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“Autonomia differenziata: considerazioni a margine. P. 2° ” di R. SALOMONE MEGNA

 

 

 

Continua dalla parte prima

E’ di sesquipedale evidenza che la regione a cui vengono attribuite particolari forme di autonomia su tali e tante delle materie di cui sopra non è più a statuto ordinario ma diventa una regione autonoma, la quale deve essere istituita con legge costituzionale e quindi con le modalità previste dall’art. 138 della Carta Costituzionale.

E’ il caso di ricordare che l’immancabile Governo di centro sinistra, quello di Gentiloni, nel 2017 avviava su questi temi un’indagine conoscitiva in seno alla Commissione bicamerale per le questioni regionali, che si è conclusa con la stesura di un documento.

Il frutto di cotanto senno è stato il seguente: “come il percorso autonomistico delineato dall’articolo 116, terzo comma, miri ad arricchire i contenuti e completare l’autonomia ordinaria, nell’ambito del disegno delineato dal Titolo V della parte II della Costituzione e come l’attivazione di forme e condizioni particolari di autonomia presenti significative opportunità per il sistema istituzionale nel suo complesso, oltre che per la singola Regione interessata.

La valorizzazione delle identità, delle vocazioni e delle potenzialità regionali determinano infatti l’inserimento di elementi di dinamismo nell’intero sistema regionale e, in prospettiva, la possibilità di favorire una competizione virtuosa tra i territori. ( sic n.d.r.)

L’attuazione dell’articolo 116, terzo comma non deve peraltro essere intesa in alcun modo come lesiva dell’unitarietà della Repubblica e del principio solidaristico che la contraddistingue. Uno dei punti più delicati del dibattito riguarda il tema delle risorse finanziarie che devono accompagnare il processo di rafforzamento dell’autonomia regionale. Al riguardo, nell’ambito dell’indagine conoscitiva è emersa come centrale l’esigenza del rispetto del principio, elaborato dalla giurisprudenza costituzionale, della necessaria correlazione tra funzioni e risorse. ( della serie prendi il malloppo e scappa n.d.r.)”

Tali conclusioni devono destare grandi ambasce, poiché non credo proprio che ci attendono sorti magnifiche e progressive.

Le regioni devono entrare in competizione tra di loro!

Il sistema ordocapitalistico ci conduce a questo: darwinismo sociale, darwinismo regionale, darwinismo tra stati.

Siamo al bellum omnium contra omnes!

Ma questo è il bello del capitalismo ragazzi, non ci sono pasti gratis!!!

Sarà poi vero che il sistema Italia diverrà più competitivo?

A tal uopo cominciamo la nostra contestualizzazione storica e geopolitica.

Da subito evidenziamo come storicamente le modifiche della nostra Carta Costituzionale siano state pensate e suggerite dalla lobby filoeuropeista, per piegare la sua sostanziale inconciliabilità con i trattati europei, o per disattuare alcune parti di essa, così come magistralmente dimostrato in diverse pubblicazioni ed articoli da Luciano Barra Caracciolo e sostenuto da tanti altri costituzionalisti di rilievo.

Purtroppo, l’Unione Europea come la conosciamo e viviamo è la realizzazione fallimentare di quel progetto distopico che viene chiamato ordoliberismo e che si basa su tre capisaldi:

a) logica di mercato e centralità dell’impresa;

b) competitività del sistema ( mercantilismo);

c) stabilità dei prezzi perseguita dalla BCE anche con la deflazione salariale.

L’Unione Europea è quindi diventata “la gabbia dei popoli”, che sta destando tante proteste popolari, tra le quali ultima ma non ultima quella dei gilè gialli in Francia.

Infatti, il controllo della politica monetaria e di tutto quello che da essa consegue è nei fatti affidato ad un gruppo di burocrati non eletti da alcuno, l’eurocrazia, che risponde solamente alle lobbies economiche che li hanno nominati.

L’Unione Europea non ha alcuna Costituzione che possa recepire quello che si chiama “patto sociale”, se non una vaga ed incerta enunciazione dei diritti dei cittadini europei nel T.U.E. diritti che però sono subordinati nel T.U.E.F. alla realizzazione dei tre capisaldi di cui sopra.

Ma quali sono stati gli effetti dell’ordoliberismo sulle genti europee?

Presto detto: il trasferimento di ricchezze dagli stati del sud a quelli del nord e, nell’ambito dei singoli stati, dai ceti abbienti e meno abbienti a quelli ricchi e ricchissimi.

Mentre prima avevamo la classe media, la classe lavoratrice e la classe imprenditoriale, oggi invece parliamo solamente degli sconfitti della globalizzazione e di quei pochi, se non pochissimi, che hanno tratto enormi vantaggi dalla stessa globalizzazione.

Ormai l’1% della popolazione mondiale possiede quanto possiedono tre miliardi e mezzo della parte restante.

Siamo arrivati ad un livello di concentrazione di ricchezza che non si registrava neanche ai tempi degli imperatori romani (vedere la progressione dell’indice di Gini in Italia nell’ultimo ventennio).

Per giustificare qualcosa che è eticamente ingiustificabile, gli intellettuali mainstream sono giunti a teorizzare il principio della tracimazione, che così afferma: è vero che i ricchi diventano sempre più ricchi e sono sempre di meno, ma qualche briciola del lauto banchetto delle élites va a finire anche alle classi sottostanti, per cui alla fin fine tutti stanno più bene e vissero felici e contenti.

Assolutamente aberrante ed odioso!

I tanto vagheggiati Stati Uniti d’Europa sono finalizzati a dare definitivo compimento a questo progetto di ingegneria sociale ed economico, che nasce evidentemente da oltre oceano, partorito dal capitalismo ultrafinanziario americano.

Continua parte terza.

Raffaele SALOMONE MEGNA


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