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BORGHI, CARFAGNA E… LA LEGGE DI VERDOORN

Se Savona o Guarino dicessero a Claudio Borghi che “Deve studiare” siamo sicuri che il buon Claudio inizierebbe a preoccuparsi e penserebbe di aver detto una topica. Siamo per altro certi che i due insigni accademici, avvezzi a ben altri toni, mai inizierebbero a freddo una polemica con il tono, ed i modi, dell’onorevole di Forza Italia (ancora per poco, a quanto pare).

La polemica parte dall’affermazione della Carfagna a cui Borghi risponde come segue:

A Borghi viene sempre richiesto una sorta di “Auto da fé” di ispanica memoria per cui dovrebbe rinnegare le proprie idee, confermate da qualche dato, e che mai si è sognato di imporre a chicchessia, perché non fa fine, va contro il mainstream e contro le idee della Carfagna, ma non solo, per cui il problema della crisi italiana sarebbe tutto da ascrivere alla “Produttività”, per cui tutto si risolverebbe con un aumento della stessa. Insomma basterebbe uno “Sforzo interiore” e saremmo tutti più produttivi, più belli, fortemente euristi e fuori dalla crisi. Se questo non ti va bene ti attacchi al tram e “Devi studiare”.

Una prima critica  a questo modo di vedere la presenta @Rubino004 in una sua ottima vignetta:

Essere più produttivi non serve a molto, quando manca la domanda interna, e questo è riferibile sia a chi offre, che non troverà mercato interno, sia a chi acquista, che comunque non avrà il reddito sufficiente per sostenere l’offerta. La soluzione “Offertista” propugnata dalla Carfagna rischia di avere vita breve e, soprattutto, poca ricaduta sul mercato interno e sul benessere dei cittadini. Certo, potremmo sempre puntare sull’export, e su questo torneremo più tardi, ma questa è una strategia che può funzionare solo per un tempo limitato e per un numero di paesi definito: infatti si tratta di una soluzione che crea squilibri di bilancia delle partite correnti difficili da tollerare nel medio periodo, e se qualcuno esporta deve esserci qualcun altro che importa. Una politica export led seguita da tutto il mondo necessiterebbe l’apertura di nuovi mercati, tipo Marte o Vega, sempre che i vegani vogliano importare da noi.

Se poi volessimo passare ad analizzare il problema della produttivitá correlato all’euro, vediamo che questa è calata, in comparazione con la Germania, nel momento in cui abbiamo fissato il cambio preparandosi all’entrata nell’euro:

Se vogliamo una spiegazione a questo fenomeno possiamo o rivolgerci a interpretazioni etnologico/razziali (ah, noi italiani non siamo bravi-onesti-efficienti come i tedeschi etc etc) oppure dare un’occhiata alla legge di Verdoorn. Questa empirica legge, afferma che

p=a+bQ     dove

p è la produttività

a è la crescita della stessa per fattori di carattere esogeno, come l’avanzamento tecnologico

Q è l’incremento nella produzione

b è un coefficiente specifico

Quindi esiste una correlazione lineare fra la produttività e la produzione industriale. La spiegazione a questo fenomeno è collegata da un lato ai fenomeni di economia di scala di vario livello, dall’altro allo spostamento dei capitali verso i settori con maggiore produttività. Nello stesso tempo la presenza della variabile Q, cioè dell’output produttivo, ci riporta alla correlazione fra produttività e domanda, sia interna, sia esterna.

Con l’entrata nell’euro abbiamo avuto due fenomeni:

– da un lato le politiche di bilancio restrittive hanno impedito l’incremento della domanda interna;

– dall’altro utilizzare una moneta sopravvalutata per il nostro sistema economico, l’aver preso la stessa moneta della Germania, ci ha fortemente penalizzato sui mercati internazionali portando ad un forte calo dell’export, soprattutto nei primi anni post 2000.

Questi due fattori hanno portato ad un forte calo di Q, della crescita della produzione, e quindi della produttività. Per invertirlo le vie sono due:

– un aumento nella domanda interna, ma cozziamo contro i vincoli di bilancio UE;

– un aumento dell’export, che verrebbe ad avvantaggiarsi da una moneta più debole dell’euro, cioè di questo marco ibrido, e più adatta all’economia italiana.

Peccato che entrambe le soluzioni siano tabù nella discussione politica italiana, e sia perfino proibito discuterne a livello filosofico. Non ci resta che attendere che gli sforzi della signora Carfagna ci rendano tutti più efficienti, più alti, più belli e più biondi.

Terminiamo con il sempiterno motto milanese: “Uflé, fa el tò misté“, ovviamente Absit iniuria verbis. 


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