di salute dell’economia e società britannica, che pure registra un’occupazione al livello più alto dal 1971 e un deficit sceso ai minimi da 17 anni, solo il 26% dell’opinione pubblica si aspetta che il leader dell’opposizione (Corbyn) sappia fare la cosa giusta per il Paese (2019 Edelman Trust Barometer).

Nei tre anni successivi al referendum, la Gran Bretagna ha attratto più investimenti stranieri di qualsiasi altro paese al mondo dopo gli Stati Uniti (fonte: Deloitte), il doppio della somma di Germania e Francia e il 20% in più rispetto al 2016.

La borsa di Londra continua a crescere.

Il numero di cittadini europei che ha scelto di trasferirsi nel Regno Unito (202.000) resta nettamente superiore rispetto a quello di chi se ne è andato (145.000). Erano 3,4 milioni nel 2016 e ora sono oltre 3,7 milioni (fonte: fullfact).

I dati statistici suggeriscono che gli inglesi sono sostanzialmente meno razzisti rispetto a quasi tutti gli immigrati verso cui dovrebbero nutrire sentimenti xenofobi (fonte: YouGov-Cambridge): gli inglesi hanno un atteggiamento più positivo nei confronti dei benefici dell’immigrazione rispetto a chiunque altro in Europa. Solo il 37% degli inglesi considera l’impatto dell’immigrazione negativo, rispetto al 49% svedese.

 

Troppi analisti hanno abbandonato il campo dei dati misurabili e verificabili e siamo entrati in quello delle narrazioni a effetto, della dimensione poetica, estetica e psicologica del fare ricerca e divulgarla al pubblico.

Per catturare l’immaginazione delle persone, conquistarne il sostegno e influenzarne il comportamento, si semplifica, si celano dubbi ed esitazioni, si drammatizza: si antepongono l’efficacia all’etica, la paura alla prudenza, la manipolazione al rigore.

La proverbiale volatilità dei mercati diventa la prova assodata che l’economia è sull’orlo del precipizio.

Si potrebbe parlare di sabotaggio economico, ossia del tentativo di generare un’ondata di panico che causi, per contagio, l’esito “paventato” (profezia che si auto-avvera).

Negli Stati Uniti ci provarono già nell’autunno del 2018, senza successo. È plausibile che tra un anno ci troveremo da capo.

 

Questi errori (?) previsionali dovrebbero essere al centro del dibattito pubblico perché una democrazia non può ridursi a una tecnocrazia in cui i cittadini si piegano docilmente ai verdetti degli esperti più in voga del momento, senza esaminare le loro evidenze e la loro efficacia predittiva passata.

Questi professionisti non sono infallibili, non sono oracolari e debbono essere valutati in base alle loro prestazioni, esattamente come i loro colleghi.

 

Questo diventa anche più pressante quando si osserva che, invece di assumersi la responsabilità degli errori, fare ammenda e rivedere metodi e presupposti, troppi imputano la defaillance predittiva al “comportamento irrazionale dei consumatori e degli investitori”.

Ciò ha un corrispettivo nell’accusa di irrazionalità mossa all’elettorato.

Le implicazioni sono molto gravi, perché si mina alle fondamenta l’istituto del suffragio universale: gli esperti non sbagliano mai e, qualora malauguratamente accada, è perché le masse non si lasciano guidare da chi ne sa più di loro (e, a far bene, dovrebbe quindi decidere al posto loro).

 


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