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Bitcoin, tra anarchia e credulità. Di Giovanni Saladino*

bitcoin

Tutti siamo naturalmente sicuri di sapere cosa sia una moneta, il concetto di denaro è così intrinsecamente parte della nostra vita quotidiana che siamo certi di padroneggiarlo completamente.

Né, assuefatti all’uso e quietati dallo straordinario successo dello strumento, siamo oramai più colti da ancestrali paure collegate al denaro fin dalla notte dei tempi, peraltro assolutamente ragionevoli, ovvero i timori sulla sua dubbia affidabilità.

Eppure dei soldi bisogna fidarsi, è fin troppo intuitivo che se non possiamo attenderci che chiunque altro con cui interagiamo li valuti esattamente quanto li valutiamo noi tutto il meccanismo si affloscia miseramente.

Quando nel secondo millennio a.C. in Mesopotamia avvennero i primi tentativi di superare i limiti del baratto, inefficace strumento al servizio del commercio, e vennero gradualmente introdotte le prime monete il problema di garantirne in qual modo il valore venne risolto con una elegante soluzione, ancorarlo ad un bene reale.

Originariamente si trattava di grano nei depositi reali, ma come sappiamo il concetto è sopravvissuto nei secoli attraverso l’utilizzo di svariati metalli, preziosi e non, fino alla sua versione più sofisticata, la conversione in oro, presumibilmente certa, su richiesta del detentore del titolo.

Ma gli Stati moderni sono talmente forti e credibili da riuscire ad imporre il passaggio dalla “commodity currency” a quella cosiddetta fiat, pura convenzione controllata dalle banche centrali e garantita solo dal potere centrale.

Il sistema funziona, tutti lo rispettiamo religiosamente senza eccezione alcuna fino agli elementi più criminali della nostra società. Il rapinatore di banche desidera solo il denaro dell’istituzione, mai la distruzione del sistema. Come potrebbe spendere il bottino altrimenti?

Ma la componente anarchica dello spirito umano è insopprimibile. Ineluttabilmente il pensiero che delegare integralmente al potere centrale una funzione così vitale sia per il singolo pericoloso ed ingiusto riaffiora nella società ad intervalli più o meno regolari.

Non ché chi ci governa non dia frequentemente adito a tali pensieri, il numero di scelte sbagliate è storicamente talmente ampio che la critica è fin troppo facile. A maggior ragione in tempi come quelli correnti ove il potere delle banche centrali, per non parlare delle banche in generale, sembra divenuto enorme e prevaricante.

Ecco perché chi è capace di proporre un mezzo di scambio alternativo all’imperante denaro dello Stato, che sia quanto meno apparentemente credibile, incontra sempre delle orecchie interessate.

Se poi tale strumento raccoglie anche un qualche successo, che per ironia della sorte è sempre collegato alla sua possibile conversione con il denaro vero a valori crescenti, allora per alcuni la tentazione diventa irresistibile. L’avidità umana alle giuste condizioni può sopravanzare ogni ragionevolezza.

Non per niente le parole di Gordon Gecco in Wall Street “greed is good” sono entrate prepotentemente nell’immaginario collettivo mondiale.

Ed eccoci al soggetto delle nostre riflessioni, la cripto moneta chiamata Bitcoin.

Frutto di un semi leggendario programmatore giapponese i Bitcoin non sono altro che algoritmi che risolvono dei problemi matematici fornendo delle risposte in codice concatenate l’una con l’altra.

Questi codici rappresentano poi la moneta, e grazie alla sofisticata impostazione del sistema sono difficilmente falsificabili e chiaramente identificabili. Quindi, per farla breve, di difficile contraffazione.

Sono poi liberamente scambiabili attraverso una sofisticata piattaforma informatica chiamata block chain che ne permette, con un notevole grado di sicurezza, la conservazione e la circolazione. Peraltro questo software è la parte migliore di tutto il progetto ed, indipendentemente dalla valuta Bitcoin, viene attualmente considerato come interessante potenzialità per migliorare i sistemi di circolazione elettronica delle valute delle banche convenzionali, al momento ancorati a programmi piuttosto datati.

Essendo puramente frutto del lavoro dei computer, infatti in gergo si dice che vengono minati da appositi server, i bitcoin non appartengono a nessun potere centrale e sono solo prodotto dello sforzo di singoli soggetti, sia privati che società.

Nati inizialmente come mezzo di scambio in un mondo virtuale per beni puramente virtuali proprio grazie al fascino della loro indipendenza, dell’anarchia se si vuole, della loro produzione sono debordati nell’economia reale, seppure marginalmente, e sono divenuti convertibili in denaro.

Da qui la mitologia si è diffusa ed il successo dell’intera iniziativa si è autoalimentato, accarezzando la suddetta corda dell’avidità e guadagnando in imprevista credibilità.

Improvvisamente scambiarsi tempo di calcolo di computer, bada bene già utilizzato per risolvere problemi di nessuna utilità pratica e pertanto a sua volta di nessun valore, non è sembrato meno ragionevole che detenere moneta sonante di conio statale priva, a sua volta, di qualsivoglia garanzia reale tranne quella della legge.

