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Auto Elettriche: pasticcio UE. Prezzi minimi incomprensibili
Dazi Auto Elettriche: la UE sceglie il “prezzo minimo”, ma non ha bene idea di come seguire i prezzi e chiede alle aziende cinesi di limitare il numero di auto esportate. Un pasticcio

Sembrava la guerra commerciale del secolo, quella combattuta a colpi di carte bollate e percentuali punitive tra Bruxelles e Pechino, ma rischia di finire nel modo più classico per l’Unione Europea: un compromesso burocratico che salva la faccia politica, ma espone il fianco industriale. Dopo mesi di tensioni, dazi provvisori e rappresaglie cinesi su brandy e carne suina, la Commissione Europea ha pubblicato lunedì le linee guida per una “soluzione amichevole”: sostituire i dazi compensativi con un “price undertaking”, ovvero un impegno sui prezzi minimi all’importazione.
A prima vista potrebbe sembrare una vittoria del libero scambio o un “atterraggio morbido”, come lo definiscono ottimisticamente fonti cinesi. In realtà, analizzando i dettagli tecnici ed economici, si profila uno scenario ben diverso: una mossa che potrebbe spingere i produttori cinesi ad abbandonare le “city car” a basso margine per aggredire ferocemente il segmento medio-alto, quello dove l’industria tedesca e italiana (o quel che ne resta) facevano ancora utili.
La cronaca: Bruxelles crea un pasticcio burocratico
Il cuore della proposta è il MIP (Minimum Import Price). Non si tratta di un numero fisso, ma di una variabile complessa che deve essere calcolata per ogni singolo modello e configurazione.
Secondo i documenti analizzati, ci sono due strade per stabilire questo prezzo “sicuro”:
La via dell’Esportatore (CIF): Si prende il prezzo CIF (costo, assicurazione e nolo) cinese e lo si “gonfia” artificialmente aggiungendo il margine del dazio compensativo.
La via del Produttore UE: Si prende il prezzo di un’auto elettrica equivalente prodotta in Europa (ovviamente non sussidiata), si aggiungono i costi di vendita e un “ragionevole” margine di profitto.
In pratica, la Commissione vuole assicurarsi che l’auto cinese costi quanto quella europea, eliminando alla radice il vantaggio competitivo del “Made in China”. È la negazione del libero mercato tramite la simulazione del mercato stesso.
La Trappola della Complessità e la “Compensazione Incrociata”
Qui scatta il genio burocratico. La Commissione avverte: se la vostra struttura di vendita è complessa, probabilmente bocceremo la vostra offerta.
Il documento introduce il terrore della “Compensazione Incrociata”. Di cosa si tratta? È il timore che un produttore cinese, costretto a vendere l’auto elettrica a un prezzo alto (MIP), decida di vendere allo stesso cliente una vettura ibrida o un altro prodotto a prezzo stracciato per compensare. Per evitare questo, Bruxelles preferisce:
Pochi modelli in vendita (la varietà è nemica del controllo).
Canali di vendita semplici (meglio vendere direttamente che tramite filiali complesse).
Tracciabilità totale.
In sostanza, per essere “liberi” dai dazi, le aziende cinesi devono rinunciare alla flessibilità commerciale e adottare un modello di business che piaccia ai funzionari di Bruxelles.
L’Investimento obbligatorio per aggirare i dazi?
C’è però una scappatoia interessante, che strizza l’occhio alla politica industriale. Per rendere la pillola più dolce, gli esportatori possono promettere investimenti industriali futuri all’interno dell’UE.
Vuoi vendere le tue auto senza dazi mostruosi? Prometti di aprire una fabbrica in Ungheria o in Polonia, fornisci un cronoprogramma di spesa e delle “pietre miliari” verificabili. Se non lo fai, i dazi tornano retroattivamente. È un approccio pragmatico, quasi mercantilista: ti lascio entrare nel mercato solo se porti i macchinari e il lavoro qui.
Conclusione: un mostro burocratico
L’offerta di impegno sui prezzi è presentata come un’apertura liberale, ma nei fatti è uno strumento di controllo pervasivo. Immaginate la Commissione Europea che deve monitorare i prezzi di vendita, i costi di assistenza e le transazioni di ogni singolo concessionario per decine di modelli cinesi. È un sistema che richiede una trasparenza contabile assoluta e una semplicità organizzativa che poche multinazionali possiedono.
Alla fine l’Unione Sovietica non è riuscita a determinare i prezzi corretti dei prodotti in modo teorico. Dove ha fallito l’URSS vuole riuscire la UE. Buona fortuna, ma questa proposta la dice lunga su come viene considerato il mercato a Bruxelles. Poi non lamentiamoci se l’economia europea non funziona.
Domande e Risposte
Quali criteri definiscono se un’offerta di prezzo è accettabile per la UE? L’accettabilità si basa su quattro pilastri: l’offerta deve eliminare completamente l’effetto dannoso dei sussidi cinesi; deve essere praticabile e monitorabile senza sforzi amministrativi eccessivi; deve escludere il rischio di compensazione incrociata (sconti occulti su altri prodotti); e deve essere in linea con la politica generale dell’Unione. Se manca uno di questi requisiti, l’offerta viene respinta.
Perché avere molti modelli o canali di vendita complessi è un problema? La complessità rende quasi impossibile il monitoraggio. Se un produttore ha molti modelli, filiali intermedie o vende anche ibridi, diventa facile “nascondere” sconti o manipolare i prezzi netti finali. La Commissione Europea richiede strutture semplici perché non ha le risorse per analizzare migliaia di transazioni complesse per verificare che il prezzo minimo sia stato rispettato al centesimo.
Come possono gli esportatori cinesi convincere la Commissione ad accettare l’offerta? Oltre a fissare un prezzo minimo corretto, possono impegnarsi sui volumi (limitando le importazioni annue) e, soprattutto, promettere investimenti industriali diretti nell’UE (fabbriche). Inoltre, devono garantire una trasparenza contabile totale e semplificare la catena di distribuzione, permettendo audit esterni e fornendo dati chiari su ogni veicolo venduto.








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