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Alluminio, l’Europa si è deindustrializzata: deficit al 93% e il paradosso della transizione verde
Il mercato dell’alluminio vale 115 miliardi, ma l’Europa è ferma al 93% di deficit. Costi energetici e dipendenza dalla Cina minacciano l’industria aerospaziale e della difesa.

Il mercato globale delle leghe di alluminio ad alta resistenza è in piena espansione. Secondo le ultime proiezioni, passerà dai 66,01 miliardi di dollari del 2025 a 115,29 miliardi entro il 2030. Un tasso di crescita annuo (CAGR) dell’11,8% che sembrerebbe suggerire una traiettoria trionfale verso la transizione ecologica, ma la realtà a monte della catena di approvvigionamento racconta una storia molto diversa, fatta di scarsità strutturale e deindustrializzazione, specialmente nel Vecchio Continente.
A partire da gennaio 2026, l’industria metallurgica europea si trova infatti stretta in una morsa: da un lato le fonderie chiuse a causa dei costi energetici, dall’altro il controllo cinese sui minerali critici e l’entrata in vigore del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) dell’Unione Europea.
Il crollo della produzione europea
L’Unione Europea consuma attualmente 13,5 milioni di tonnellate di alluminio all’anno per alimentare settori vitali come l’automotive, l’aerospazio e l’edilizia, ma la produzione primaria interna è collassata a sole 950.000 tonnellate.
Siamo di fronte a un deficit strutturale del 93%. Dal 2010 a oggi, la produzione di alluminio primario in Europa occidentale e centrale è calata di oltre il 25%. In termini di capacità a monte, l’Europa si è di fatto deindustrializzata.
| Settore Alluminio UE (Dati 2026) | Tonnellate Annue |
| Fabbisogno Consumi | 13.500.000 |
| Produzione Interna | 950.000 |
| Deficit (Dipendenza Estera) | 93% |
Il caso della fonderia Slovalco, in Slovacchia, è emblematico. L’impianto, considerato uno dei leader tecnologici e ambientali d’Europa con una produzione di 175.000 tonnellate annue, è stato chiuso dalla Norsk Hydro ASA. Il motivo? La fusione dell’alluminio richiede tra i 13 e i 15 megawattora (MWh) per tonnellata. Con gli attuali prezzi dell’energia, la produzione è diventata matematicamente insostenibile.
Il primo ministro slovacco Robert Fico sta ora spingendo per un piano di riavvio da 100 milioni di euro, ma la realtà tecnica è brutale: quando le linee di fusione si fermano, il bagno elettrolitico si indurisce come granito, rendendo il riavvio un’operazione dai costi esorbitanti. L’impianto è finito, letteralmente, eliminato dalle politiche europee e dall’ETS, la tassa green sull’energia.
La morsa cinese sulle “vitamine” industriali
La crescita delle leghe ad alta resistenza è legata alle serie 7xxx e 5xxx, fondamentali per l’aerospazio e la difesa. Tuttavia, per ottenere queste leghe servono specifici elementi, le cosiddette “vitamine”, come il magnesio e lo zinco.
Qui emergono le vulnerabilità geopolitiche:
- Magnesio: La Cina controlla circa il 95% della produzione globale. Senza il magnesio, la produzione di piastre corazzate in alluminio 5083 per veicoli militari semplicemente si ferma.
- Zinco: Agente rinforzante primario, le cui scorte al London Metal Exchange (LME) sono scese a livelli critici alla fine del 2025, coprendo meno di un giorno di fabbisogno globale.
Boom aerospaziale e margini di profitto
Nonostante il passaggio ai compositi in fibra di carbonio, l’industria aerospaziale rimane dipendente dall’alluminio. Il portafoglio ordini di Airbus e Boeing supera i 14.000 aeromobili. Airbus ha già venduto 11 anni della sua futura produzione.
Ogni ala di un aereo narrow-body richiede massicce piastre di alluminio 7150 o 7055. Questo sta creando un enorme potere di determinazione dei prezzi per i trasformatori a valle (come Constellium SE, che ha registrato un aumento del 61% della redditività per unità di metallo), mentre i produttori a monte (come Alcoa) tagliano gli investimenti, oppressi dai costi energetici. Ovviamente non si può produrre a valle senza prima produrre a monte.
Il paradosso normativo: CBAM e limiti del riciclo
Dal 1° gennaio 2026, il CBAM dell’UE ha iniziato a imporre una tassa sul carbonio sui metalli importati. Questa misura ha generato il paradosso finale della politica industriale europea: l’Europa ha chiuso le proprie fonderie a basse emissioni a causa dei costi energetici, ma ora dovrà tassare le importazioni ad alta intensità di carbonio necessarie per sostituire la produzione perduta. Il risultato sarà alluminio più caro e che comunque genera molto più CO2. Geniale, nevvero?
E il riciclo? Sebbene venga spesso citato come la panacea, le leghe ad alta resistenza incontrano un limite chimico invalicabile. I rottami contengono spesso ferro, che forma aghi fragili nel metallo rifuso, rendendo l’alluminio riciclato inadatto per i componenti aerospaziali critici.
Senza un intervento sulla capacità di conversione e sul costo dell’energia, la tanto sbandierata “autonomia strategica” europea nel settore rimarrà una precaria illusione. Non solo, anche il settore aerospaziale, uno dei pochi fiori all’occhiello europei, rischia di essere non più competitvo per l’eccessivo costo delle materie prime.








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