Né la risposta delle autorità al fenomeno è stata univoca, particolarmente negli Stati Uniti vera patria di tutto il fenomeno. Innanzitutto non esistono leggi che specificatamente vietino la creazione di una cripto valuta nei limiti in cui non si evidenzino profili criminali. Solo questi ultimi sono ovviamente perseguibili, ma per il resto come evitare quello che legalmente altro non è che, ironia delle ironie per una aspirante valuta, un baratto di un bene per altri beni interamente secondo la volontà dei soggetti che partecipano allo scambio.

Tra l’altro nonostante la grande potenzialità per frodi, che puntualmente si verificano e si sono verificate come ad esempio il fallimento del più grande mercato di scambio digitale dei Bitcoin con conseguente perdita di oltre 350 milioni di dollari di controvalore, non è facile per il potere centrale erigersi a censore di simili iniziative.

Questo per la premessa fondante di tutto il movimento, la creazione di un mezzo di scambio indipendente e conseguentemente protetto dall’abuso delle oligarchie finanziarie. Il tema è affascinante e di grande presa mediatica, e per chiunque faccia parte dell’establishment prendere forti posizioni contrarie suona immediatamente ipocrita ed autoreferenziale. Cicero pro domo sua, diremmo con i classici.

Al contrario invece, sorprendentemente, alcune voci di una certa autorevolezza si sono levate a difesa del movimento proprio perché figlie di posizioni già critiche all’attuale conduzione degli affari finanziari mondiali da parte delle banche centrali e dei governi più in generale. Naturalmente le opposizioni in politica sono anche esse soggette al fascino della critica strumentale, almeno sin quando non vanno esse stessa al potere.

Comunque alcuni paesi, tra i quali Russia e Bangladesh, hanno vietato l’utilizzo in qualsiasi transazione della cripto valuta.

Il fenomeno ha conosciuto fasi alterne e grande volatilità dei prezzi ma, complessivamente, ha comunque incontrato un successo difficilmente pronosticabile e raggiunto notorietà mondiale. Dato che è perfettamente noto il numero dei bitcoin prodotti nel tempo, ricordiamo depositati in casseforti virtuali attraverso il summenzionato sistema block chain, utilizzando il massimo prezzo mai battuto per unità, nell’intorno dei $ 1200, otteniamo una capitalizzazione potenziale, raggiunta seppure per poco, che ha superato i 10 miliardi di dollari.

Ai prezzi attuali di circa $ 300, e 14 milioni e mezzo di pezzi prodotti ed in circolazione, parliamo ancora di una notevole quantità di denaro virtuale.

Naturalmente, nel più puro spirito capitalistico dei nostri tempi, più di una istituzione finanziaria o di una grande azienda è stata tentata di effettivamente interagire col mondo Bitcoin. Ovunque c’è valore il nostro sistema economico cerca di intrufolarsi per racimolare ricchezza.

Questo particolare fenomeno però è stato effimero per quanto riguarda le grandi aziende, in costante calo nella loro offerta di prodotti acquistabili attraverso la cripto valuta dopo un iniziale entusiasmo, e sostanzialmente nullo per quanto riguarda le istituzioni finanziarie e le banche che non possono far coesistere i propri sistemi di controllo ed i notevoli vincoli legali cui sono sottoposte con l’anarchia Bitcoin.

L’impatto di Bitcoin nell’economia reale è complessivamente del tutto trascurabile, ma ciò non toglie che siamo riusciti anche a vedere l’apertura di bancomat fisici dedicati.

Uno degli elementi più affascinanti e paradossali di questa cripto valuta è che lasciando stare il sospetto utilizzo da parte dei più evoluti signori della droga utenti del cosiddetto deep web, il lato oscuro di Internet utilizzato per scambi illegali, che ne sfruttano la non tracciabilità ed implicitamente ne certificano l’utilità, uno dei grandi cavalli di battaglia di Bitcoin è la sua millantata capacità di riserva di valore.

Non vi è dubbio alcuno che le recenti politiche di espansione monetaria senza precedenti nelle loro varie e complesse forme abbiano innalzato oltre misura il rischio di erosione del potere di acquisto di tutte le principali valute, dollaro in primis. Peraltro, in realtà, conviviamo con questo processo da ormai alcuni decenni seppure in misura meno chiaramente percepita.

Certo però che tramontato perfino l’oro nell’immaginario collettivo quale baluardo antinflazionistico pensare che ci possa salvare una cripto valuta priva di qualsiasi utilizzo pratico è un triste segno dei tempi.

Tutto ciò non toglie che la grande maggioranza della voci della ragione che hanno commentato questo curioso fenomeno non ha potuto fare a meno di evidenziarne le caratteristiche di bolla speculativa ed assoluta infondatezza.

Quando nell’aprile 2013, l’economista americano John Quiggin ha dichiarato, “Bitcoin raggiungeranno il loro vero valore pari a zero prima o poi, ma è impossibile dire quando” ha probabilmente sintetizzato il pensiero prevalente. Come dargli torto.

*Attualmente Giovanni Saladino è Chairman e responsabile dello sviluppo degli affari di Pegaso Capital Partners SA. Ha conseguito la laurea in Economia e Finanze Aziendali presso all’Università L. Bocconi, Milano.

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