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AFFRONTIAMO I RISCHI DELL’USCITA DALL’EURO IN MANIERA COSTRUTTIVA E MIGLIORATIVA Superando la strategia della tensione: contro i burocrati della finanza speculativa e dal lato del popolo lavoratore (di Graziano Fresiello)

La favola è più o meno sempre la stessa: c’era una volta una destra cattiva ed una sinistra buona pronta a salvarci dalle grinfie del lupo cattivo. Passano gli anni, cambiano i problemi, ma la favola rimane sostanzialmente sempre la classica. Personalmente però mi è sempre piaciuto riflettere sulle cose che mi vengono raccontate, anche nel caso delle favole. Che di favola si tratti è fin troppo logico. Basti osservare come nella realtà non esista mai questa distinzione netta tra bene e male. Nella realtà, soprattutto quella odierna, complessa e liquida, ogni vittima è spesso anche un pò carnefice. E quale miglior esercizio per sgomberare il campo dai dubbi se non quello di ripercorrere un pò tutti i problemi e provare ad analizzarli nel dettaglio?

Tra le tante difficoltà attuali, quella più urgente da affrontare è l’euro. Su questo sono (finalmente!) un po’ tutti d’accordo. Sia chi ritiene che si debba aumentare l’integrazione europea su tutti i fronti, sia chi ritiene che si debba smantellare tutta la costruzione europea e ritornare ad accordi comunitari e singole monete sovrane. Premetto che personalmente non ritengo assolutamente più valide le distinzioni destra-sinistra poiché all’interno di queste aree politiche sono venuti meno i riferimenti storici che permettevano di distinguerle così chiaramente. Dirò di più: forse tali distinzioni sono esiste più sulla carta che nella realtà, ideologie del contrasto create dal potere per poter dividere e comandare.

L’elemento discriminante più naturale per operare una qualsiasi classificazione di classi sociali oggi è l’euro. Le politiche economiche, e la politica stessa, oggi si possono distinguere in coloro che sono convinti sostenitori della moneta unica e dell’Unione europea e coloro che non credono o che non hanno mai creduto in quei dogmi. Vedete, questa distinzione è basilare in quanto da essa derivano tutta una serie di considerazioni che riguardano qualsiasi aspetto della vita quotidiana, a partire dalla pressione fiscale alla contrattazione collettiva, all’immigrazione e ai diritti dei cittadini, al lavoro e al tempo libero. Pertanto io definirei i primi come burocrati del sistema finanziario moderno e i secondi come le vittime di tale sistema.

La critica più banale che possiamo muovere ai burocrati è che fino a ieri hanno sostenuto che il problema non fosse affatto né l’euro, né l’assetto istituzionale europeo, ma semplicemente la nostra incapacità, in qualità di italiani, di fare le famose riforme magiche che avrebbero risolto qualsiasi problema di inadeguatezza al nuovo mondo globale. A nulla valsero i tentativi di illustri economisti mondiali come Krugman o Stiglitz sulla inconsistenza delle teorie dell’austerità espansiva. Niente. Ma quando sembrava che avessero ritrovato il lume della ragione, accusando anch’essi la moneta unica di essere il problema, un attimo dopo hanno spento in noi qualsiasi barlume di speranza sul fatto che potessero essere rinsaviti affermando che ci sarebbe voluta più integrazione, più Europa, e, soprattutto, più euro.

La globalizzazione è il vento che porta la fanatica convinzione che esista una necessità assoluta di essere grandi per poter competere nei mercati internazionali. L’adesione incondizionata all’Europa che conosciamo ci ha spogliato di qualsiasi possibilità di scelta o di decisione sull’apertura a mondi economici e sociali profondamente diversi dal nostro. La pressione popolare, pressoché inesistente, sulla classe politica è stata diluita per il tramite delle istituzioni comunitarie, enormemente distanti dai popoli, e, inoltre, in Italia, attraverso una legge elettorale corporativa che faceva gli interessi unici di una classe politica non selezionata e di scarso livello qualitativo.

Cosa significa mondo globalizzato è evidente: siamo costretti a doverci far piacere prodotti di bassissima qualità provenienti dalla Cina che hanno letteralmente inondato i nostri mercati. Costano meno? certo, ma quasi sempre sono pericolosi, altamente inquinanti, scadenti e inaffidabili. Eppure molti appartenenti a quel primo gruppo, i burocrati della finanza per intenderci, continuano a lodare la globalizzazione: i prodotti costano meno! ci dicono. Ovvio! rispondo. Se fossimo tornati ai modi di produzione degli anni trenta avremmo fatto addirittura di meglio. Ma in quel caso, avrebbero lodato lo stesso l’involuzione produttiva? l’avrebbero considerata e divulgata al mondo come una grande conquista del progresso? e cosa dire delle tante imprese che hanno dovuto chiudere in quanto spinte fuori mercato dai differenziali dei costi di produzione? gli utili idioti della finanza mondiale hanno spiegato che non bisogna preoccuparsi, perché le nostre nazioni si sarebbero trasformate in perfette economie di servizi, i quali ci avrebbero liberato dalle fatiche dei modi di produzione industriali o agricoli.

