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Aiuti pandemia: chi paga? (di C.A. Mauceri)


Dopo le proteste seguite alla notizia di un possibile nuovo lockdown che causerebbe la chiusura di un numero enorme di aziende i governi europei stanno cercando di gettare acqua sul fuoco e di sedare gli animi. Ma la stessa Commissione Europea ha parlato di non meno di un milione di aziende che chiuderanno e non riapriranno più (solo il gruppo Zara ha chiuso ben 1.200 negozi).

Numeri impressionanti cui i governi stanno cercando di porre un freno varando misure e aiuti a pioggia per le micro e piccole imprese (che è bene ricordarlo sono oltre il 90% del totale). In Italia, il governo ha previsto due mensilità di bonus 600 Euro per gli autonomi, altre due di bonus da mille Euro (ma con molti limiti), contributi a fondo perduto di mille Euro per le persone fisiche e 2mila per le società versati dall’Agenzia delle Entrate in base al calo del fatturato e prestiti con garanzia statale. A questi aiuti si aggiungono quelli “automatici” promessi ad alcune categorie secondo il governo particolarmente compite dalle chiusure anticipate e serali. Analoghe le misure introdotte negli altri paesi europei: ai lavoratori autonomi francesi e spagnoli verranno concessi sussidi mensili fino a 1.500 Euro (ai quali si aggiunge un aiuto fino a 10mila Euro in base alla riduzione del fatturato), ai loro colleghi tedeschi un sussidio una tantum fino a 9mila Euro a fondo perduto (sempre in funzione del danno subito).

Tutte decisioni contenute in DPCM o in microfinanziarie scritte in fretta e furia. Nessuno, né i vari capi di stato né i loro ministri né l’opposizione (che, in teoria, dovrebbe essere molto attenta a questi particolari) ha spiegato ai cittadini dove i governi prenderanno questi soldi (le “risorse”).

A Marzo scorso, dopo aver finalmente capito che non era un problema che riguardava solo l’Italia e che al lockdown sarebbe seguita una crisi economica senza precedenti, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, rassicurò tutti annunciando aiuti per oltre mille miliardi (sono ancora vive nella memoria le immagini della proiezione alle sue spalle con questa cifra scritta a caratteri cubitali). Una somma poi scesa a 750 miliardi. A Giugno, nello “Strumento di ripresa e resilienza” (sembra quasi che in certi uffici si spenda di più in consulenti di marketing che in economisti), questa somma era diventata 560 miliardi di Euro, di cui 310 miliardi in sovvenzioni e 250 miliardi in prestiti. Comunque tanti soldi. Eppure, anche in questo caso, nessuno si è preso la briga di chiedere da dove dovevano arrivare.

Gli “aiuti” che dovrebbero permettere di arginare, almeno in parte (vedremo tra un attimo perché), i danni causati dalla pandemia dovrebbero provenire dal PEPP, il  Pandemic emergency purchase programme, un programma di acquisto di attività lanciato dalla BCE. “Tempi straordinari richiedono azioni straordinarie. Non ci sono limiti al nostro impegno per l’Euro”, ha scritto via Twitter la Lagarde.

Uno strumento per cercare di contenere l’impatto della pandemia sui mercati e sui bond che prevede che a fornire gli aiuti per i cittadini Europei siano ….gli stessi cittadini europei.

Il PEPP è detto anche “QE pandemico”. Per comprendere le conseguenze della decisione di ricorrere ad un PEPP di centinaia di miliardi di Euro è necessario fare un passo indietro e capire bene cos’è il QE.

Se un paese attraversa un monto di crisi, lo stato lo stato, per sostenere la spesa maggiore che comporta più debiti per finanziare opere pubbliche e interventi, può immettere nuova valuta sul mercato. Ciò dovrebbe fare da volano per far ripartire consumi, gli investimenti, la produzione e, quindi, creare nuovo lavoro e benessere. Ed è quello che fanno alcuni paesi che ancora conservano la propria indipendenza e sovranità monetaria.

Questo modo di fare, però, ha anche un aspetto negativo a lungo andare: produce un aumento del debito del paese e fa aumentare l’inflazione. Inoltre, più lo stato è indebitato, maggiore è il rischio e di conseguenza il tasso di interesse che lo stato (ovvero i contribuenti) dovrà pagare per invogliare gli investitori ad acquistare titoli pubblici. Tutto questo rischia di generare un processo a catena quasi inarrestabile.

Per evitare questo fenomeno, un governo può decidere di chiedere aiuto ad un soggetto terzo, una banca, che accetta di aiutarlo accontentandosi di interessi molto più bassi. In cambio, però, la banca ha la possibilità di utilizzare questi investimenti come base certa per fondi che contengono titoli ben più rischiosi. Ma non basta dato che sono le banche a controllare la Banca d’Italia e, indirettamente, della BCE, emettere la valuta per acquistare questi titoli è già un guadagno non indifferente.

Anche in questo caso, esistono aspetti negativi: il primo è che si tratta di uno strumento che non può durare all’infinito (se i conti pubblici non vengono sistemati velocemente, il rischio è che si finisca a trovarsi nell’assurdità che a comprare i titoli pubblici è lo stesso stato, tramite la Banca centrale che, per farlo, utilizza i soldi stampati dalla stessa banca). E poi la “dipendenza” di uno stato dalle banche.