A parte che le nazioni più solide sono proprio quelle che hanno ben sviluppati tutti i settori, sia quello agricolo, che quello industriale e dei servizi, risulta a tutti evidente come il solo settore terziario non possa assolutamente riassorbire i disoccupati del mondo industriale e sostenere i livelli occupazionali precedenti. Nonostante la desertificazione sociale ed economica cui ci hanno spinto i famosi burocrati, sempre nella logica della globalizzazione, essi ci stanno per imporre un nuovo accordo di libero scambio che interessi proprio i servizi, il troppo poco pubblicizzato TTIP – Transaltantic Trade and Investment Trade. Questa volta saremo in grado di opporci al nuovo esperimento sociale prima della sua messa in atto o vogliamo provarlo ancora una volta sulla nostra pelle, come ormai da abitudine, per poi passare il tempo a lagnarci quando ormai sarà troppo tardi per tornare indietro?

Vedete, la globalizzazione è un preciso schema di politica economica volto ad abbattere qualsiasi barriera che possa limitare la concorrenza tra varie zone nazionali o geo-politiche più ampie, nella convinzione che la maggiore concorrenza aumenti il nostro benessere. Ma è palese ed evidente a chiunque che ciò non è accaduto. E non accadrà semplicemente perché non funziona. Inoltre, in questo contesto di libero scambio globale, non è avvenuta quella competizione che ci era stata venduta come panacea contro qualsiasi male. Il benessere globale lo chiamavano. Prendete la Cina e chiedetevi: chi compete con essa direttamente? sostanzialmente nessuno. Gli Usa restano competitivi nel mondo grazie al loro sistema finanziario spregiudicato e alla loro geo-politica, la Russia si regge grazie alle materie prime, la Svizzera grazie al suo sistema finanziario, come anche il Lussemburgo. L’Inghilterra compete grazie ai servizi e alla finanza, anche qui spregiudicata (non a caso sono anglosassoni). La Germania è leader indiscussa della produzione dei beni industriali intermedi che si caratterizzano per la loro qualità ed affidabilità e non certo perché sono in competizione con i prodotti cinesi. Anzi, servono mercati ben differenti. A ben vedere, in definitiva, questo della competizione globale è proprio un grande abbaglio. La globalizzazione ha condotto piuttosto ad una specializzazione globale ed una concentrazione dei capitali spaventosa che ha richiesto aggiustamenti radicali tutt’altro che indolore. Per fare un esempio basti considerare il caso europeo: a fronte della creazione di un milione e mezzo di posti di lavoro in Germania, gli stati del sud ne hanno perso oltre quattro milioni[1]. Questo dovrebbe far riflettere sull’incapacità del libero mercato di riassorbire i posti di lavoro persi a tutto vantaggio del capitale che, attraverso la riduzione delle protezioni del lavoro, vede spesso crescere la sua quota rispetto al monte salari[2].

Sembrano confermate da diversi studi empirici le tesi sul fenomeno della divergenza che ipotizzano l’aumento nel tempo del divario tra regioni ricche e regioni povere e questo divario sembra accentuato proprio dalla globalizzazione[3]. Augusto Graziani parlava di “mezzogiornificazione” dei paesi periferici in riferimento alle problematiche e alle condizioni del Mezzogiorno italiano, argomento ripreso anche da P. Krugman.

Ma il fenomeno della globalizzazione non si limita di certo all’economia. Esso si estende ai fenomeni sociali, e va molto oltre. Anche il fenomeno ISIS (se fosse un fenomeno autentico e non manovrato da una regia occidentale) è frutto delle dinamiche di azione e reazione conseguenti alle influenze geo-strategiche occidentali in alcune aree medio-orientali in cui esistono culture radicali, che magari vivono un diverso stadio di sviluppo rispetto al nostro, e che non vogliono lasciarsi “occidentalizzare”. Come non considerare il tentativo, per adesso limitato esclusivamente alla propaganda per fortuna, dello Stato Islamico di “esportare” la loro cultura violenta in occidente sulla falsariga della fallimentare “esportazione” della democrazia ideata dagli Usa all’inizio del nuovo secolo. L’Europa della globalizzazione non ha argomenti per contrastare tale tentativo se non fosse quello del rifiuto della violenza. Ma come si porrebbe l’Occidente, a-identitario e tecno-finanziario, se questo tentativo di “esportazione” culturale fosse meno violento e più “democratico” nei suoi modi di diffusione? quali argomenti opporrebbe?

Senza entrare troppo nella questione sociologica, il fenomeno della globalizzazione determina un mondo senza identità, in cui gli usi e i costumi delle varie nazioni diventano sempre più confusi, togliendo al singolo e alle masse punti di riferimento fondanti la società, la quale si disgrega e si riaggrega in forme sempre più piccole e frammentate attorno ai più disparati punti di riferimento. Questo determina una minore forza sociale per opporsi a fenomeni di dominazione bianca come quello della finanza sulla società reale.

Dal mio punto di vista sarebbe opportuno quindi pensare ad un nuovo nazionalismo identitario, conservando il pochissimo di buono che ha portato la globalizzazione attraverso degli accordi che permettano di continuare a godere di benefici come ad esempio le facilitazioni alla circolazione delle persone tra gli stati europei per quanto riguarda il turismo, ma prendendo le distanze da tutti i fenomeni profondamente negativi dei quali soffriamo il peso quotidianamente.

Eppure la soluzione proposta dai burocrati è sempre la stessa: più globalizzazione per migliorare le storture della globalizzazione, e più Europa per riparare ai danni causati dall’Europa unita. E per convincerci di ciò utilizzano le solite tecniche di terrorismo mediatico, facilitate da giornalisti senza coraggio,  ammonendo sui rischi che porterebbe l’uscita dalla moneta unica: svalutazione, conseguente inflazione ed erosione inevitabile dei redditi reali.

Ma a ben guardare, alcuni studi degli stessi economisti, che pur evidenziano questi rischi, descrivono una situazione meno cupa e negativa di quanto non sembri. Secondo lo studio di Realfonzo e Viscione[4]  sull’inflazione conseguente a 28 casi di abbandono di sistemi di cambio, il differenziale di inflazione tra l’Italia e gli Usa registrato in Italia dopo l’uscita dal regime dei cambi fissi nel 1993 e a fronte di una svalutazione rispetto al dollaro del 27,69 % è stata pari all’1,51% nel 1993, al 2,92% quella cumulata degli anni 1993 e 1994, e al 5,76% degli anni 1993, 1994 e 1995. Ma se consideriamo che l’inflazione italiana è stata pari al 4,6% nel 1993, al 4,1% nel 1994 e al 5,2% nel 1995 e confrontiamo tali dati con i tre anni immediatamente precedenti all’uscita dai cambi fissi (6,5% nel 1990, 6,3% nel 1991, 5,3% nel 1992) possiamo osservare come essa sia stata addirittura più bassa nel periodo post-svalutazione che in quello del sistema di cambi fissi. E non si può nemmeno affermare con certezza che siano state le politiche di compressione salariali messe in atto in quegli anni (pensiamo anche all’abolizione della scala mobile nel 1993) a contenere l’inflazione dopo la svalutazione monetaria in quanto già dal 1980, anno di massima inflazione registrata in Italia, essa era in discesa continua. Piuttosto sembra più ragionevole pensare che l’elevata inflazione italiana, causata dalle crisi petrolifere degli ani ’70, abbia richiesto necessariamente l’introduzione della scala mobile in Italia per proteggere i redditi reali da lavoro dipendente e che sia stata fisiologica la relativamente lenta riduzione dell’inflazione negli anni successivi man mano che l’economia assorbiva il nuovo livello dei costi energetici. Difatti non sembra emergere alcuna correlazione tra inflazione e abolizione della scala mobile, ma piuttosto sembra più evidente quella tra abolizione della scala mobile e riduzione della quota salari rispetto ai profitti[5].

Di sicuro ciò che si può dedurre dallo studio è che sebbene l’inflazione in Italia sia stata piuttosto bassa, si è verificata una deflazione salariale dal 1993 al 1995. Le cause di tale riduzione, però, sembrano dovute a ben altri aspetti, evidentemente maggiormente correlate con le nuove normative della contrattazione collettiva, che spingevano per il contenimento salariale, con le riforme del lavoro e proprio con l’abolizione della scala mobile.