É questo il Quantitative Easing, o “alleggerimento quantitativo” (altro eufemismo da marketing di basso livello). La BCE acquista titoli di stato (in genere obbligazioni a breve e medio termine). Ma, per farlo, emette nuova moneta (direttamente o tramite le banche nazionali). In questo modo, il prezzo dei titoli sale e il loro rendimento scende. Grazie a questo denaro (virtuale e no messo in circolazione), i governi pagano meno in interessi, ma, per contro, la moneta si svaluta (effetto importante specie per i mercati esteri e gli scambi internazionali ) e aumenta l’inflazione. Il principio su cui si basa questo strumento sarebbe che limitando la circolazione di moneta (che rimane nel circuito finanziario come moneta virtuale), gli effetti collaterali dovrebbero essere limitati. Uno strumento che partito da teorie keynesiane (sostenere i mercati mediante l’emissione di moneta) giunge a conclusioni esattamente opposte (non far circolare moneta)!

L’impatto sull’inflazione e sulla svalutazione di questo strumento potrebbe essere rilevante e difficile da controllare. É per questo motivo che, negli ultimi anni, le emissioni di QE sono state estremamente contenute: 20/30 miliardi di Euro al mese. Non di più. E ogni volta solo dopo pesanti pressioni sulla BCE (guidata da Draghi).

Ora, però, con il PEPP la BCE (guidata dalla Lagarde) dovrebbe emettere in soli sei mesi il doppio delle emissioni degli ultimi due anni. Una manovra che potrebbe avere effetti devastanti.

Ma non basta. Quando si parla di “emissione di moneta” (reale o virtuale che sia) e di “titoli di stato”, spesso si dimentica che costituisce un debito per le casse dello stato. Un debito che dovrà essere ripagato grazie alle entrate. Ma in un momento in cui la parola d’ordine è “chiudete pure le vostre attività, tanto vi daremo qualcosa con cui sopravvivere (e non lamentarvi scendendo in piazza)”, le previsioni per i prossimi anni sono assolutamente negative. La stessa Germania, ieri, ha dovuto rivedere le proprie stime portando la crescita del PIL quasi a zero. In Italia, la situazione è ben peggiore: se tutto andrà bene (e le previsioni dicono che non è così) il PIL non raggiungerà la doppia cifra…negativa!

Qualche giorno fa, durante l’audizione sulla nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Nadef) davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, Eugenio Gaiotti, capo del dipartimento di economia e statistica della Banca d’Italia (Bankitalia s.p.a.), ha detto semplicemente e semplicisticamente che una banca centrale (come la BCE), può creare moneta “dal nulla”: “come qualsiasi banca centrale la BCE acquista titoli e crea moneta, crea proprie passività per sostenere l’economia. Tutto qua”. La verità è che non è “tutto qua”. Se così fosse, nessun paese avrebbe bisogno di misure di austerità, di sacrifici e aumento del carico fiscale perché “mancano i soldi” nei bilanci di fine anno. Sacrifici e sprechi che sono una delle cause della crisi attuale e della incapacità di far fronte ad un periodo di crisi. Sacrifici che hanno portato molti cittadini a non potersi curare a causa dell’inserimento di molti farmaci in fascia B o C. Sacrifici che hanno portato i governi a tagliare migliaia di posti letto negli ospedali. Strutture che, oggi, avrebbero consentito di evitare spese improvvise (e molto maggiori) per adattare strutture precarie. E poi sprechi. Come quelli per armi e armamenti. In un momento critico come quello attuale lascia a bocca aperta leggere nel Documento Programmatico pluriennale della Difesa per il triennio  2020-2022 che il Ministero della Difesa prevede, 800 milioni di Euro per il 2020,  altri 747 per il 2021, e 700 per il 2022, per l’acquisto dei tanto criticati F-35. Quanti pazienti sarebbe possibile curare con quei miliardi di Euro? Quanti posti letto di terapia intensiva sarebbe stato possibile attivare (o non chiudere frettolosamente)? E quante aziende sarebbe stato possibile salvare rilanciando davvero l’economia del paese: nessuno dei grandi e saccenti economisti e dottori della finanza (sia Europei che nazionali) ha detto che la vera ricchezza per un paese non la si crea gettando aiuti a pioggia (pagati dagli stessi cittadini) né creando debiti insolvibili; la si crea promuovendo il lavoro e la produzione di beni. É da questo che deriva quel valore aggiunto che permette di stimolare il mercato e favorire gli acquisti (proprio il contrario di quello che è stato fatto negli ultimi mesi chiudendo i negozi). Quel valore aggiunto che permette due cose intanto di generare ricchezza per lo stato. E poi, aspetto tutt’altro che secondario, di distribuirla più equamente abbassando l’indice di Gini a livelli accettabili. Parlare di patrimoniale o di vendita di pezzi dello stato (come fatto negli ultimi anni da Monti in poi) non serve a nulla: serve solo a impoverire lo stato e privare i cittadini di parte del loro patrimonio storico e culturale (ma anche immobiliare: la differenza tra l’Italia e gli altri paesi Europei in termini di proprietari di prime case è enorme). Un patrimonio che non è illimitato e che quindi non può essere venduto per sempre.

Ma per allora forse non ci saranno più nemmeno gli italiani: le previsioni dell’Istat parlano di un calo esponenziale della popolazione e di un aumento dell’età media. Chi pagherà le centinaia di miliardi di debiti oggi sbandierati al vento come “aiuti”? Un argomento del quale nessuno sembra voler parlare.

C. Alessandro Mauceri


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