Da quanto emerso dallo studio precedente sembra giusto e corretto affermare che l’uscita dalla moneta unica possa nascondere molti rischi e pericoli che se non gestiti in modo corretto potrebbero causare un peggioramento della situazione, sopratutto per i lavoratori salariati. La questione importante sarebbe pertanto analizzare gli eventuali pericoli e cercare eventuali strumenti per proteggere i soggetti che più di altri potrebbero venire colpiti dalle conseguenze dell’uscita dalla moneta unica, tenendo presente che l’attuale assetto normativo (job-act), di fatto dettato dal sistema neo-liberista europeo, non tutela di certo il lavoratore.

Quello che però mi risulta difficile accettare è la proposta di mantenere lo status quo riducendo soltanto alcune politiche di austerità, anche da parte di allievi di A. Graziani. Sostenere questo significa negare le problematiche intrinseche delle aree di libero scambio, ovvero la perfetta mobilità di capitale e lavoro che danneggiano soprattutto i salariati, ai quali si richiedono enormi sacrifici in termini sociali; significa negare le diverse esigenze normative di territori tanto diversi in un continente come l’Europa; significa accettare l’impoverimento di alcune aree, soprattutto quelle periferiche, a tutto vantaggio di quelle centrali.

Sono molti, infatti, gli studi che spiegano i fenomeni di concentrazione dei capitali nel centro-europa[6], per non parlare dei trasferimenti pubblici dal centro verso le periferie che sarebbero necessari per riequilibrare il sistema. Ma sebbene molti siano gli interrogativi sul corretto funzionamento dei trasferimenti “federali”, non si può non tenere conto delle implicazioni politiche del sistema economico che si vorrebbe creare. Anzi, in quel caso molte questioni sono principalmente di carattere politico piuttosto che di tipo economico puro.

Passando ai dubbi mossi dai burocrati riguardo al programma di Matteo Salvini ed in particolare alla flat tax, posso sostanzialmente condividerli ma solo entrando nel merito. Il punto di partenza deve essere il fatto che il sistema tributario attuale, informato a criteri di progressività, non funziona, sia perché in pratica tale progressività non c’è, il che va soprattutto a discapito dei lavoratori dipendenti che dovrebbero essere proprio i più tutelati, sia perché l’aumento delle aliquote fiscali progressive sembra spingere i redditi più alti a cercare (e trovare) modi sempre diversi per eludere e/o evadere il fisco. Ma se di fatto il sistema tributario attuale è inefficace e la tassazione è estremamente elevata così come l’evasione/elusione fiscale, allora inasprire controlli e pene e limitarsi a questo, nel frattempo magari avendo aumentato la pressione fiscale generale, è la scelta più sbagliata, a maggior ragione in un regime di spesa pubblica vincolata al pareggio di bilancio. I casi di artisti famosi che hanno deciso di spostare il proprio domicilio fiscale altrove aiutano a capire quello che succede quando si supera un certo limite: i ricchi se ne vanno e i poveri, che lo farebbero volentieri, non possono farlo.

Fissati questi punti fondamentali sarebbe bene confrontarsi sulle proposte di flat tax pura che provengono dall’area neo-liberale della scuola di Chicago oppure se fosse possibile una sua applicazione mitigata dall’idea della scuola keynesiana di dare allo stato un ruolo centrale nell’economia e soprattutto accentuare la sua funzione redistributiva. Un confronto serio su questi temi sarebbe di gran lunga più auspicabile e potrebbe portare alla ideazione di un sistema ibrido che permetta di semplificare ed alleggerire il carico fiscale su cittadini e famiglie adoperando ad esempio un tipo di tassazione ad aliquota unica corretta da soglie di esenzione, conciliandolo con i principi di centralità dello stato e del suo ruolo primario nell’economia di cui si parla in precedenza. Oppure rompere gli schemi capitalistici e fare una proposta totalmente diversa, basata su una economia più lenta e più vicina alle esigenze primarie dell’uomo, la cosiddetta slow-economy.

[1] E. Brancaccio, Dalla crisi della moneta unica alla critica del liberoscambismo europeo. Brevi note sulla MMT, 2012

[2] G. Fresiello, La crisi attuale: ragioni e cause, vere e presunte, parte II, Magazine Caffé Graziani, marzo 2015 – http://www.csepi.it/magazine/

[3] Conferenza E. Brancaccio, Quale Europa? https://www.youtube.com/watch?v=z7PNOv5u0aI

[4] Realfonzo, Viscione, Gli effetti di un’uscita dall’euro su crescita, occupazione e salari, 2015

[5] http://goofynomics.blogspot.it/2012/04/lavoro-mobile-o-scala-mobile.html

[6] Krugman P., 1991; Baldwin R. E., Forslid R., 2000

 

 

 

GRAZIANO FRESIELLO

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